Gaetano Miccichè (foto LaPresse)

Ripartire non può essere un tabù

Claudio Cerasa

La Germania da studiare (occhio all’energia). Il coraggio da trovare (anche nello sport). Le differenze tra le regioni (il Lazio non è la Lombardia). E la recessione non meno dura della crisi sanitaria. Spunti per la ripartenza: una chiacchierata con Gaetano Miccichè

E’ la domanda che ci stiamo ponendo tutti ma è anche la domanda a cui nessuno oggi è in grado di rispondere. E più che una domanda singola, è una raffica di domande. Quando finirà? Come finirà? Come ripartiremo? Quando si ricomincerà? E quando potremo tentare di dare alle nostre vite una direzione che ci riporti con gradualità a una vita se non normale quanto meno diversa rispetto a quella che stiamo vivendo in questi giorni? Gaetano Miccichè è uno dei manager più apprezzati d’Italia: è arrivato anni fa alla guida di Banca Imi, dopo diverse esperienze industriali e molte ristrutturazioni aziendali, ed è stato da poco nominato vicepresidente di Prelios, dopo aver guidato per diciotto mesi la Lega calcio di serie A. Da qualche tempo, Miccichè, come diversi soggetti del business italiano, scruta con preoccupazione il dibattito pubblico del nostro paese e si chiede ciò che diversi imprenditori si domandano in queste ore senza trovare una risposta definitiva: quando è esattamente che l’opinione pubblica ha scelto di creare una contrapposizione tra la salute dei cittadini e il benessere di un paese? “Nessuno – dice Miccichè – può pensare che occuparsi delle imprese sia più importante che occuparsi della salute degli italiani, è ovvio. Ma quando in un paese la demagogia trasforma l’economia reale in un nemico della salute qualche problema onestamente c’è”. Il tema non è legato solo al presente ma è legato soprattutto al domani. Perché è vero, come si dice, che il coronavirus non ha risparmiato alcun continente, creando tragedie simmetriche anche tra nazioni diverse, ma è anche vero che ci sono importanti realtà, come la Germania e anche la Francia, che di fronte a un problema mondiale sono riusciti a non creare contrapposizione tra benessere economico e salute individuale. Dunque, che fare? “Guardando i dati di Germania e Italia – dice – si scopre che in Germania in questi mesi i consumi di energia sono variati in modo quasi impercettibile, mentre in Italia sono crollati a causa del diverso atteggiamento sul funzionamento degli stabilimenti produttivi. Il tutto all’interno di una situazione piuttosto singolare in cui molte importanti aziende italiane si sono ritrovate a operare regolarmente in alcuni stabilimenti internazionali e a rimanere chiusi nel proprio paese con il proprio personale in cassa integrazione”. Anche per questo, nota Miccichè, l’Italia “non può permettersi di rinviare ancora troppo l’effettiva programmazione della riapertura. Ci sono regioni che dovranno avere un decorso più lento, e questo mi sembra evidente, ma ci sono regioni in cui il contagio è sotto controllo con un’incidenza irrisoria nei confronti della popolazione. Non si capisce, per esempio, per quale motivo in un luogo come il Lazio, dove i contagiati sono lo 0,06 per cento della popolazione, si debba agire come in Lombardia, dove i contagiati sono oggettivamente superiori. E ciò vale praticamente anche per tutto il Mezzogiorno d’Italia e le isole. Molti di noi tendono a prendere come esempio ciò che è accaduto in Cina, dove dopo un lockdown molto lungo in una provincia si è deciso di tornare alla vita di prima. Ma non bisogna dimenticare che nel frattempo, mentre una parte della Cina restava chiusa, il resto continuava a muoversi e a produrre”. E in un momento in cui la Spagna riapre, in cui l’Austria ha già scelto di riaprire, in cui la Danimarca si prepara oggi a riaprire scuole primarie e asili e in cui la Francia ha già annunciato che riaprirà alcune scuole a partire dall’11 maggio, è lecito chiedersi quali siano i giusti confini della responsabilità.

 

“Se l’Italia non verrà messa in fretta nelle condizioni di lavorare, laddove si può, nelle regioni in cui si può, nei posti di lavoro in cui si può, la recessione sarà per molti una crisi non meno dura rispetto a quella sanitaria. E le stime di crescita per il 2020 elaborate ieri dal Fondo monetario parlano da sole: nell’anno in corso, il pil italiano rischia di essere un meno 9,1 per cento”. Miccichè, che conosce buona parte dei professionisti chiamati a comporre la task force del governo, a partire da Colao, che considera “un manager di altissimo livello” e si augura che “venga messo nelle condizioni di potere operare con autonomia decisionale”, ritiene però che le emergenze e le grandi crisi “hanno maggiori possibilità di essere superate se si affrontano con squadre ‘corte’, con chiarezza di deleghe e capacità di intervento”. In questo senso, diciassette persone, con una eterogeneità professionale e con esperienze del tutto diverse, potrebbero però non raggiungere rapidi e concreti risultati; a maggior ragione se in coordinamento con altri comitati e ministeri.

 

Ma rispetto a questo punto, il tema centrale è forse un altro. La confusione va evitata con cura, dice Miccichè, “così da prendere scelte chiare, definite nei tempi e spiegate ai cittadini”, ma in questa fase se proprio occorre parlare di responsabilità occorre concentrarsi su quella che è una responsabilità dell’Europa, che risale a quando, una volta scoppiata l’epidemia in Cina, “non ha ritenuto di riunire tutti i suoi membri per decidere tutti insieme le iniziative comuni da assumere in relazione alla chiusura degli aeroporti, delle scuole, delle imprese, dei commerci e delle attività sportive. E insieme si sarebbe potuto anche decidere sulle fasi due e tre che invece creeranno delle inevitabili e dannose asimmetrie temporali ed economiche tra paesi abituati a essere connessi e allo stesso tempo a competere tra loro”. Il pensiero di Miccichè va evidentemente anche a febbraio quando, in Italia, fu ignorato il rischio di giocare alcune partite di calcio internazionali trasformando gli stadi in qualcosa di simile a dei focolai. “Oggi siamo ancora in grado di recuperare e, così come nella fase uno siamo stati d’esempio in tutto il mondo, per quelle successive possiamo imparare anche da vicini di casa come l’Austria che già oggi hanno fissato per tutto il mese di maggio una strategia per la riapertura. Lo hanno fatto riaprendo già da oggi i negozi con un’estensione non superiore ai 400 metri quadrati, i vivai e i self-service, i parchi pubblici federali, ovviamente rispettando le opportune misure di distanziamento e contingentamento delle entrate. Lo hanno fatto prevedendo una riapertura dal 1° maggio di centri commerciali e parrucchieri, che dovranno sottostare a ulteriori restrizioni nell’accoglimento della clientela, e prevedendo da metà maggio la riapertura di tutte le attività che implicano una presenza fisica, tra cui bar e ristoranti, anche se il governo si riserva di confermare la misura a fine aprile, monitorando l’andamento giornaliero della curva dei contagi. E sui mezzi pubblici è stato reso obbligatorio indossare la mascherina. In ogni caso l’Austria non è una mosca bianca nello scacchiere europeo. Anche altri paesi stanno definendo con chiarezza tempi e modalità di ripresa delle attività produttive e commerciali”. Già, ma come? “Adesso bisogna ridare coraggio e fiducia a tutta la popolazione. E il primo obiettivo deve essere il mantenimento dell’occupazione e la ripresa della normalità lavorativa. Il mio pensiero va soprattutto ai milioni di pmi italiane, al settore dei commerci e del turismo che già nel 2020 non potrà contare su arrivi e domanda dall’estero. E forse, arrivati a questo punto, più che chiedersi cosa dovrebbe fare l’Europa per noi, sentimento legittimo, sarebbe opportuno chiedersi cosa, con coraggio, potrebbe fare per se stessa l’Italia”. E che cosa vuol dire avere coraggio? “Avere coraggio vuol dire capire quali saranno i settori più a rischio, comprendere quali sono le necessità più urgenti ed elaborare delle strategie, con dei responsabili, che sappiano occuparsi a tempo pieno delle decisioni da assumere con chiarezza sulle priorità. Ciò che serve oggi, in una stagione in cui il governo avrà un ruolo sempre più importante, non è una politica finalizzata ad appesantire ulteriormente la burocrazia ma è un sistema che sappia agire con decisioni rapide ed efficienti. Nei prossimi mesi dovremo essere capaci di una vera rifondazione culturale e operativa. E per quanto possa essere ottimista non credo onestamente che ci possa essere una ripresa né a U né a V”.

 

In che senso? “Nel senso che i nostri stili di vita cambieranno, in modo radicale. Nel senso che i nostri consumi saranno ridotti. Nel senso che i nostri lavori verranno trasformati. Nel senso che ciascuno di noi avrà una propensione ai consumi e allo spendere diversa rispetto al passato. E poi, altro punto fondamentale, bisognerebbe predisporre nuovi business plan per ciascun settore sapendo che l’economia del paese vivrà per diverso tempo principalmente di domanda interna, cercando soluzioni utili per sostenere la filiera dei ristoratori, degli alberghi, del mondo dei trasporti. Ci sarà qualcuno che riuscirà certamente a trasformare tutto questo in un’opportunità per ripartire, ma ci saranno molti altri a cui questa opportunità non verrà concessa. E questi ultimi saranno i più bisognosi di un intervento di supporto pubblico”. E’ un ragionamento che vale anche per il calcio? E’ arrivato il momento di ripartire? “Anche rispetto al mondo del calcio una riflessione forse sarebbe utile. Ha davvero senso far saltare un campionato? Non avrebbe senso per esempio concludere il campionato, giocando magari a porte chiuse, in sicurezza, e recuperando ciò che si può recuperare offrendo ai cittadini anche un sollievo nel rimanere a casa?”.

 

Conclusione del ragionamento: “In generale, e qui parlo di tutto il paese, dobbiamo puntare a recuperare quel senso dell’interesse generale, e quei valori che ci hanno contraddistinto nell’ultimo Dopoguerra e che ci hanno permesso di diventare una delle principali realtà industriali del mondo. Si deve superare il dualismo più stato o più mercato, serve più efficienza, più rapidità e più linearità. A mio avviso le parole d’ordine sono tre: coraggio, tempestività e semplificazione. Per carità: la paura è un sentimento legittimo e aiuta le persone a essere consapevoli dei rischi che si corrono. Ma se la paura diventa panico, dalla consapevolezza dei rischi si passa all’isteria e un paese come l’Italia non può permetterselo; sarà dura ma ce la faremo. Coraggio, è il momento di pensare a come ripartire”.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.