Bollettino dalla Lombardia dopo un mese di coronavirus

Daniele Bonecchi e Maurizio Crippa

Sanità, morti inevitabili ed evitabili, polemiche politiche, imprese da tutelare e la necessità di una regia del dopo crisi

Bollettino per appunti sintetici della Lombardia dopo un mese di coronavirus. Cosa non ha funzionato (nella regione record di morti) e cosa si sta facendo bene. L’economia e la società. Domande e punti critici (senza polemiche) che saranno il dibattito lombardo dei prossimi mesi.

 

L’ospedale in Fiera

Doveva essere pronto entro metà marzo, ma i primi pazienti arriveranno domenica. Un successo ugualmente, i lavori fatti in 10 giorni anche se con progetto dimagrito. Soldi in gran parte dai privati. Il tempo è stato perso all’inizio. Esempio evidente di mala comunicazione regione-stato, e di un pregiudizio anti regionale e anti privati da parte del governo che ha pesato in negativo anche in molte altre vicende del Covid-19.

Troppi morti in Val Seriana?

Da simbolo del lavoro a simbolo della tragedia. Man mano che si ricostruiscono fatti e cronologia e arrivano testimonianze (di medici soprattutto) si capisce che il caso c’entra poco. La partita Atalanta-Valencia forse di più, ma relativamente. I dati in bergamasca per un numero eccessivo di morti (anziani) già settimane prima erano noti. I casi di polmoniti “particolari” anche. La necessità della zona rossa si è capita subito. Una catena di errori e di contrastate scelte politiche. Però, man mano che analisi come quella dell’Imperial College di Londra ipotizzano che i contagiati in Italia siano alcuni milioni – Giorgio Gori ha dunque detto: forse allora in bergamasca sono il 30 per cento della popolazione – le domande da farsi cambiano. Quale è stato il “tasso di inevitabilità”?

Sanità pubblica e privata

Regionalismo a parte, qualcuno si è provato a mettere sotto accusa il sistema misto, qui più sviluppato che altrove. Sul privato, basta ricordare che i decennali tagli alla Sanità sono nazionali, e non sono stati fatti “a favore” del privato. E che in questa emergenza la sanità privata ha collaborato bene e subito con il pubblico, anche e non solo con le sue eccellenze. Sul sistema sanitario in generale, ci sono alcune criticità. Primo, precisare per il futuro la catena di comando nazionale in caso di eventi eccezionali. Due, chiedersi come mai cose come il piano epidemie che la Regione varò 10 anni fa dopo l’epidemia suina sia rimasto lettera morta. Tre, le linee direttrici. La riforma della Sanità di Roberto Maroni ha giustamente puntato sugli anziani. Ma è rimasto irrisolto un problema antico quanto strategico: i medici di famiglia. Una prima linea che anziché riformata è uscita indebolita in queste settimane abbandonata a se stessa, senza indicazioni, senza poter agire, persino senza mascherine e guanti. Poiché le cronicità e il monitoraggio del territorio nel dopo virus saranno essenziali, bisogna ripartire da qui. A tutto questo si aggiunge la difficoltà degli approvvigionamenti dei presidi sanitari. Con Regione che ha provato a bypassare tappi burocratici di ogni tipo.

Tamponi. Come è andata

Il Piemonte ha effettuato da subito il tampone agli operatori sanitari, la Lombardia no. Il Veneto ne ha fatto un uso massiccio, per quanto con diverse contraddizioni. La Lombardia aveva prima deciso di farli, poi ha preferito osservare scrupolosamente le direttive dell’Istituto superiore di Sanità limitandone l’utilizzo ai malati conclamati o poco più. Scelta ora da tutti considerata errata. Nessuno (fino a un certo punto) ha avuto il coraggio di spiegare che il contingentamento era dovuto ai costi e alle difficoltà nel reperire reagenti e laboratori accreditati. Risultato: il numero dei cittadini infettati (ed anche dei morti) è molto superiore ai dati sciorinati quotidianamente. In più il tappo dei laboratori. Ce n’erano solo due all’inizio, al Sacco e al San Matteo, ora sono di più ed è arrivata la collaborazione con i privati. Resta l’inspiegabile bug nella programmazione. Tra poco si dovrà decidere, oltre che sull’estensione dei tamponi, sui test sierologici. Occorrerà farsi trovare più pronti. E con direttive dal governo e dal ISS più chiare di quanto avvenuto finora.

Mascherine, a noi!

Dramma mascherine in via di risoluzione L’entusiasmo del sistema della moda di mettersi subito al lavoro si è scontrato prima con la verifica e il recupero del materiale adatto per le monouso destinate “alla collettività”, cioè quelle che verranno messe in vendita nelle farmacie e che dovrebbero essere consegnate a breve in centinaia di migliaia (il prezzo di produzione e consegna si aggira su 1,20 euro, dovrebbero essere rese disponibili a un prezzo compreso fra i 2 e i 2,50 euro), e poi con l’esborso imposto a chi si era offerto per la realizzazione delle maschere di protezione individuali, che necessitano di certificazione. Costo della stessa, 5 mila euro. Alcune aziende nelle Marche si sono consorziate: fra produzione consueta ferma, riconversione, verifica dei requisiti e registrazione, dare una mano al paese si è rivelato un salasso.

Zona rossa e no. Il nodo economia

Un altro enigma: la zona rossa. Ideata e difesa a Codogno, dove ha dato ottimi risultati, è stata blandita e poi ignorata nella bergamasca. Chi ha deciso lo stop? Difficile rispondere perché, mentre i sindaci invocavano la chiusura, era in corso una difficile trattativa tra imprese e Regione per stabilire quali aziende fermare e quali lasciare aperte. In mezzo, dichiarazioni spesso contraddittorie da parte politica ad ogni livello. Un caos di competenze e incertezze che ha indebolito, probabilmente, anche il ruolo decisionale della Protezione civile. Alla fine si è atteso il Dpcm. E questo, forse, ha segnato le sorti della seconda zona rossa della Lombardia.

Il lavoro, le aziende

A metà mese industriali e Giunta regionale, mentre il mondo del commercio chiudeva (salvo gli alimentari) i negozi, firmavano un protocollo per delimitare il campo delle imprese indispensabili all’economia, in grado di tutelare i propri dipendenti coi necessari presidi. Il risultato, dal punto di vista della tutela sanitaria del lavoro, ha avuto inevitabili falle. Ma il grido di allarme del sistema imprese (in questa pagina un articolo sugli aiuti alle aziende) è andato crescendo man mano che i numeri economici peggioravano. Ora il vero punto è decidere chi, quando, dove potrà riaprire. La necessità di una regia coordinata è fondamentale. Assolombarda dall’inizio della crisi chiede di tutelare le filiere produttive. Marco Bonometti di Confindustria Lombardia qualche giorno fa ha dichiarato: “Il tema adesso non è l'apertura o la chiusura delle aziende ma mantenere viva la produzione. Ci saranno tanti fallimenti, molti posti di lavoro andranno a rotoli… Chi rispetta la sicurezza deve poter lavorare”.

L’agricoltura

E’ tra i settori più colpiti, anche per via della stagionalità di certe coltivazioni, vedi la floricultura. Regione Lombardia ha allargato a tutte le aziende agricole le agevolazioni per il credito di funzionamento, 5,5 milioni. Ieri Giorgio Gori ha lanciato un allarme già lanciato da Confagricoltura: “Nell’agricoltura italiana sono impiegati 400 mila lavoratori stranieri regolari, il 36 per cento del totale, la maggior parte dei quali rumeni. Quest'anno non arriveranno. Chi raccoglierà gli ortaggi e la frutta? Servono almeno 200 mila lavoratori extracomunitari. Serve subito un decreto flussi”. La pianura Padana è la riserva agricola più importante d’Italia.

Le App e la salute che verrà

Regione Lombardia ha pubblicato martedì una nuova app, AllertaLOM, per tracciare il contagio da coronavirus. La app non è nuova, in realtà: è il riadattamento di una app pubblicata mesi fa che forniva ai cittadini le allerte della Protezione civile locale su eventi naturali. In tutta fretta, è stata riadattata alle nuove esigenze, che sono quelle di raccogliere più dati possibili a proposito della pandemia, e martedì il vicepresidente della Regione, Fabrizio Sala, ha fatto appello ai cittadini affinché scarichino la app che serve “ai nostri virologi, epidemiologici per trarre una mappa del rischio contagio”. In realtà la mappa sulla app non c’è. Al contrario dei sistemi di “contact tracing” di cui si parla in questi giorni, la app lombarda non monitora gli spostamenti dei cittadini, ma richiede la compilazione di un questionario anonimo sullo stato di salute e su alcuni dati generici, che può essere caricato una volta al giorno. Questi dati dovrebbero servire ad avere un’idea più precisa del contagio. Quella lombarda è soltanto l’ultima di tutta una serie di app sviluppate dalle regioni, in attesa che l’elefantiaca commissione del ministero dell’Innovazione si esprima sui progetti di tracciamento del coronavirus. In tutto, le app già disponibili in Italia sono circa una dozzina, e questo provoca un gran problema di frammentazione: i dati possono aiutare a contenere l’epidemia ma funzionano meglio se sono completi.

Beato il paese degli eroi

La retorica si spreca ma guardando medici e infermieri che lottano, dentro alle loro tute di plastica, mascherine e occhiali, turno su turno, lasciando sul terreno amici, colleghi e conoscenti, è bene riflettere sul loro lavoro. E in futuro anche sulla loro retribuzione. Poi ci sono l’esercito di cassiere dei supermercati, tranvieri, poliziotti e carabinieri che ci permettono di vivere i nostri domiciliari, con tranquillità. Quando si tirerà la contabilità dei soldi donati da lombardi ricchi e anche meno per sostenere l’impegno di tutti, l’idea di “Milano che non restituisce” dovrà essere molto rivista.

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