Il virus non è il calcio. Lettera ai 60 milioni di esperti di pandemie

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Vari vaccini sottoposti a test, finora solo il mojito ha funzionato al primo colpo.

Giuseppe De Filippi

 


  

Al direttore - L’Ue ha compiuto scelte che non vanno sottovalutate in questi giorni di difficile confronto con Bruxelles. Sospese le regole fiscali e quelle relative ai debiti pubblici, allentate le norme sugli aiuti di stato. Sul fronte della politica monetaria con gli oltre mille miliardi che la Bce ha mobilitato potranno essere acquistati titoli di un paese con pochi limiti. Per l’Italia si tratta di oltre 200 miliardi con i quali la Banca centrale acquisterà titoli del debito italiano. Mario Draghi ha fornito gli argomenti su cui si fondano le decisioni radicali della Bce. Questo complesso di misure permette già un notevole ampliamento delle disponibilità di risorse per il nostro paese. Occorre tuttavia fare di più. Il confronto in sede europea va portato avanti senza nervosismi. La battuta “facciamo da soli” va considerata una battuta. Con le sfide da fronteggiare, da soli non andremmo molto lontano. Non farei degli Eurobond una pregiudiziale. Meglio discutere sulle condizioni in cui dovrebbero avvenire le erogazioni dei finanziamenti: scadenze, tasso d’interesse, garanzie. Occorre in sostanza lavorare per trovare soluzioni comuni che evitino la mutualizzazione dei debiti nazionali ma individuino strumenti finanziari europei che amplino le risorse per affrontare la situazione. Il governo dovrebbe mantenere la posizione già espressa da Conte di poter ricorrere senza alcun tipo di condizionalità, al Mes. Si potrebbe inoltre proporre che da parte dei paesi membri si ricapitalizzi la Bei usando i fondi del Mes per potenziare le sue capacità di sostenere la liquidità delle Pmi. Insomma, soluzioni si possono trovare. Senza nervosismi e senza invettive.

Umberto Ranieri 

Mi sembra un’ottima idea. 


 

Al direttore - Ferrara sprona noi foglianti ad apprezzare la classe dirigente citando il rigore di Speranza, la crescita di Zingaretti, e la “fermezza ribalda” di Conte e Casalino di fronte ai panzer germanici: il tutto a confronto con Trump e Bolsonaro. Condivido il pragmatismo valutativo fondato sulla realtà senza pregiudizi. La questione, tuttavia, è se “il passo giusto di Conte e i suoi” può essere esteso all’intero parterre pentastellato di governo e dintorni, cosa su cui nutro molti dubbi. Lo stesso Foglio (2 aprile) ricorda che le promesse tecnologiche di Grillo e Casaleggio sono riconducibili alle truffe di Wanna Marchi piuttosto che a Bill Gates. La verità è che fino al tragico schiaffo di questi giorni, la banda grillesca insieme ai corifei di alcuni talk-show ha inoculato nell’opinione pubblica e portato al governo una “filosofia” (si fa per dire) fondata sull’esaltazione dell’ignoranza condita dall’arroganza. I risultati sono di fronte agli occhi di chi vuol vedere: “Uno vale uno”, gli esperti non esistono (campagna contro Ilaria Capua) e quelli da mettere alla testa degli enti (Inps…) devono solo essere fedeli alla banda, la politica estera si fa con sceneggiate insieme a mister Ping e i suoi sodali disinteressati verso l’Italia, le leggi servono per fomentare la demagogia (reddito di cittadinanza), le grandi opere pubbliche in corso vanno fermate (ferrovia europea italo-francese, oleodotto in Puglia, trivellazioni), la pubblica istruzione va messa in mano a persone con poca dimestichezza con lo studio e la ricerca, e la medicina dei vaccini è sospetta… Ancora più grave, al centro della visione di Di Maio & Co. c’è l’idea che il Parlamento è un poltronificio da tagliare se non da abolire, e che l’esperienza politica nella cosa pubblica è una perversione da “casta” da svillaneggiare. Questo è il bilancio dei pentastellati al governo da oltre due anni in due diverse combinazioni. Va bene che dispongono della maggioranza (relativa) in Parlamento, ma cerchiamo di tener presente che nell’attuale governo c’è classe e non classe dirigente, sempre da distinguere accuratamente.

Un saluto.

Massimo Teodori 

I suoi argomenti, caro Teodori, sono tutti giusti e sono di un’impeccabile linearità e razionalità. C’è solo un problema: questi temi sono valsi finché l’Italia si trovava in una stagione ordinaria, ma da quando l’Italia si è trovata in una stagione straordinaria le minchiate populiste, mi consenta il termine, si sono ridimensionate, ridimensionate non scomparse, e rispetto a ciò che il Parlamento ha espresso il 4 marzo del 2018 possiamo considerarci molto fortunati a non avere due populismi al governo e ad avere oggi un presidente del Consiglio consapevole del fatto che la sua credibilità è direttamente proporzionale alla lontananza dal populismo che lo ha portato al governo. Ogni giorno, verso le 18, o dopo una conferenza stampa di Conte, mi accorgo che in Italia ci sono circa sessanta milioni di persone che, con la stessa scioltezza con cui saprebbero indicare l’undici titolare giusto per far vincere la nostra Nazionale di calcio, affermano che sarebbero in grado di gestire in scioltezza una pandemia. Alla prossima pandemia il paese ne terrà certamente conto. Per il momento è meglio fare ciò che vi viene detto e ringraziate il cielo di non avere un Orbán o un Bolsonaro al governo. E tante grazie. 

 


 

Al direttore - La situazione di grave emergenza che stiamo vivendo a livello mondiale per il Covid-19 può essere l’occasione per ripensare al ruolo della ricerca. Perché mai come in questo momento sta emergendo in tutta evidenza l’importanza di fare ricerca per poter sempre schierare competenze scientifiche, infrastrutture e professionalità altamente specializzate e formate per difendere le popolazioni e l’economia mondiale da eventi di portata catastrofica. In questa fase drammatica il mondo della ricerca italiana sta cercando di dare il suo contributo, con grande impegno e disponibilità. Questa emergenza, quindi, può (e deve) essere l’occasione, per fare della ricerca un interlocutore privilegiato delle Istituzioni, e un “attrattore” di investimenti, con ritorni misurabili in termini di innovazione, crescita, sviluppo e anche, in situazioni di emergenza, in numero di vite umane salvate e di disastri naturali evitati. Come Enea abbiamo messo a disposizione il nostro supercomputer Cresco 6 per la ricerca sul coronavirus. E nell’ambito delle scienze della vita, collaboriamo con Takis, azienda impegnata anche sul fronte Covid-19 a una piattaforma di vaccini genetici e con Alfasigma per antinfiammatori di origine vegetale. E stiamo lavorando a radiofarmaci avanzati e ad una macchina per la protonterapia per la cura non invasiva dei tumori. Sono solo alcuni esempi, ma potrebbero moltiplicarsi in modo esponenziale se si prendesse in considerazione tutta la ricerca italiana, con le sue grandissime potenzialità e gli innumerevoli talenti. Ma non solo. La ricerca sta facendo e potrà fare molto ancora a supporto delle nostre imprese per contribuire alla ripresa dell’economia in una chiave di competitività e sostenibilità. L’auspicio è che la battaglia che l’Italia sta combattendo con grande coraggio, faccia emergere con forza nel nostro paese, ma anche a livello europeo e mondiale, questa convinzione: la ricerca è un bene essenziale, una pietra angolare per la società, l’economia, l’ambiente. Investire in ricerca è costruire il nostro comune futuro, è investire sul nostro domani.

Federico Testa, presidente Enea

 


 

Al direttore - In veste di studioso di antisemitismo e direttore editoriale della collana “Ricerche sull'antisemitismo e l’antisionismo” della Salomone Belforte Editore, del cui comitato scientifico fa anche parte Giulio Meotti, le scrivo a proposito dell’articolo apparso ieri sul suo giornale a firma Camillo Langone. Nell’articolo in questione, il Langone, noto per le sue posizioni eterodosse, è intervenuto per difendere un quadro del pittore barese Giovanni Gasparro. Il quadro raffigura l’assassinio di Simonino di Trento per mano ebraica. L’opera le è sicuramente nota, in questi giorni ha suscitato molto scalpore avendo rilanciato un tradizionale libello del sangue contro gli ebrei, che ancora oggi viene usato per accusarli di una persistente e ontologica predisposizione al crimine. In medio oriente i libelli del sangue contro gli ebrei sono vulgata corrente nella propaganda contro Israele. Langone ha diritto alle sue opinioni, come chiunque, ma non a insultare l’intelligenza dei lettori. Ciò che è intollerabile nel suo pezzo è là dove scrive che Gasparro verrebbe accusato di antisemitismo da chi non tollererebbe “l’esistenza di un cattolicesimo preconciliare”. Il problema non è il cattolicesimo preconciliare, un residuo antiquariale, ma è l’accusa di omicidio rituale che Gasparro veicola attraverso la pittura e tramite il comodo alibi dell’arte. Per Langone, evidentemente, questo è un fatto irrilevante. Non lo è sicuramente per il Centro Simon Wiesenthal il cui direttore ha scritto al Segretario di stato del Vaticano per chiedere di intervenire sul caso. Sorprende che il Foglio, sempre così attento alle ragioni di Israele e sensibile alle questioni ebraiche, abbia dato spazio senza battere ciglio alla difesa d’ufficio di un quadro spudoratamente antisemita.
Distinti saluti.

Niram Ferretti

Come lei sa certamente meglio di me, la vicenda di San Simonino è una storia triste e nota che ci portiamo dietro dai tempi del medio evo, da quando l’antisemitismo cristiano era una cosa seria, e da allora non sono mancati i mea culpa. La rubrica di Camillo Langone era sulla bellezza di un dipinto, quello di Giovanni Gasparro, che di quella vicenda ha trattato in un suo quadro. Liberi di criticarlo e di non farselo piacere, cosa che ovviamente rispettiamo, così come però pensiamo sia giusto rispettare, quando si parla di arte, un concetto non secondario: togliere all’arte la possibilità di sbagliare significa togliere all’arte la possibilità di stupire. E sono certo, su questo punto, che anche lei sarà d’accordo con noi.

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