Duelli rimandabili

Fabio Massa

Sala, Fontana, Boccia e lo scontro tra stato e regioni. Dai sindaci area Pd una lettera polemica alla Regione

Parlare oggi di autonomia, con i morti ancora caldi, con le bare impilate, pronte per essere caricate su camion dell’esercito, è un esercizio difficile. Nessuno vorrebbe parlare di politica, ma poi chiusi nei Palazzi del potere, e nelle case, i politici e le istituzioni ci pensano. E alla fine qualcosa tracima. Leggero, senza profondità, superficiale. Ma che nasconde un tema vero: di fronte al più grande degli stress test mai affrontato dall’Italia lo stato ha funzionato? E il sistema regionale ha funzionato? Il decentramento amministrativo, e quello sanitario, devono essere perseguiti o rivisti in ottica centralista? Sono domande nascoste nelle pieghe di altri discorsi, nelle pieghe di altre polemiche. Nessuno dichiara esplicitamente di voler parlare di riforme nel momento dei cadaveri, ma è un po’ come quella risposta di Sandro Pertini a Giorgio Bocca. Il giornalista era andato a trovarlo al Colle e chiese se a una certa cerimonia il presidente avesse incontrato Spadolini appellandolo “ciccione”. E quello: “Ma cosa dici, come mi permetterei? Lui però mi ha risposto: ‘Ma se sono dimagrito’”. 

 

Ragionamenti aerei, di ricognizione, appena abbozzati per non apparire irrispettosi dunque. Come quello che Beppe Sala ha rilasciato alla Stampa. Intervistato dal direttore Maurizio Molinari, ha spiegato: “Credo che sia arrivato il momento di avviare una stagione per le riforme. Ho in mente due capitoli. Primo: il potere dello stato e i poteri locali, perché l’attuale struttura amministrativa è del secolo scorso e non consente di essere veloci. Con 20 Regioni, 8.000 comuni, un centinaio di province e 14 città metropolitane si perde immediatezza e la responsabilità è suddivisa in mille centri di potere. Il sistema a 20 Regioni, che quest’anno compie mezzo secolo, è forse arrivato al capolinea”. Che cosa fare, Beppe Sala non lo dice, ma è un invito a riflettere. Forse ha in mente qualcosa delle idee macroregionali del grande vecchio Piero Bassetti, che fu il primo presidente della Regione e che girano sempre sottotraccia in Lombardia. Assist di Sala subito raccolto da Giancarlo Giorgetti, che quando si parla di riforme costituzionali torna in prima linea alla velocità della luce: “Bene arrivato. Stavolta Sala l’ha azzeccata”, avrebbe detto il volto moderato della Lega. Ovviamente contro Marco Travaglio, che pesta il sindaco sul Fatto. Ma non è una novità, e non fa notizia.

 

Il tema però è sempre lo stesso, ed è sul “che fare”. Il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Francesco Boccia ci va giù durissimo, quasi provocatorio (e allo stato attuale dell’efficienza dello stato centrale, fuori misura): “Se l’autonomia è sussidiarietà è un conto, se l’autonomia è fare da soli perché si pensa di fare meglio la risposta è ‘no perché crolli’. Nessuna Regione ce l’avrebbe fatta da sola, sarebbero crollate tutte”, ha spiegato, causando le ire prima di tutti di Davide Caparini, assessore al Bilancio regionale, che si trova con 900 mila mascherine stoccate che non possono essere distribuite perché manca un bollino dell’Istituto superiore di Sanità e con altre 800 mila distribuite come Ffp2 salvo poi apprendere dal presidente dell’Ordine dei medici che non sono un presidio medico chirurgico. Pure Attilio Fontana non la prende benissimo: “Bisognerà sicuramente cambiare andando verso una maggiore autonomia perché la parte regionale ha funzionato in maniera impeccabile e eccellente”. (Il che, come per lo stato centrale, è una verifica che dovrà essere fatta dopo – sempre premettendo che se il virus avesse attaccato regioni meno dinamiche, sarebbe andata peggio). Dunque, mettendo insieme i pezzi, che cosa rimarrà del regionalismo e dell’autonomia? Difficile dirlo. I partiti sono letteralmente a pezzi. La Lega quando era al governo non ha ottenuto l’autonomia, malgrado le mille promesse, perché è diventata un movimento nazionale. Il Partito democratico lombardo ha iniziato a ripensare ai territori in modo completamente diverso rispetto al Pd nazionale, più schiacciato su un’idea nazional-europeista. In tutto questo gli amministratori della capitale Milano, Fontana e Sala, sono contrapposti da due idee diverse. Per il primo ci vuole più autonomia nell’ambito dello stesso impianto di suddivisione delle Regioni. Per il secondo, va invece superato il regionalismo.

 

Ma a dimostrazione che lo scontro politico è destinato ad infettare anche la battaglia contro il coronavirus, ieri è arrivata una lettera a Fontana di sette sindaci di area Pd – Cremona, Bergamo, Brescia, Lecco, Mantova, Milano e Varese – per chiedere chiarimenti su temi quali la questione Rsa, la distribuzione dei Dpi, l’effettuazione dei tamponi. Domande come: “Quando saranno disponibili i dispositivi di protezione – a partire dalle mascherine – il cui arrivo è stato promesso da tempo?”, “cosa sta facendo la Regione per proteggere il personale sanitario e gli ospiti delle Rsa, in molte delle quali sappiamo purtroppo di numerosi decessi?”.