Meno Sala

Daniele Bonecchi

Il sindaco che si scusa, sta in trincea e intanto pensa a come far ripartire (dopo) il suo modello Expo-Milano

Per Beppe Sala, cresciuto alla scuola dei manager, dove le persone si misurano dai risultati ottenuti, ammettere un errore è anche più di un boccone amaro. E se potesse cancellare dalla rete quell’hashtag sorridente #milanononsiferma, si sentirebbe meglio. Ma a Sala non manca l’onestà intellettuale nel riconoscere l’errore – merce assai rara nel mondo politico – e ha fatto autocritica a mezzo stampa. Ma al di là delle parole urge la politica, e ancor più il “che fare” per la città ferita. La corsa per le amministrative di Milano era già iniziata, ma Covid-19 la condizionerà pesantemente, perché segnerà in profondità il carattere della città e i suoi trend di sviluppo. Non cambierà completamente pelle, ma la stagione delle week, dei Saloni (il Mobile resta in dubbio) e delle vetrine illuminate giorno e notte – insomma il modello Sala-Expo – potrebbe cedere il passo ad altro.

 

Beppe Sala, in queste settimane drammatiche per una città costretta ad “abbassare la clèr”, ha scelto il profilo basso. Un video messaggio al giorno su Facebook, dai toni rassicuranti, per spronare i milanesi a osservare le restrizioni, con un occhio ai più deboli, gli anziani ancora più soli perché considerati troppo spesso sacrificabili, il volontariato, le scuole (ieri l’annuncio che Comune distribuirà una prima tranche di 150 computer alle famiglie con figli in età scolare che non possono seguire le lezioni online. Certo il sindaco non perde di vista l’altro palazzo, la Regione, dal quale ogni giorno il concorrente virtuale alla poltrona più ambita della città, Giulio Gallera, guida la guerra vera dalla prima linea. Ma non per questo smette i panni di manager pragmatico, e pensa al “dopo” del suo modello di città, la città dalle 300 mila imprese. Ci sarà il sistema degli eventi, grande volano, da tutelare ora e far ripartire poi. C’è il volano delle Olimpiadi, lontane sei anni ma sei anni sono tremendamente pochi in questa situazione. C’è l’immobiliare che subirà colpi duri (vedi box in questa pagina). Sala è troppo avveduto per non sapere che, se i ceti produttivi della città lo considerano un leader e una risorsa indispensabile, sarà nei quartieri popolari che occorre una battaglia all’insegna dei fatti concreti, dove le famiglie faticheranno più di prima a pagare il canone irrisorio delle case popolari, e dove la disoccupazione si sta facendo già sentire. Quartieri dove l’urbanistica “tattica” prodotta fino ad oggi non ha lasciato il segno. proprio pensando ai drammi del Covid-19 nei quartieri popolari, Sala ha pensato a uno strumento utile anche per il dopo. E’ il Fondo San Giuseppe (il nome l’ha scelto l’arcivescovo Delpini), uno strumento per aiutare chi ha perso il lavoro. Il Fondo è partito con una dotazione iniziale di 4 milioni di euro e realizzerà i suoi obiettivi grazie ai tanti cittadini ed enti che non faranno mancare il loro sostegno. Il Fondo San Giuseppe è dedicato ai disoccupati, ai dipendenti a tempo determinato cui non è stato rinnovato il contratto, ai lavoratori precari, ai lavoratori autonomi, alle collaboratrici familiari e altre categorie di lavoratori fragili. Il Fondo, in sintonia con la Fondazione Welfare Ambrosiano, oltre ad anticipare le risorse per la cassa integrazione (che arriva con colpevole ritardo), servirà per alimentare il credito alle partite Iva e per favorire i progetti di rilancio. Infine, per far riemergere la città, dopo la tragica avventura virale, il sindaco pensa di utilizzare l’artiglieria pesante: le imprese partecipate dal Comune. A partire da Metropolitana Milanese che sta mettendo a punto un programma di risanamento delle 30 mila case popolari che gestisce. Puntando anche sulla scelta di restituire socialità ai quartieri, con servizi, ambulatori, animazione, rivolti ai residenti, con un occhio attento ai meno giovani. Gli altri progetti da rilanciare toccano da vicino il profilo da smart city di Milano. La città digitale, da tempo, viene accompagnata per mano da A2A. Dal digitale, ai trasporti, all’energia, la lunga marcia che deve subire una forte accelerazione, dopo la bufera Covid 19. E nella smart city uno spazio privilegiato è dedicato alla mobilità elettrica e al progetto, già avviato da Atm, che vale un investimento di 365 milioni di euro. Poi c’è il lavoro che potremmo chiamare “di prossimità” che il Comune tramite le sue strutture sta mettendo in campo per facilitare la vita dei milanesi, anche in collaborazione con gli enti di volontariato. Ma è chiaro che, per molto tempo, saranno governo e regione a guidare le operazioni (e ad avere la visibilità). Così come è chiaro che toccherà molto anche al Comune trovare le risorse per sostenere una città che non correrà più così forte, e da sola.

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