Leolandia, Gardaland e gli altri: bambini, non si gioca più

Luciana Grosso

Il settore dei parchi muove più di due miliardi e mezzo tra guadagni e indotto, e occupa 25 mila persone. "Ma quest'anno per noi il 2020 non ci sarà"

"Tanto vale dirlo subito, quest’anno non ha senso parlare di apertura” parla chiaro Giuseppe Ira, titolare di Leolandia, grande parco giochi tra Milano e Bergamasca e presidente dell’Associazione parchi permanenti italiani, “il 2020 “di fatto, non esisterà”. Eppure di recente la dirigenza di alcuni parchi ha detto di star preparando all’apertura seppur contingentata: “Mi sembra prematuro, in mancanza di protocolli precisi e seri in merito alla sicurezza. Il governo per ora non si è minimamente preoccupato del settore parchi, nessuna indicazione, nessuna direttiva, nessuna data”. E tanti saluti ai bambini, già così penalizzati. Può sembrare l’ultimo dei problemi, ma le ricadute economiche sono pesanti. I visitatori dei parchi italiani sono 18,4 milioni (tra parchi giochi, acquatici e faunistici; solo Gardaland ha avuto, nel 2017, 2,6 milioni di visitatori). Significa lavoro per 230 aziende (più l’indotto) che muovono quasi due miliardi tra guadagni (500 milioni) e indotto (1 miliardo e mezzo) e occupa più di 25 mila dipendenti tra fissi e stagionali. “Pensare a una riapertura, francamente è impraticabile. In primo luogo non c’è tempo. Un parco per funzionare ha bisogno di manutenzioni continue, costanti che sono indispensabili. Anche se il lockdown finisse domani, non ci sarebbe il tempo per un’ipotetica apertura estiva”. Il problema principale sono i costi e il pubblico: “Un parco divertimenti, grande come Gardaland o Leolandia, ma anche uno anche di piccole dimensioni, non ha solo enormi costi di gestione ma anche di investimento per rendersi sempre più attrattivo. Questi costi si possono compensare solo con grandi afflussi di pubblico. Se si consente l’accesso a un numero limitato di visitatori, il gioco non regge più, a meno di mettere i biglietti a prezzi accessibili, ma nessuno può permettersi di spendere centinaia di euro per un pomeriggio sulle giostre”.

 

Certo, di questi tempi si naviga a vista, nessuno sa di preciso cosa succederà tra una settimana o tra un mese. “Non ho la sfera di cristallo – continua Ira – Nessuno ci ha detto come saremo aiutati o anche solo ‘se’ saremo aiutati. Il che non è dettaglio da poco, perché il nostro settore, per come è fatto, si mantiene da solo, senza prestiti. Questo perché siamo costretti, un po' dal mercato e un po' dal fatto che ci piace. I Parchi italiani investono circa 100 milioni ogni anno. Solo la mia Leolandia ne ha investiti 30 in quattro anni. Alle banche piace poco e spesso sono restie a concederci prestiti, anche se farebbero bene a noi e al territorio”. Dunque si campa di biglietti e di souvenir? “Per lo più sì. E si restituisce al territorio moltissimo, sia sotto forma di imposte che di indotto”. E se i rubinetti degli ingressi di chi  va sulle giostre e compra magliette ricordo si dovessero chiudere? “Le strade sono due. La prima: arrivano delle forme di sussidio e prestito a lungo termine, perché la catena degli investimenti e degli ammodernamenti non può fermarsi, soprattutto adesso che serviranno sistemi intelligenti di gestione dei flussi e delle code. La seconda: si chiude per sempre, non per il 2020. Fino ad ora, non ci ha contattato nessuno. Ma se la cosa, con i soldi e il lavoro che genera, non interessa che ce lo dicano e ci regoliamo di conseguenza. La mia opinione è che prima ancora di decidere quando e come uscire dal lockdown, l’Italia debba capire cosa vuole essere:  un paese che tutela le sue (redditizie) aziende e i suoi lavoratori o  un paese che invece si volta dall’altra parte e pensa che in fondo, di quattro giostre si può fare a meno”. Lo capiscono anche i bambini: senza ottovolante non si muore, ma se la giostra gira, è più bello per tutti.