Il “Dpcm” alternativo di Fontana per rilanciare la Lombardia

Daniele Bonecchi

Per ripartire già stanziati 3 miliardi. Ma serve aiuto da Roma e deregulation. Trasporti e imprese

Suo malgrado è diventato il simbolo di una regione che ha voglia di lasciarsi alle spalle i drammi dell’epidemia, archiviando al più presto i pasticci della fase 1. E’ Alessandro Mattinzoli, da Desenzano del Garda, già sindaco di Sirmione, assessore allo Sviluppo economico di Attilio Fontana, ha imparato a sue spese cos’è Covid-19: 55 giorni di isolamento negli Spedali Riuniti di Brescia, con due momenti davvero critici. “Ora siamo qui – dice con la voce ancora affaticata – e il primo impegno è stato quello di ascoltare il mondo dell’impresa, le associazioni, i singoli commercianti, per ricostruire l’economia del territorio”. La corazzata lombarda si è mossa (anche prima del 4 maggio, è evidente). Al netto di polemiche, ritardi e inchieste giudiziarie, Regione Lombardia prova a navigare col suo carico di risorse e progetti. Il suo “dpcm” per la fase 2. Certo, ci sono i vincoli dei decreti governativi per tutelare la salute dei cittadini (più che aiutare, spesso, confondono) ma la Regione più ricca d’Italia non può rinunciare al suo destino: lavoro, industria, affari. Anche se molto dipenderà dal volume di fuoco che il ministro Roberto Gualtieri riuscirà a mettere a disposizione col nuovo decreto destinato a finanziare la rinascita dell’economia.

 

Regione Lombardia ha già messo a disposizione un investimento monstre triennale che supera i 3 miliardi di euro. Da spendere per infrastrutture e interventi strategici, come il completamento dell’autostrada Pedemontana, il collegamento da Meda all’A4, il sostegno alla riconversione industriale delle imprese, l’edilizia scolastica, la digitalizzazione. 400 milioni sono destinati agli enti locali. “Abbiamo fatto un gran lavoro al tavolo con le associazioni imprenditoriali – spiega Fabrizio Sala, vicepresidente e assessore alla Ricerca, Innovazione, Università, Export e Internazionalizzazione – con un occhio di riguardo alla digitalizzazione. Certo le grandi risorse devono arrivare dal governo anche perché noi abbiamo investito moltissimo nell’emergenza sanitaria. Per rilanciare le attività abbiamo messo più di 3 miliardi sulle infrastrutture ed una cifra importante anche a disposizione dei comuni”, conclude. “Le manovre più corpose devono venire dal governo – conferma Mattinzoli – Alle aziende servono risorse fresche e per commercio e turismo servono scelte diverse rispetto alla grande industria. Le esigenze di una fabbrica sono molto diverse da quelle della filiera del turismo. Il turismo non è solo un albergo che riapre i battenti, è lo shopping, il lavoro manutentivo, le imprese che lavorano per le ristrutturazioni, i fornitori, l’enogastronomia, l’artigianato. E poi naturalmente il valore dei territori e le politiche di marketing. Dunque occorre un impegno almeno di tre anni, non basta un cartello con scritto ‘aperto’. E i criteri e il protocollo per garantire la sicurezza ai clienti dimezzeranno (come minimo) le presenze. Dunque queste attività non possono accontentarsi di un sostegno una tantum ma hanno bisogno di essere accompagnate. Io chiedo che, se un imprenditore non licenzia, deve essere aiutato a pagare i contributi: il primo anno al 50 per cento, il secondo anno potrebbero aumentare del 10 per cento e il terzo andare a regime. Si potrebbe sperimentare anche una flat tax per tre anni, il primo anno con una percentuale forfettaria (decida il governo quale, attorno al 20 per cento), il secondo anno aumenti di 5 punti e il terzo al 35. Cosi scenderebbe la pressione fiscale su queste imprese che saranno in grande difficoltà, semplificando e sperimentando”. Mattinzoli – che ha già licenziato due provvedimenti per sostenere il credito all’impresa – ha riunito, giorni fa, i rappresentanti dell’Abi (banche) per chiedere un percorso di accesso ai prestiti per le imprese più rapido: solo 10 giorni e non i soliti 2 mesi. “Una decisione l’abbiamo già presa: abbatteremo del 60-70 per cento i costi per la sanificazione e per tutte le spese relative alla prevenzione e alle procedure collegate a Covid: guanti, mascherine, apparecchi per misurare la temperatura, sanificazione del locale”, spiega. Sono già operative due misure.

 

Lunedì scorso Attilio Fontana ha incontrato in Prefettura a Milano il premier Giuseppe Conte, in visita “pastorale” in Lombardia con strascico di polemiche (è arrivato a Bergamo a notte fonda e ha bistrattato una cronista che chiedeva lumi sulla mancata zona rossa). Fontana ha messo sul tavolo alcune richieste, a partire da una forte iniezione economica. La prima, doverosa, il sostegno alle famiglie, con l’accesso agli asili nido, la creazione dei servizi per l’infanzia, la necessità di coniugare il rientro al lavoro dei genitori con la gestione dei figli e l’ipotesi di congedi parentali. Ma subito dopo ha messo l’accento su due aspetti essenziali: il sostegno alle imprese, con la necessità di rispondere in tempi rapidi alle richieste e di semplificazione. Per finire, ma non per importanza, la gestione del trasporto pubblico locale, con le necessità di potenziamento e gestione dei controlli in sicurezza il mantenimento delle distanze tra i passeggeri. E’ chiaro che i trasporti pubblici sono la spina nel fianco dei grandi centri, a partire da Milano. Senza ridisegnare gli orari dei servizi pubblici (e della scuola) sembra impossibile contingentare gli ingressi in metropolitana e sui bus. Al punto che Arrigo Giana e Andrea Gibelli, ad di Atm e dg di Fnm, hanno scritto al ministro dei trasporti De Micheli spiegando che i mezzi di trasporto pubblico non sono in grado di soddisfare i requisiti di distanziamento sociale richiesti dal governo e di conseguenza “l’offerta di trasporto sarebbe assolutamente insufficiente, anche a fronte di una domanda che, prevedibilmente, sarà inferiore rispetto al pre Covid. Anche Marco Piuri, ad di Trenord, puntualizza: “Prima del coronavirus trasportavamo 820 mila pendolari al giorno ma 350 mila di questi, il 42,7 per cento del totale, si concentravano in sole 4 ore di servizio: dalle 6 alle 8 e dalle 17 alle 19. Questo nella Fase 2 non potrà avvenire, bisognerà valorizzare le fasce di morbida, come quella tra le 10 e le 16. Per poter fare questo, chiediamo alle imprese, alle Camere di Commercio e alle associazioni di categoria di dirci come intendano riorganizzare i turni dei dipendenti e quanti di questi dovranno muoversi in modo da capire come conciliare le loro esigenze e le nostre possibilità di garantire un servizio sicuro. Trenord sta già facendo questo lavoro: abbiamo inviato questionari a 550 mila pendolari e faremo altrettanto con 500 imprese convenzionate”. A rincarare la dose ci ha pensato l’ex assessore ai trasporti della giunta Albertini, Giorgio Goggi, che, di fronte al progetto di mandare i cittadini in bicicletta in ufficio ha postato: “Facciamo un po’ di conti: la metropolitana trasporta 1,2 milioni di passeggeri al giorno, gli altri mezzi almeno 500 mila, Trenord dichiara picchi di 800 mila passeggeri al giorno.  Ridotta del 70 per cento la capacità di questi sistemi sarà di 750 mila passeggeri giorno. Che ne sarà dei restanti 1.750.000 passeggeri? 1.750.000 ciclisti? Qualcuno andrà a piedi, ma almeno 1,5 milioni di persone al giorno avranno bisogno di un diverso trasporto. Forse il sindaco dimentica che il bacino milanese non riguarda solo Milano, ma va ben oltre la città metropolitana”. Ovviamente la risposta la sanno tutti, compreso Sala: si andrà in auto. Trenord, che ha il compito più gravoso, procede coi progetti per garantire il distanziamento, in attesa che arrivi l’ultima tranche dei nuovi treni.

 

La Regione ha messo a punto anche un Piano straordinario per la difesa dei prodotti lombardi, a partire da formaggi e vini, con un investimento iniziale di 6 milioni. Perché anche l’agricoltura è in difficoltà. Nel concreto, è pronta ad acquistare formaggi locali anche per destinarli alle famiglie in difficoltà. Discorso simile per i vini, anche di pregio, che beneficeranno di aiuti economici per essere commercializzati a prezzi promozionali. Il piano è dell’assessore all’Agricoltura Fabio Rolfi. Il tutto senza dimenticare ulteriori misure a favore di agroindustrie e agriturismi. Lunedì 4 maggio prova generale della ripresa. Ma con cautela.