I numeri della crisi e la scelta di Fontana oggi: aprire tutto il 18?

Daniele Bonecchi

Il cauto governatore dovrà trovare la risposta giusta all’insegna dell’autonomia differenziata: degli esercizi pubblici

Una delle vittime eccellenti di Covid – con tutto il rispetto per le migliaia di persone cadute – è l’autonomia differenziata. Avevamo lasciato, a gennaio, il ministro per gli Affari regionali e le autonomie Francesco Boccia impegnato con un modello di nuovo regionalismo, e lo abbiamo ritrovato alle prese con una fase 2 che, vista dalla Lombardia, più che differenziata è confusa. La regione più colpita – e tutt’altro che guarita nonostante i dati di vittime ricoveri in terapia intensiva e contagi in calo – sarà di fatto una delle ultime a riaprire, in alcuni settori. Così, i lombardi hanno avuto l’impressione che mentre alla prima occasione è scattato il “liberi tutti” con l’autonomia fai da te di Sicilia (con l’intervento contrario del Tar) e Alto Adige, dove regione e provincia autonoma hanno aperto contro il parere del governo bar, ristoranti e parrucchieri, qui si è rimasti al palo. E i numeri dell’economia parlano da soli.

 

A partire dai piccoli ristoratori (multati durante la protesta in piazza a Milano) ancora sul sentiero di guerra, perché – comunque vada – per loro, riaprire senza paracadute economico, col peso delle tasse, dei vincoli sanitari e i consumatori in calo, sarebbe un suicidio annunciato. Per il resto del mondo del commercio lombardo (turismo compreso), la proiezione per il 2020 parla di perdite per 8,2 miliardi (- 40 per cento). E il 65,8 per cento delle imprese che subiscono queste perdite è a conduzione familiare, senza dipendenti, e quindi senza Cassa integrazione. Il loro reddito scende nel 2020 al 40 per cento di quello abituale. Ed è a rischio chiusura fino al 50 per cento di queste microimprese. A marzo i consumi in Lombardia erano già calati del 32 per cento (4,101 miliardi di euro) e le prospettive sono ovviamente ancora più negative, a causa delle molte attività commerciali ancora chiuse in questo mese di maggio di avvio della fase 2. “Con 211 miliardi, la Lombardia rappresenta il 20 per cento dei consumi nazionali. I settori del turismo e dei servizi, fermi nella quasi totalità escono stremati”, conferma Confcommercio Lombardia.

 

Secondo Federalberghi, nel 2020, il fatturato del comparto ricettivo subirà una perdita di quasi 17 miliardi di euro (‐71,4 per cento) a livello nazionale. Anche gli oltre 50 mila esercizi della ristorazione lombardi sono pressoché fermi. Fipe-Conf-commercio (la Federazione italiana dei pubblici esercizi) stima che ogni settimana di chiusura determini a livello nazionale una perdita di 1 miliardo e 700 milioni. La ritardata riapertura degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e di molte attività artigianali, come prospettato nel calendario della fase 2 non farà altro che peggiorare la situazione”, conclude Conf-commercio. La lunga trattativa tra governo e regioni (al netto del decreto Aprile derubricato a Rilancio) ha portato a una conclusione, anzi due. Lunedì 18 maggio riapriranno le attività del commercio e dell’artigianato ferme ma le regioni decideranno concretamente i calendari in autonomia. La Lombardia, la regione più segnata dalla pandemia, dovrà decidere oggi. Dopo l’accordo tra le forze di maggioranza sull’agognato decreto Rilancio” (tutto ancora da leggere) che distribuisce al mondo dell’impresa 55 miliardi, ora spetta ad Attilio Fontana prendere una decisione. Parrucchieri ed estetisti dell’Unione artigiani confidano di poter incrociare le forbici lunedì prossimo. Oggi è il gran giorno e Fontana, che riunisce imprese e sindacati stamattina alle 10, è di fronte al dilemma: aprire tutto (bar, ristoranti e parrucchieri) il 18 maggio, dando ragione alle associazioni di categoria o scaglionare le aperture, ma potrebbe anche sposare la terza via: tutti quelli che rispettano i requisiti previsti dalle nuove regole, a partire dalla misurazione della temperatura all’ingresso, potrebbero aprire il 18 maggio. Il cauto governatore Fontana dovrà trovare la risposta giusta all’insegna dell’autonomia differenziata: degli esercizi pubblici.