Cronista a Milano

Maurizio Crippa

Paolo Maggioni ci racconta due mesi di lockdown vissuti in città con la squadra di RaiNews24

Giorni dopo, frugando nelle tasche, ha trovato lo scontrino di una colazione alle 6 e 30 del mattino, in un bar di Codogno. Un bar cinese. L’ultima colazione del mondo di prima. Paolo Maggioni se lo terrà caro, negli anni a venire, non come una nota di merito ma come il ricordo di esserci stato subito, da protagonista, in quei giorni. Facendo il lavoro che ama. Ma quando qualcuno scriverà la storia di questi mesi lombardi terribili potrà aggiungere anche questo dettaglio: Paolo Maggioni è stato uno dei primi giornalisti televisivi a essere lì, alle 4 del mattino del 21 febbraio 2020, fuori e dentro l’ospedale di Codogno. A raccontare quel che stava accadendo e di cui nessuno ancora aveva la percezione. “La notte del 20 era arrivata la segnalazione, ci hanno chiamato dalla redazione e siamo partiti al volo da Milano, con la squadra di RaiNews 24. La cosa più impressionante, ripensandoci? Le facce di tutte quelle persone, medici, infermieri, i normali cittadini più stupiti che allarmati per tutti quei giornalisti, per le sirene, in un paese tranquillo come Codogno”.

 

Nessuno poteva immaginarsi il dopo, “ma ho subito fatto il tifo per Mattia, ha anche la mia stessa età. Il virus è stata subito una faccenda di empatia”. Tra gli appunti per la futura storia, possiamo aggiungere anche questo: Paolo Maggioni è probabilmente anche il primo giornalista ad essere stato messo in quarantena. Rientrato in redazione, sul computer gli è comparsa una comunicazione della Rai che gli imponeva, dopo tutte quelle ore passate nell’ospedale del Paziente 1, di mettersi in isolamento per alcune settimane. E quando finalmente ha potuto uscire e tornare al lavoro che ama, nella città dei milanesi, che ama di una passione contagiosa, quasi quanto ama la sua Inter, ha trovato il mondo cambiato. La gente era scomparsa, i giornalisti, le ambulanze e i pochi autorizzati a guardarsi oltre la mascherina, con quella distanza nuova da tenere. Quel modo nuovo di dover fare attenzione. Cos’hai trovato, Paolo? “All’inizio è stato un po' straniante. Scoprire, dopo un mese, una Milano vuota, muta. In un attimo diventi ipersensibile ai rumori, calcoli mentalmente se stanno passando troppe macchine, se le persone non rispettano la distanza. Un giorno intervisto Fabio Fazio, abita in zona Policlinico, e mi dice: ‘Ho imparato a capire come va la giornata in base al numero di ambulanze che sento arrivare’. Una città in cui siamo stati tutti ‘in allarme’, al balcone, alla finestra, in coda al supermercato”. Paolo è appassionato, nelle sue storie. E’ la persona giusta per farsi raccontare cosa è stata la Milano del lockdown. Il vuoto e la paura ma anche le persone, la solidarietà e “quella voglia matta di tornare a guardarsi, a condividere che c’era da subito e che ho visto in questi ultimi giorni”. Scuola (milanesissima) di Radio Popolare, poi Caterpillar a Radio Rai, maestri ideali come Beppe Viola, Maggioni è da cinque anni nella “squadra”, la chiama lui, di RaiNews 24 di Antonio Di Bella, “dico squadra perché lo è, un’idea di tv di stare molto sulla strada, non solo io ovviamente ma le altre inviate, le troupe. Prendere storie e immagini”. E chiudere poi la giornata, in quei giorni cupi, coi dati del bollettino alle 18, davanti all’Arco della Pace. “Lì c’era una postazione Rai, pronta anche a eventuali emergenze. Ma mi è sembrata la scelta giusta trasmettere da lì, è uno dei luoghi più cari ai milanesi, non un fondale cliché”.

 

E ha raccontato, bene perché ha il piglio del narratore, appassionato, la Milano del virus. “Una fotografia: le immagini dall’alto della città, coi droni. Il giornalismo era abituato a raccontare la città in orizzontale, le persone, il ‘palazzo’, economia, politica. Vederla dall’alto è una scoperta. Poi torni a terra, incontri le persone, hai tempo per le storie”. Ha realizzato uno dei video più belli che ho incrociato in tv, 14 minuti, proprio partendo dalle immagini dall’alto, come fosse un abbraccio, e poi ad altezza uomo tra le persone, le parole, le finestre, le sirene. E alla fine, quasi un grido: “Quell’amico che hai voglia di incontrare ancora è la tua città, ti amo Milano, a presto”.

 

Cosa ti ha colpito della gente? “Tra le tante cose, la solidarietà, la vicinanza nella distanza. I ragazzi volontari che si sono organizzati subito per portare la spesa o le medicine agli anziani, le ragazze della Bovisa che si sono inventate i cestini calati dai balconi con la roba dentro per chi non ne aveva. Una voglia, spero non passeggera, di condividere, di aiutarsi. Che poi è proprio la cifra di questa città”. Che da qualche giorno sta riaprendo. Che effetto ti fa? “All’inizio c’è un po’ di apprensione nella gente, lo percepisci. Questo dover prendere le distanze. Ma ho colto soprattutto la voglia di un ‘riaffacciarsi attento’, direi. Con le regole ma con tanta curiosità. Un bisogno di tornare a guardarsi, anche i bar, i luoghi, farli ridiventare posti preziosi, tempo prezioso. L’altro giorno mi è venuto in mente di andare dove c’era l’Expo. L’impressione di vedere il Decumano vuoto, con le cose che stanno crescendo. Cinque anni fa lì c’erano le code pazzesche, cose che adesso chiameremmo ‘assembramenti pericolosi’. Cambierà tutto. Ma lì c’è ancora il padiglione del Nepal, ti ricordi? Poco prima di Expo ci fu un terremoto, loro tornarono in patria. Ma gli altri operai lì decisero: ve lo finiamo noi il padiglione. E così è stato. E’ lo spirito di Milano”.

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"