E tutto diventerà fiction

Andrea Minuz

Da Conte alla Capua, dai medici agli infermieri. Personaggi e interpreti, miti e mitomanie che vedremo in tv

La Fase 2 durerà tre mesi, cinque, sei, otto, nessuno può dirlo. Ma la “convivenza con il virus” per la produzione di film e fiction potrebbe diventare la norma per un tempo indefinito. Per dare un segnale di speranza, si è rifatto vivo nel frattempo il fantasma del cinema italiano, autocelebratosi in una serata dei David senza ospiti, senza pubblico, senza applausi, con le statuette consegnate a domicilio forse dai riders partiti in bicicletta da via Teulada per portare i “Glovo di Donatello” nel quadrilatero, “Monteverde vecchio-Rione Monti-Piazza Vittorio-Pigneto”, lì dove risiedono i nostri registi e attori. “Farò un film sul coronavirus!”. E’ una frase che risuona dai tempi bui del lockdown, ma con l’avanzamento verso la normalità la minaccia diventa sempre più concreta. Sappiamo già di Muccino, Salvatores, Raoul Bova. Il primo chiama a raccolta tutti gli italiani, gran compilatori di diari, poesie, denunce, racconti intimisti e all’occorrenza sceneggiatori-presi-dalla-strada per un “C’eravamo tanto tamponati” nell’era del crowdfunding creativo: “Chiunque vorrà aiutarmi a scrivere può inviarmi la sua storia”, dice Muccino, “lasciate scorrere in libertà i pensieri folli e inesplorati che navigano nelle vostre menti”, in alternativa si possono mandare idee e proposte ai progettisti di Immuni. Salvatores prova a montare una valanga di video girati con lo smartphone. Evocato da vent’anni come appuntamento fatale, ecco che lo spettro del “film fatto col telefonino”, ribattezzato nel frattempo “vertical cinema”, è ormai pronto a diventare la grande piaga del nostro tempo (il fenomeno è chiaramente fuori controllo: alzi la mano chi non è stato contattato per “raccontare in un video la propria quarantena”, io ne ho inviato uno persino a Tecnocasa, ottimizzando valutazione dell’immobile, autofiction e testimonianza civile). Raoul Bova pensa infine a una serie sulla Croce Rossa “di grande respiro internazionale”. Ma c’è anche “Tutte a casa – Donne, Lavoro, Relazioni ai tempi del Covid-19”, documentario partecipato ideato da un gruppo di professioniste dello spettacolo. C’è insomma, nonostante tutto, grande euforia e voglia di ripartire. Progetti, accordi, compravendite di diritti, riunioni di sceneggiatura su zoom e task-force di showrunner con almeno cinque donne (di cui tre senza messa in piega, in quota Giovanna Botteri). Tutti scalpitano per scaraventarsi dentro una realtà non più indecifrabile ma finalmente carica di storie piccole, medie, grandi e gigantesche. Si ripescano vecchi script accantonati e oramai ingialliti negli scantinati di Rai Cinema. Ogni cosa andrà riletta alla luce delle sconfinate possibilità narrative della pandemia perché, come dice il proverbio del ministero dei Beni culturali Direzione generale Cinema, “se la sceneggiatura è brutta, mettice er virus”. E’ la vocazione italiana autentica al racconto della cronaca che si fa epica. E’ lo spiccato senso nazionale e neorealista per il riscatto e la rinascita e la ricrescita sulle macerie, come nel dopoguerra col cinema che ci rese grandi e celebri in tutto il mondo. L’apertura della sede romana di Netflix, nuova “Hollywood sul Tevere”, non sarà mica un caso. Nel frattempo, lunedì hanno riaperto i set nel Lazio, chiaramente in versione “blindata”, come ha spiegato Zingaretti. Quindi test e tamponi (finalmente) per gli attori prima delle riprese, mascherina obbligatoria appena si esce di scena, medico di base accanto al regista o all’occorrenza dietro la macchina da presa, per girare qualche scena se il regista non si sente tanto bene. C’è il problema dei baci, di cui si parla ormai da tempo (per le scene di sesso era già arrivato il vigile-sorvegliante del #metoo, mentre le ammucchiate ricadono nella normativa sugli “assembramenti”). C’è il problema della folla e delle scene di massa, ma si rimedierà col digitale, e non è che poi siano mai state una nostra specialità, troppo costose, troppo difficili da girare, si porta ancora oggi come vertice esemplare la parata di bandiere rosse in “Novecento”. Insomma, tutta una procedura defatigante che potrebbe spingere verso filmettini con tre personaggi a tavola che parlano e uno che guarda fuori dalla finestra, come peraltro si è sempre fatto.


Progetti, accordi, compravendite di diritti, riunioni di sceneggiatura su Zoom e task force di showrunner. Crowdfunding creativi


 

Se nel lockdown siamo andati avanti col magazzino e l’esaurimento scorte (film di Totò, vecchi classici su Netflix, repliche di “Montalbano”, persino “I fratelli Karamazov” di Sandro Bolchi o “L’Orlando Furioso” di Ronconi con l’allerta del segnale Rai, “programma registrato prima del dpcm sul coronavirus”) ora è giunto il momento di sintonizzarsi con il presente. Ci si aspetta molto soprattutto dalla fiction Rai, cui spetta come da contratto aziendale e linea editoriale approvata in Cda, “il racconto del vissuto del nostro paese, la necessità radicarsi nell’attualità e promuovere narrazioni inclusive provando a restituire lo spirito del tempo”. Dunque, è il momento giusto per osare. Visto che adesso i produttori sono chiusi in casa e hanno più tempo per leggere proposte, idee, soggetti o l’inserto culturale del sabato del Foglio, ci permettiamo qualche agile spunto in libertà. Si potrebbe insistere anzitutto sul genere biografico/agiografico, il racconto delle vite dei protagonisti del nostro tempo pandemico, uomini che hanno dovuto prendere decisioni difficili in poco tempo, nell’ora più buia e con Rocco Casalino nell’ufficio stampa. Penso ad esempio a “L’avvocato che salvò l’Italia”, vita, opere, miracoli e decreti di Giuseppe Conte, interpretato da Alessio Boni, una serie evento in quattro puntate per la prima serata di RaiUno, scritta da Andrea Scanzi e presentata in studio con una lunga introduzione a braccio da Eugenio Scalfari, come usava una volta. Una fiction di alto profilo civile che si ricollega alla grande tradizione dello sceneggiato Rai, alle vite d’illustri italiani ripercorse attingendo a fonti ufficiali, documenti d’epoca, atti parlamentari, come il “Cavour” del 1967 con Renzo Palmer e soggetto di Giorgio Prosperi (“Giuseppe Benso Conte di Cavour” dirà Scalfari nella presentazione simulando un lapsus). Ma si trae qui spunto anche dalla famigerata “quadrilogia didattica” di Rossellini o dall’inondazione di fiction biografiche degli ultimi anni: ecco Giuseppe Conte nel pantheon del servizio pubblico, lì dove brillano il Di Vittorio di Favino, il Moro e il Padre Pio di Castellitto, il De Gasperi di Gifuni, l’Olivetti-Zingaretti, il Bartali-Favino, l’Enrico Piaggio-Alessio Boni, e poi ancora Perlasca, Chinnici, Salvo D’Acquisto, Domenico Modugno, Pietro Mennea, la freccia del sud. Ecco l’infanzia del piccolo premier a Volturara Appula, semplice e pura, come i sapori di una volta, con papà Nicola, mamma Lillina, l’ostetrica fatta venire apposta da Macerata. Una famiglia italiana perbene, a modo, riservata, il calcio, gli amici, i gelati, lo studio matto e disperatissimo. Grande enfasi poi sugli anni dell’Università, con la messa a punto del timbro vocale, e delle prime, avvolgenti circonlocuzioni giuridiche e grande prova stanislavskiana di Alessio Boni che sfodera un foggiano da accademia. Poi un’ascesa inarrestabile, la direzione della collana Laterza, “i Maestri del diritto”, il ricco e blasonato curriculum (dove lo sceneggiatore Scanzi si fa prendere la mano), Yale, Vienna, Sorbonne, Cambridge, l’incontro a Teano con Grillo e Casaleggio nel 2013, quella telefonata che ha cambiato le sorti del paese, l’intoppo Paolo Savona, lo sliding doors con Carlo Cottarelli (“chissà dove saremmo ora”, dirà Scalfari nella presentazione). Una serie-evento quantomai necessaria, in linea col manifesto di Rai Fiction che ricerca, “grandi produzioni legate a personalità o momenti della storia e della cultura del paese che hanno avuto una rilevanza universale e come tale condivisibile da un pubblico internazionale”. Ma pensiamo anche a progetti più piccoli e intimisti e in parità di genere per RaiTre. Ad esempio, “Ilaria”, con Anna Foglietta nei panni di Ilaria Capua, una docufiction prodotta da Stand By Me che racconta la complessa biografia della virologa cacciata via dall’Italia; o “Gli Angeli del virus”, miserie in sei puntate sulle precarie dello Spallanzani. Una spinta didattico-pedagogica innovativa e spiritosa, capace di sensibilizzare gli italiani sui decreti della presidenza del Consiglio dei ministri, potrebbe essere quella di “Un congiunto imperfetto”, family comedy perfetta per RaiDue, sicuramente nelle corde di Ivan Cotroneo, showrunner e sceneggiatore qui alle prese con una galleria di personaggi a metà tra “Incantesimo” e “I Cesaroni”. Certo, anche Mediaset non resterà a guardare. Qui ci vorrà un palinsesto aggressivo, più disinvolto, meno ingessato, capace di dare spazio al costume, alle polemiche, ai sentimenti privati, a quell’Italia ancestrale che il coronavirus ha risvegliato.

 

Ecco, “Centovirologi”, soap opera di Rete 4 in onda tutte le sere prima di Barbara Palombelli. Storie d’amore e di passione, tradimenti, vendette, lotte per il potere e scontri dinastici senza esclusioni di colpi, sullo sfondo del conflitto tra il Professor De Luigis (Alessandro Preziosi), direttore del reparto di malattie infettive del Sacco di Milano e Alberto Lazzari (Sergio Castellitto), direttore sanitario dello Spallanzani di Roma. Una soap-opera avvincente, tra doppi giochi, ricatti, finti tamponi, rincorse al vaccino, esenzioni per il ticket, indagini della guardia di Finanza e una misteriosa anestesista cinese che forse non è chi dice di essere. Dalla seconda stagione, cameo di Anthony Fauci nei panni di Bill, celebre epidemiologo americano che in vacanza a Roma si innamora della bella Giorgia Gismondo (Elena Sofia Ricci), ricercatrice di microbiologia clinica, un tempo amante del Professor Lazzari, ma ricattata dal perfido Dottor Burini per il suo oscuro passato. Una soap stile medical-drama, con un impianto classico ma aggiornata al nuovo tempo della pandemia globale, ottima anche come risposta “low-budget” alla nuova stagione della serie-evento, “I Medici” già prevista su RaiUno. Si potrà anche sfruttare lo scollamento Stato-Regioni dando forza come mai sino a ora alle Film commission, riconsiderate in chiave anche secessionista.


Nulla tornerà come prima finché non avremo nuove fiction su picciotti con lupara e mascherina che si salutano dicendo “laviamo le mani”


 

Sono maturi i tempi per “Aprire. Storia di Zaia”, docu-fiction in quattro puntate prodotta da Mediaset-TaoDue in collaborazione con la Veneto Film Commission. Marco Paolini interpreta Luca Zaia in un film tv che ricostruisce l’audace gestione del lockdown veneto, la sua personale via all’immunità di gregge, raccontando le lunghe riunioni in regione, gli scontri col governo, i dubbi, le paure, alternando la narrazione con lunghi flashback girati in finto vintage vhs del giovane Zaia “pr” di discoteche nel Trevigiano degli anni Ottanta (scopriamo così che questi ricordi di gente sudata in fila davanti al “Desirée” di Caorle o al “Manhattan” di Godega di Sant’Urbano, questi happy hour affollatissimi e fiumi di spritz e casse di prosecco sono come illuminazioni improvvise che spronano Zaia a giocare d’azzardo, contro l’Oms, contro lo Stato, contro l’immobilismo di Roma).


Andiamo verso filmettini con tre personaggi a tavola che parlano e uno che guarda fuori dalla finestra, come peraltro si è sempre fatto


 

E poi c’è Netflix. “Social Distance”, una nuova serie antologica prodotta in remoto dagli autori di “Orange is the New Black”, è stata messa in progetto. Per il mercato italiano si potrebbe realizzare, “Medical Facts. L’uomo che sapeva troppo”, un late-night all’americana condotto da Roberto Burioni con ospiti ignoranti e analfabeti, pesantemente umiliati e offesi dal pubblico in studio aizzato dal celebre virologo. D’altro canto, la Rai sta pensando a “Covid 33”, un “Techetechete” fiume tutto dedicato a Luciano Onder, da mandare in onda tutte le sere da giugno a metà settembre.


“L’avvocato che salvò l’Italia”, vita, opere, miracoli e decreti di Giuseppe Conte, interpretato da Alessio Boni, una serie evento 


Far ripartire al più presto la fiction può essere un piccolo passo per l’arte ma un grande balzo verso la normalità. Per molte persone, d’altronde, il segno inequivocabile della gravità senza precedenti di quanto stava accadendo in Italia e nel mondo, il definitivo ingresso in una nuova era indecifrabile e minacciosa, non è stata infatti la prima diretta di Conte o la visione di un reportage dalla Lombardia, ma la fine di “Un posto al sole”. La chiusura di una soap che andava avanti ininterrottamente dal 1996, sostituita con le repliche del 2012, è diventata metro e misura della catastrofe. Ma certo, nulla tornerà davvero come prima finché non avremo nuove fiction di Mafia nel palinsesto e picciotti con lupara e mascherina che si salutano dicendo, “laviamo le mani”.