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Togliere la coca dall'informazione italiana

Giuliano Ferrara

Le balle sui “boss” scarcerati e le idiozie sulle remissioni in libertà. Il procurato allarme è uno spettacolo disgustoso in cui verità e informazione arrancano dietro ideologia, bassa politica, carrierismi. Meglio tornare a parlare di epidemiologia

Tre è un numero diverso da 376. Boss mafioso è definizione diversa da manovale della delinquenza. Arresti domiciliari è nozione giuridica diversa da remissione in libertà. Chi ha sei mesi finali da scontare di una lunga pena è diverso da chi è lontano dalla espiazione della pena. Chi è seriamente malato e non in grado di essere accudito in un centro sanitario carcerario è diverso da chi è sano. La discussione grottesca se per evitare il contagio da Covid-19 sia meglio stare al 41 bis o ai domiciliari o nel lockdown o ai Navigli cancella altre distinzioni e diversità. I giudici di sorveglianza hanno doveri e poteri diversi da quelli del Guardasigilli, e le loro informazioni puntuali, caso per caso su cui si decide, sono diverse le une dalle altre. Gli unici estranei al senso delle diversità e delle distinzioni sono i titolisti e i giornalisti di carta stampata e tv che allarmano l’opinione pubblica sulla decarcerazione di 376 boss della mafia, e che ieri ne hanno aggiunti altri 400 e rotti per soprammercato.

  

Il procurato allarme, che è tra l’altro un reato penale, è diventato nel corso del tempo un vizio congenito dell’informazione. Sesso, sangue e soldi sono il veicolo classico delle notizie drogate o tabloid: la mafia si trova bene con soldi e sangue, ma nelle storie più romanzesche c’è anche una punta di sesso. Le notizie così escono drogate come avessero sniffato una pista di cocaina o il crack o la metanfetamina. Escono da alcune procure, da dipartimenti di giustizia, dall’amministrazione penitenziaria in alcune sue componenti, da settori dei servizi, da testate che si prestano volentieri ai leak di origine politica. Si abolisce il significato stesso della notizia, la sua puntualità, e lasciamo stare la correttezza, la sua pregnanza, il suo valore intrinseco. Conta solo, come per la droga, il valore di mercato, l’offerta che corrisponde a una dolorosa domanda di massa, per non parlare della strumentalizzazione politica e della lotta di fazione.

Poi uno alla radio al mattino sente un cronista giudiziario informato del Corriere o il mafiologo insigne Salvatore Lupo: dicono che i boss non più in custodia in carcere, ma sotto sorveglianza ai domiciliari, sono 3, dico 3. Dicono che il resto sono casi infinitamente minori di delinquenza territoriale mafiosa, e che ogni caso ha una storia a sé, e che di queste storie gli unici giudici in punto di diritto e di fatto sono i giudici di sorveglianza, che sanno e valutano liberamente. Ma la faccenda è ormai fuori controllo, coinvolge la politica, nuovi decreti vuoi di polizia vuoi di riesame, la retroattività, l’invasione di campo tra poteri ma stavolta con il legislativo e l’esecutivo che vogliono dare indicazioni obbligatorie ai togati, entrano in ballo il Parlamento, le mozioni di sfiducia, gli esibizionismi di magistrati d’assalto e le loro liti con un Guardasigilli pasticcione e non meno esibizionista di loro (la foto del caso Battisti, quando Bonafede andava d’accordo con il senatore Salvini e insieme offendevano in favore di camera il diritto, attuavano la messinscena dell’accoglienza forcaiola al criminale estradato, per di più in divisa come in certe repubbliche bananiere sudamericane), un ministro piuttosto così ma non mafioso che si sappia, e fioccano le grida disperate dei parenti delle vittime, si amplificano penosi appelli alla pace fra gentiluomini quando i nomi dei contendenti siano un famoso procuratore antimafia e un ministro grillino, al vertice politico si negoziano i voti, tutto si confonde in un caos orchestrato e ammaestrato dove ciascuno, nel mercato del procurato allarme, è in grado di raccogliere qualcosina per sé. Uno spettacolo disgustoso in cui verità e informazione arrancano dietro ideologia, bassa politica, carrierismi e professionismi deleteri. Era meglio quando ai domiciliari ci stavamo tutti e non si parlava che di epidemiologia.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.