La trattativa Di Matteo

Giuseppe Sottile

Al Dap, il magistrato più duro e puro e scortato sarebbe diventato anche il più potente e pagato. Qualcosa andò storto

Sarà stata la rabbia oppure il risentimento; sarà stato perché nel frattempo lui è salito ai piani alti del Csm e sente di avere già una maggiore libertà di parola. Sta di fatto comunque che Nino Di Matteo, il più coraggioso dei magistrati coraggiosi, chiamato domenica sera da Massimo Giletti a “Non è l’arena”, è sbottato contro Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia. Gli ha rinfacciato di avere aperto ma non chiuso la trattativa, avviata nel 2018, per la sua nomina a direttore del dipartimento delle carceri, meglio conosciuto come Dap, e ha spiegato che il Guardasigilli – l’uomo di Stato che pure si mostra in pubblico così pettoruto e così manettaro – alla fine se l’è fatta addosso perché i boss della mafia, intercettati nelle celle, minacciavano ferro e fuoco nel caso in cui la loro vita fosse stata messa nelle mani del pubblico ministero più puro, più duro e più scortato d’Italia. Con il linguaggio ruvido che è proprio degli uomini intrepidi e forti, il magistrato palermitano ha lanciato pubblicamente il sospetto che il ministro grillino, impaurito dalle voci tenebrose provenienti dal carcere, fosse sceso sostanzialmente a patti con i padrini di Cosa Nostra. Un sospetto pesantissimo, infamante: Bonafede, passando da una trattativa all’altra, alla fine avrebbe ceduto alle ragioni della mafia, assegnando la massima responsabilità del Dap a Francesco Basentini e sacrificando di conseguenza Di Matteo.

 

Sì, proprio lui, l’eroe dell’antimafia che Beppe Grillo in persona aveva indicato, nel pieno della campagna elettorale, come il candidato più idoneo a ricoprire addirittura la poltrona che poi Luigi Di Maio, capo politico dei Cinque stelle, preferirà affidare al suo fraternissimo amico siciliano Alfonso Bonafede, dj in quel di Mazara del Vallo. 

 

Altro che trattativa tra lo Stato e la mafia. Nel patto scellerato del 1992, mentre era ancora caldo a Palermo il sangue delle stragi mafiose, i colloqui malsani con i boss li avrebbero tenuti due alti ufficiali del Ros, il raggruppamento speciale dei carabinieri: Mario Mori e Antonio Subranni, portati alla sbarra proprio dal sostituto procuratore Di Matteo e condannati in primo grado a dodici anni di carcere per il “grave attentato alle istituzioni”. Nella presunta trattativa del 2018 invece, quella che lo stesso Di Matteo ha lasciato intravedere domenica sera su La7, la decisione di accogliere le istanze dei mafiosi sarebbe stata presa direttamente dal ministro della Giustizia.

 

Come finirà? Massimo Giletti aveva apparecchiato una trasmissione con l’ambiziosa pretesa di stabilire se la scarcerazione di tre pericolosissimi boss, passati con suo grande scandalo dal 41 bis ai domiciliari, fosse da attribuire ai giudici di sorveglianza o alle distrazioni e alle inefficienze del Dap, Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. Tra gli ospiti c’erano l’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, il sostituto procuratore antimafia Catello Maresca, il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris e il capitano Ultimo, ormai conosciuto dal pubblico televisivo come “l’eroe mascherato”. Il clima era arroventato, ma Bonafede credeva di essere già al riparo: pochi giorni prima aveva spinto Basentini alle dimissioni e aveva pure nominato al suo posto Dino Petralia, procuratore generale di Reggio Calabria. La tempesta scatenata dalle scarcerazioni sembrava ormai placata, ma l’intervento a sorpresa di Di Matteo ha scombinato tutte le certezze e il ministro, al telefono con Giletti, ha cercato di rattoppare in fretta e furia la situazione con una pezza che, come capita spesso, si è rivelata peggiore del buco. Ha detto che al magistrato aveva in un primo tempo proposto due soluzioni: o la direzione del Dap o quella degli Affari penali; e che poi aveva autonomamente deciso di offrirgli l’incarico di “maggiore importanza”, quello degli Affari penali, sia perché riteneva quel ruolo “più di frontiera nella lotta alla mafia” sia perché “era stato ricoperto da Giovanni Falcone”. Ma Di Matteo “gli spiegò che preferiva non accettare”: o il Dap o niente.

 

Una piccola bugia quella che Bonafede ha raccontato domenica sera ai telespettatori di “Non è l’arena”. Nel 2018, quando l’esponente grillino si è insediato al vertice di via Arenula, la mappa del potere interno era già stata rivoluzionata dalla riforma della Pubblica amministrazione firmata dal ministro Bassanini. La direzione degli Affari penali, che ai tempi di Martelli e Falcone era il cuore pulsante del ministero, era stata ridotta al rango di un ufficio subordinato all’interno del Dipartimento affari di giustizia, meglio conosciuto come Dag. Ma non è tutto. Quando il ministro grillino la propone a Di Matteo su quella poltrona – indubbiamente autorevole, ci mancherebbe altro – c’è Donatella Donati, nominata dal predecessore di Bonafede, Andrea Orlando, e perciò inamovibile per almeno altri tre anni. Dunque non solo la direzione degli Affari penali non era disponibile, ma era stata ridotta a una cosuzza, si fa per dire, che difficilmente avrebbe coronato le ambizioni del magistrato più in vista e più applaudito sul palcoscenico dell’eroismo e della lotta alla mafia. Il Dap, invece, avrebbe consegnato a Di Matteo un impero di 191 istituti carcerari, con un bilancio di due miliardi e settecento milioni di euro, con un esercito di 36 mila agenti di polizia penitenziaria e con una squadra speciale, i famigerati Gom, in grado di controllare e intercettare ciascuno dei 740 boss in regime di carcere duro e di gettare un occhio anche sugli altri 53 mila detenuti esposti, dal sovraffollamento, a ogni insofferenza, a ogni promiscuità e a ogni contagio. Per avere un’idea della differenza di peso, di responsabilità e di prestigio basta raffrontare gli stipendi che il ministero prevede per i due incarichi: alla dottoressa Donati, a capo della direzione degli Affari penali, è assegnato un compenso annuo di 180 mila euro; mentre per il direttore del Dap il compenso lordo sfiora i 300 mila euro e con una clausola che fa passare in second’ordine tutti gli altri privilegi: se il capo delle carceri, come è successo a Basentini, si dimette o viene cacciato prima che scada il suo mandato, non avrà da preoccuparsi perché quel lauto stipendio gli sarà garantito fino alla pensione. Se la sua personale trattativa con Bonafede fosse andata in porto, Nino Di Matteo – che è già il più puro, il più duro e il più scortato – sarebbe diventato anche il magistrato meglio pagato d’Italia. Ma lui non lo avrebbe fatto per i soldi, bisogna riconoscerlo. Il suo obiettivo era ed è quello di contrastare la mafia ovunque si annidi, di scovare le sue complicità e le sue trame oscure, di smascherare i registi occulti e di tenere nelle patrie galere, fino all’ultimo giorno di condanna, boss e picciotti di Cosa nostra, della ‘ndrangheta e della camorra. A costo di contrastare il monito di San Tommaso d’Aquino secondo il quale “la giustizia senza castigo è un’utopia ma il castigo senza misericordia è crudeltà”.

 

Solo che Bonafede ha deciso diversamente e Di Matteo non gli darà tregua. Quando annusa un odore di trattativa tra stato e mafia, il più coraggioso dei magistrati coraggiosi non perdona e va fino in fondo. Anche nei confronti del ministro. L’altra sera lo ha sputtanato in televisione. Per il resto, chi vivrà vedrà.

  • Giuseppe Sottile
  • Giuseppe Sottile ha lavorato per 23 anni a Palermo. Prima a “L’Ora” di Vittorio Nisticò, per il quale ha condotto numerose inchieste sulle guerre di mafia, e poi al “Giornale di Sicilia”, del quale è stato capocronista e vicedirettore. Dopo undici anni vissuti intensamente a Milano, – è stato caporedattore del “Giorno” e di “Studio Aperto” – è approdato al “Foglio” di Giuliano Ferrara. E lì è rimasto per curare l’inserto culturale del sabato. Per Einaudi ha scritto anche un romanzo, “Nostra signora della Necessità”, pubblicato nel 2006, dove il racconto di Palermo e del suo respiro marcio diventa la rappresentazione teatrale di vite scellerate e morti ammazzati, di intrighi e tradimenti, di tragedie e sceneggiate. Un palcoscenico di evanescenze, sul quale si muovono indifferentemente boss di Cosa nostra e picciotti di malavita, nobili decaduti e borghesi lucidati a festa, cronisti di grandi fervori e teatranti di grandi illusioni. Tutti alle prese con i misteri e i piaceri di una città lussuriosa, senza certezze e senza misericordia.