Il pm della Trattativa contro il partito che ha alimentato il mito della Trattativa

Ermes Antonucci

A sentire Di Matteo anche il ministro della Giustizia farebbe parte del complotto tra lo Stato e Cosa Nostra, tanto da aver rinunciato a nominare alla direzione del Dap uno dei pm simbolo della lotta alla mafia su pressione dei clan

Che i teorici della fantomatica “trattativa stato-mafia” siano dotati di una grande dose di fantasia è cosa nota, e per comprenderlo basta sfogliare un libro di storia (la mafia stragista è stata sconfitta, lo stato ha vinto). La fantasia trattativista, però, in alcuni casi sembra ormai essersi trasformata in una vera e propria ossessione, tanto da raggiungere vette paradossali. Così, dopo aver adombrato nei mesi scorsi la partecipazione al patto stato-mafia persino della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte costituzionale, colpevoli di essersi espressi a favore dei diritti umani sull’ergastolo ostativo, Nino Di Matteo (ex pm del processo sulla “trattativa”, oggi consigliere del Csm) ha deciso di puntare il dito nientedimeno che contro il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, esponente di quel Movimento 5 stelle che da anni contribuisce ad alimentare il mito dell’accordo tra lo stato e Cosa Nostra.  
    

L’episodio è andato in onda ieri sera su La7, nel corso della trasmissione “Non è l’Arena”. Mentre il conduttore Massimo Giletti alimentava, con i soliti toni qualunquistici, la vicenda dei detenuti mafiosi scarcerati temporaneamente per motivi di salute, Di Matteo ha deciso di intervenire telefonicamente per sganciare la “bomba”: “Nel giugno 2018, il ministro Bonafede mi chiese se ero disponibile ad accettare il ruolo di capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), o, in alternativa, quello di direttore generale degli affari penali. Chiesi 48 ore di tempo per dare una risposta. Quando ritornai, avendo deciso di accettare la nomina a capo del Dap, il ministro mi disse che ci aveva ripensato e nel frattempo avevano pensato di nominare Basentini (dimessosi nei giorni scorsi, nda)”, ha detto l’ex pm del processo sulla trattativa.
    

Di Matteo ha poi aggiunto che, nelle ore intercorse tra la proposta del ministro della Giustizia e la sua decisione, “alcune informazioni che il Gom della polizia penitenziaria aveva trasmesso alla procura nazionale antimafia ma anche alla direzione del Dap, quindi penso fossero conosciute dal ministro, avevano descritto la reazione di importantissimi capimafia, legati anche a Giuseppe Graviano e ad altri stragisti all'indiscrezione che io potessi essere nominato a capo del Dap”. Quei capimafia, ha aggiunto, “dicevano ‘se nominano Di Matteo è la fine’”.
 

Insomma, a sentire Di Matteo anche il ministro della Giustizia Bonafede farebbe parte del grande disegno complottista della trattativa tra lo stato e Cosa Nostra, tanto da aver rinunciato a nominare alla direzione del Dap uno dei pm simbolo della lotta alla mafia sulla spinta di indicibili pressioni dei clan. Musica per le orecchie di Giletti, che nei giorni scorsi in un’intervista al Corriere della Sera aveva detto: “Non voglio ricorrere alla trattativa Stato-mafia ma il silenzio totale delle carceri mentre i boss stanno uscendo non è normale”.
 

La rivelazione di Di Matteo, comunque, ha provocato l’immediata reazione del Guardasigilli in trasmissione: “Sono esterrefatto nell’apprendere che viene data un’informazione che può essere grave per i cittadini, nella misura in cui si lascia trapelare un fatto sbagliato, cioè che la mia scelta di proporre a Di Matteo il ruolo importante all’interno del ministero sia stata una scelta rispetto alla quale sarei andato indietro perché avevo saputo di intercettazioni”, ha detto Bonafede. “Gli ho parlato della possibilità di fargli ricoprire uno dei due ruoli di cui ha parlato lui, gli dissi che tra i due ruoli per me era più importante quello di direttore degli affari penali, più di frontiera nella lotta alla mafia ed era stato il ruolo ricoperto da Giovani Falcone. Alla fine dell’incontro mi pare che fossimo d’accordo, tanto che il giorno dopo lui mi chiese un colloquio e mi spiegò che non poteva accettare perché voleva ricoprire il ruolo di capo del Dap”.
  

Lungi da noi il voler difendere l’operato di un pessimo ministro della Giustizia, passato alla storia per aver varato una delle riforme più manettare della storia repubblicana (quella che ha di fatto abolito la prescrizione), ma occorre riconoscere che le accuse lanciate da Di Matteo non stanno in piedi da qualunque lato le si guardi, soprattutto se si considera che è stato proprio Bonafede a nominare nei giorni scorsi un altro ex pm del processo sulla “trattativa”, Roberto Tartaglia, come vicedirettore del Dap, e un altro pm in prima linea nella lotta alle cosche, Dino Petralia, come capo dell’amministrazione carceraria.
    

Parafrasando Nenni, verrebbe da dire che “gareggiando a fare i trattativisti, troverai sempre uno più trattativista che ti epura”. A generare preoccupazione, però, è che ad abbandonarsi a questa ossessione antimafiosa sia un magistrato che deve la sua notorietà all'aver istruito uno dei processi più importanti della recente storia del nostro paese (quello sulla cosiddetta trattativa), e che attualmente al Csm rappresenta l’intera magistratura italiana.

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