“Il dottor Di Matteo a chi risponde dei propri atti politici?” si chiede Caiazza

David Allegranti

Il presidente dell'Unione camere penali ci spiega perché quella tra il pm e il ministro Bonafede è una prova ulteriore dell’invadenza della magistratura mediatica sulle dinamiche democratiche

Roma. “Il dottor Di Matteo a chi risponde dei propri atti politici?”, si chiede la giunta dell’Unione delle Camere penali, presieduta dall’avvocato Gian Domenico Caiazza. Nello scontro fra il pm Di Matteo, consigliere del Csm, e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, c’è qualcuno che è eventualmente chiamato a risponderne in Parlamento (il Guardasigilli) e qualcun altro che invece può parlare, o straparlare, senza rischio di sanzioni. Il dottor Di Matteo appunto, contro il quale si sono espressi tre suoi colleghi del Csm, i membri laici in quota M5s Alberto Maria Benedetti, Filippo Donati e Fulvio Gigliotti: “Chi ha l’onore di ricoprire un incarico di così grande rilievo costituzionale, deve sapersi auto-limitare; questo non significa rinunciare a esprimere le proprie opinioni, ma vuole dire farlo nelle forme e nei modi corretti”, hanno detto.

 

Ora, spiega l’avvocato Caiazza al Foglio, “non siamo certo sospettabili di indulgenze nei confronti del ministro Bonafede. Il tema dunque è un altro: a che titolo il dottor Di Matteo bombarda il ministro in carica insinuando con chiarezza che la revoca della proposta della sua nomina a capo del Dap sarebbe avvenuta per timore o compiacenza dopo le banali recriminazioni di alcuni detenuti al 41 bis? Recriminazioni peraltro note da diversi giorni, precedenti la proposta fatta dal ministro; dire quindi che sia stata quella la causa che ha fatto cambiare idea al ministro è grottesco, pretestuoso. Oltretutto, un pm, a maggior ragione se componente del Csm, non può permettersi per nessuna ragione al mondo di chiamare un ministro a discutere delle sue valutazioni politiche”. Il fatto che discutiamo se il ministro Bonafede debba o no venire a spiegare una vicenda di due anni fa, aggiunge Caiazza, “mentre il dottor Di Matteo non è chiamato da nessuno a rispondere di quello che dice – quantomeno dal vicepresidente del Csm – è una cosa fuori dal mondo e risponde all’idea, ipertrofica, dell’invadenza della magistratura mediatica sulle dinamiche democratiche. Anche su quelle che non ci piacciono”. Certo, Bonafede è rimasto vittima di se stesso, c’è sempre qualcuno più puro che alla fine ti epura, dunque siamo giunti “all’implosione di un mondo che ha costruito la propria fortuna politica e non solo, anche editoriale e giornalistica, sul parassitismo dell’antimafia. Alcuni soggetti hanno parassitato l’antimafia per farne una leva politica e di distruzione dell’avversario politico. E’ un aspetto che dovrebbe far riflettere seriamente. Oltretutto, non abbiamo capito di cosa stiamo parlando: e se anche Bonafede avesse cambiato idea nottetempo? Oppure se, in virtù delle dinamiche della politica (proposte terze, suggerimenti del presidente della Repubblica o dell’Anm) avesse preferito altri equilibri? Non deve renderne conto a Di Matteo. Non si capisce insomma la ragione di questo attacco a distanza di due anni. Forse Di Matteo sperava di andare a dirigere il Dap adesso”.

 

Fossimo dietrologi ci interrogheremmo a lungo. Certo è, dice Caiazza, “che il Parlamento è tornato indietro sulla questione del processo da remoto, sulla quale la corrente di Di Matteo e Davigo si era esplicitamente spesa. E anche l’Anm nei giorni scorsi ha pubblicato una delibera di una durezza sprezzante nei confronti del ministro, che per fortuna ha fatto un passo indietro anche grazie alla nostra iniziativa, recepita da gran parte del parlamento. Non so se il ministro l’abbia gradita o subita, però certamente ha corretto le norme dopo due giorni averle promulgate. In quell’occasione, ci aveva colpito il linguaggio aggressivo nei confronti di Bonafede da parte della giunta dell’Anm, anche questa una cosa mai vista. Anche Area, una corrente della magistratura, ha scritto una nota sgradevolissima. Quindi forse in questo contesto, per varie ragioni, Bonafede sembra aver perso appeal. Forse un giorno lo capiremo, forse non lo capiremo mai, ma tutto appare fuori da ogni parametro ed è di una gravità inconcepibile”.

 

Lo scontro Di Matteo-Bonafede sembra essere messo in sordina: se fosse accaduto con un governo Berlusconi che cosa sarebbe successo? “In questo momento il governo è in difficoltà, specie il M5s. La Rai non ha detto mezza parola, anche gli altri giornali stanno avendo un atteggiamento censorio. Marco Travaglio sul Fatto è stato grottesco, ha scritto che Di Matteo e Bonafede non si sono capiti bene e che è tutto un equivoco. Non sono un frequentatore dei social ma mi dicono che il mondo grillino è spaccato, quindi c’è un interesse a tacitare la questione. Come vede, la vicenda ha molte sfaccettature”.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.