Poliziotto cattivo e poliziotto più cattivo

Guido Vitiello

Davanti al duello tra Bonafede e Di Matteo – cioè tra uno che butterebbe la chiave e uno che, già che c’è, murerebbe pure la cella – riesco soltanto a ridere

Good cop/bad cop. Poliziotto buono, poliziotto cattivo. E’ una tecnica di interrogatorio che abbiamo visto mille volte al cinema e in tv. Entra il poliziotto cattivo, punta una luce accecante in faccia all’interrogato, lo acciuffa per il bavero, gli si pianta a un millimetro dal naso e gli dice senti bastardo non provare a fare il furbo con me che ti sbatto in galera per trenta fottutissimi anni. Poi lascia il campo al poliziotto buono, che si mostra subito più umano verso il malcapitato e per suggellare un tacito patto di collaborazione gli offre una sigaretta. Lo schema è così abusato che gli sceneggiatori di tanto in tanto si divertono a manomettere il gioco delle parti. Capita allora che il secondo poliziotto dall’aria tranquilla, entrato in scena dopo che il primo ha fatto numeri da psicopatico violento, dica all’interrogato, che ha appena tirato un sospiro di sollievo: “Guarda che il poliziotto buono era lui”. Questa variazione è nota come bad cop/worse cop, poliziotto cattivo e poliziotto più cattivo. Se la scena tradizionale è carica di pathos e di tensione, la versione rivista punta di solito a un effetto comico. Tutto questo per dire che ormai la cultura delle garanzie, in Italia, è giunta alla fase bad cop/worse cop. E se il duello tra il ministro della Giustizia Mancuso e il procuratore Borrelli, un’era geologica fa, poteva appassionarmi fino al batticuore, davanti a quello tra Bonafede e Di Matteo – cioè tra uno che butterebbe la chiave e uno che, già che c’è, murerebbe pure la cella – riesco soltanto a ridere.