Woodcock, il cavallo di trojan al Fatto

Guido Vitiello

Ieri sul giornale di Travaglio il pm chiedeva di mettere mano a un progetto di indulto e amnistia. L'opposto delle parole del procuratore Gratteri, due pagine dopo

Non so se la profetessa Cassandra aveva tentato invano di avvisarli, ma ieri i valorosi guerrieri del Fatto Quotidiano hanno dovuto respingere un’incursione nemica in una battaglia degna di Omero o di Virgilio. A pagina 15 c’era un’intervista a Nicola Gratteri, che diceva così: “Le parole amnistia, indulto, sanatoria, condono dovrebbero essere bandite dal lessico di un Paese civile” (dunque la Costituzione più bella del mondo, che all’articolo 79 include le prime due, è stata scritta da cavernicoli o da amici dei gangster). A pagina 13, però, ecco cosa scriveva Henry John Woodcock a proposito dei contagi nelle carceri sovraffollate: “Chi può cominci a mettere mano a un qualche ben ponderato progetto di amnistia e di indulto”. Potete capire la portata dell’insidia, e immaginare lo sconcerto: sulle rive del giornale dei troiani (o quanto meno dei trojan) compare uno strano dono, l’articolo di un magistrato dal nome ligneo come il mitologico cavallo che nasconde in pancia le parole dei barbari. Che fare, aprire una breccia nelle mura e lasciarlo entrare? Sarebbe stata una leggerezza fatale. Fortuna che Marco Travaglio, il Laocoonte-bis, ha intuito prontamente la minaccia e ha scagliato il giavellotto della sua penna rossa e blu in coda al cavallo: “Caro dottor Woodcock, condivido buona parte del suo ragionamento. Non però il finale, quello sull'amnistia e l’indulto, che mi hanno sempre visto e sempre mi vedranno assolutamente contrario”. Troia è salva, e soprattutto i suoi figli.