I guai dell'integralismo cattolico in Italia

Guido Vitiello

Quarant'anni dopo le teorizzazioni di Lucio Colletti realizziamo quanto sia portatore di un progetto politico minaccioso e tutt'altro che visionario

Ho sognato un mostro ideologico bicorne, o se volete bipolare, ma la mia immaginazione ultimamente così incline agli incubi non può vantarne la paternità: era spuntato in armi molti anni or sono dalla mente gioviale di Lucio Colletti. Il corno destro è una spaventevole mutazione di Augusto Del Noce. Diciamo pure un Del Noce heavy metal (il Del Noce rock lo abbiamo già avuto: erano i ciellini del Sabato). Questo nuovo portento ideologico ha sostituito la critica all’azionismo perennis con la critica alla sinistra pariolina, il babau dello gnosticismo con il babau del politicamente corretto, e per vincere il gelo della secolarizzazione sogna oggi di scaldarsi intorno ai fuochi dell’est – dell’Ungheria o direttamente della Santa Madre Russia. Il corno sinistro è invece una radicalizzazione paternalistico-punitiva di Franco Rodano. Contro le tentazioni dell’utilitarismo individualistico svincolato dal bonum commune di Tommaso, vuol far decrescere il mondo moderno per farlo rientrare non già nella Chiesa o nel Partito ma nella Piattaforma, facendo dell’Italia una riduzione gesuitica ben disciplinata dove il magistrato, il finanziere o anche solo il confratello delatore (ma per salvarti l’anima, beninteso) ti mettono alla gogna per aver comprato beni di lusso. L’emergenza coronavirus è una buona occasione per esercitarsi. “In entrambi i suoi corni”, scriveva Colletti nel 1981, “l’integralismo cattolico è oggi, in Italia, portatore di un disegno politico che, se è visionario, non per questo è meno minaccioso”. Quarant’anni dopo, ahinoi, non è neppure tanto visionario.