Quando quest'incubo sarà finito, processeremo solo cinesi

Guido Vitiello

Una riflessione attorno al processo telematico tanto caro a Gratteri e la geografia dei sentimenti umani

Quando quest’incubo sarà finito, processeremo solo cinesi. Calma, un momento, non sto teorizzando la rivincita giudiziaria contro gli untori – anche se nelle nostre procure circolano fior di mitomani che non esiterebbero a intraprenderla, con tanto di cravatta tricolore al collo. Sto solo spingendo alle estreme conseguenze un timore espresso dall’avvocato Valerio Spigarelli sul Riformista di ieri: il timore che, rendendo fisiologiche le patologie dell’emergenza, il processo telematico caro a Gratteri possa diventare la norma, e che l’imputato, il testimone, l’avvocato siano destinati a trasformarsi in “francobolli catodici” sul monitor dell’accusatore e del giudice. Va bene, direte voi, ma che c’entrano i cinesi? C’entrano, c’entrano. In una celebre pagina di “Papà Goriot”, Balzac ci sottopone per bocca di Rastignac un dilemma morale: cosa faremmo se potessimo far morire un vecchio mandarino in Cina con la sola forza di volontà, restandocene comodamente a Parigi, e a questo prezzo diventare ricchi? Intorno all’esempio del cinese sono sorte biblioteche di riflessioni sulle implicazioni morali della distanza e sulla geografia dei sentimenti umani. Quanto più il destinatario delle nostre decisioni si fa lontano, astratto e irreale, tanto più la nostra empatia si dirada e siamo pronti ad agire a cuor leggero. Calunniare un francobollino sgranato e sfarfallante, o giudicarlo frettolosamente, sarà quasi come far morire il mandarino di Balzac. E sarà in effetti una rivincita giudiziaria – quella dell’inconscio inquisitorio contro i resti maldigeriti del rito accusatorio.