Il Pd ora molla il capo del Dap e chiede le sue dimissioni

David Allegranti

“Ora che la situazione nelle carceri è migliorata, si ragioni sul vertice del dipartimento”, dice Verini, responsabile Giustizia pd

Roma. Il Pd molla Francesco Basentini, capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e ne auspica le dimissioni: “All’inizio della crisi non abbiamo chiesto le dimissioni del vertice del Dap, come altri hanno fatto, per evitare di restare senza guida in un momento così complicato per le carceri”, premette al Foglio Walter Verini, responsabile Giustizia del Pd. “Adesso però, che il numero dei detenuti è sceso, anche se non è ancora sufficiente naturalmente, e la situazione è più sotto controllo, si può e si deve ragionare sul futuro del vertice del Dap, e ci aspettiamo che il ministro faccia conoscere le sue valutazioni. Specie dopo quanto accaduto in queste settimane”. Le sue dimissioni adesso non sono più una remota possibilità. Tanto più che due giorni fa è stato nominato anche un vicedirettore, ruolo da tempo vacante, “come il Pd aveva più volte sollecitato”, dice Verini.

 


Walter Verini (foto LaPresse)


 

Come vice del Dap è stato scelto Roberto Tartaglia, pm antimafia, sulla cui nomina si è espresso positivamente anche Nino Di Matteo, consigliere del Csm che ha votato a favore del collocamento fuori ruolo per Tartaglia: “Ho diretta esperienza di un collega di grandissimo valore e professionalità e non comune coraggio, che ha dato testimonianza diretta del valore dell’autonomia e dell’indipendenza del magistrato da ogni condizionamento interno ed esterno alla magistratura”. Tartaglia, ha detto Di Matteo, “in 10 anni a Palermo ha acquisito una conoscenza molto approfondita delle organizzazioni criminali e sono fermamente convinto che oggi più che mai l’azione di contrasto giudiziario alla mafia e al terrorismo passa attraverso il controllo efficace e corretto delle carceri”. Una nomina che a molti sembra un commissariamento di Basentini anche se per il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, non lo è: “Tartaglia – ha detto il Guardasigilli in un’intervista al Fatto quotidiano – è un magistrato di grande valore, da sempre in linea contro le mafie”. Tuttavia, negli ultimi giorni la fiducia in Basentini è scesa parecchio in vari settori della maggioranza e voci piuttosto insistenti in qualificati ambienti di giustizia dicono che a breve potrebbe lasciare l’incarico.

 

Il Pd nei giorni scorsi lo ha attaccato per la scarcerazione del boss mafioso Pasquale Zagaria – recluso con il 41 bis e ora affidato ai domiciliari – malato di cancro, come si legge nell’ordinanza che lo ha scarcerato (e questo perché anche i mafiosi hanno dei diritti, è un principio garantista). All’inizio dell’emergenza sanitaria era stata Italia viva a chiedere le dimissioni di Basentini per la pessima gestione del sovraffollamento carcerario, quando dietro le sbarre c’erano oltre sessantamila persone. Adesso i detenuti sono scesi a 54 mila ma sono ancora troppi per la capienza delle carceri italiane, come ha ricordato anche il senatore del Pd Luigi Zanda nel suo intervento al Senato mercoledì scorso: “Le nostre carceri possono ricevere 47.000 detenuti, ma ne ospitano quasi 54.000. Non sto a ripetere gli allarmi sanitari molto seri e i rischi di contagio. Sono argomenti noti. Dico invece che nelle carceri sovraffollate la grande criminalità ha facile presa sui tantissimi detenuti per lievi reati, i quali, se non sono protetti da un ambiente carcerario umano, finiscono fatalmente con l’essere arruolati dal grande crimine. Chi accampa ragioni di sicurezza per opporsi a misure in grado di ridurre l’affollamento, deve sapere che la politica delle carceri affollate produce, fatalmente, conseguenze opposte. Nelle carceri sovraffollate si entra piccoli spacciatori e si esce manovalanza delle grandi mafie. Se non vogliamo che questo scenario si perpetui è necessario decidere. Il presidente del Consiglio può farlo, farlo veramente e farlo in fretta”. Per questo, dunque, servirebbe anche un nuovo capo del Dap.

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  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.