Il solito tango, con l'incertezza nel cuore

Marco Archetti

La pandemia e quelli che continuavano a ballare. Noi che non volevamo ammettere quello che ci stava capitando e non trovavamo di meglio che buttarci a corpo morto nell’andrà-tutto-bene. Mentre no, non andava tutto bene

Confesso, è cominciata così: pensando alla grande transumanza dei ballerini di tango. Non riuscivo a togliermeli dalla testa. La questione l’avevo sentita snocciolare da un tizio di Cremona al conduttore di una trasmissione radiofonica. “Sa”, diceva, “noi amanti del tango non ci fermiamo mai. Cerchiamo un salone e lo troviamo sempre”. “Anche in questi giorni?”. “Soprattutto in questi giorni!”. Così, per ore, davanti ai miei occhi, avevano fibrillato tutti i tragitti immaginari di questo drappello di agguerriti, di questa società segreta di inesauribili, di questo volteggiante manipolo di ostinati i quali, decreti d’emergenza o no, non potevano star fermi quindici giorni consecutivi sul divano di casa propria. Tiranneggiati dall’insorgere della pulsione, ecco che balzavano in piedi e si cambiavano d’abito (erano supereroi?), negavano la realtà (erano filosofi?) e si spostavano (erano untori?) di provincia in provincia maramaldeggiando in nome di Carlos Gardel, dribblando zone rosse, aggirando zone arancioni e costeggiando zone gialle, ritagliando negli interstizi del contagio il proprio impetuoso paradiso sincopato.

 

Mi chiedevo: perché corteggiare il Covid-19 come funamboli sul vuoto? Perché opporre atti di hybris ballerino alla tragicità delle statistiche mondiali? Poi mi son fatto un giro su Google e una cosa l’ho capita: questa maniera di stare al mondo che si è fatta danza, questo antico pensiero malinconico che omaggia la provvisorietà, l’abbandono e il rischio, è cosa da argentini, è cosa da italiani, ci appartiene e ci racconta, la vampa si accende dentro un abbraccio e si guida col cuore (lo chiamano “il manubrio del tango”) – insomma, avevo cominciato a documentarmi e già non mi fermavo più. Avevo anche scoperto i tre tipi di abbraccio: aperto, chiuso, sbilanciato.

 

Leggevo e fantasticavo e intanto mi figuravo i tre tipi di abbracciatori con l’eco di una canzone di Francesco Guccini su una coppia di tangueros che fa: “Lui bar, alcol, nicotina, capelli indietro, cravatta, bici / lei, lei rayon, lei signorina, la permanente coi ricci”. Avevo immaginato queste piccole frotte di ragazze un po’ postume e col trucco glitterato all’ingresso della balera mentre aspettavano ex ragazzi della bassa coi completi squadrati e il gel tra i capelli quasi radi. E me li vedevo: un Jonathan che corteggiava una Simona, una Marika che rispondeva sorridendo al cenno di un Edoardo-ma-chiamami-Eddi, e una Meri già in azione, che da sopra la linea di una spalla maschile teneva d’occhio le rivali. Ho immaginato tutti loro, cioè la fascia anagrafica più in pericolo, la fascia d’età sulla lama del rasoio che si ostinava a danzare sul bordo del cratere.

 

Smettendo di pensarli come fascia e pensandoli come individui, per un momento li ho perfino compresi: o si è vitalisti fino alla morte, o non si è. E in un momento mi son trovato tra di loro. Non è colpa mia, non ci posso fare niente se mi immedesimo e mi trasporto sempre e ovunque, però almeno non perdo mai del tutto il contatto con la base, infatti ero lì ma trattenevo il fiato; ero lì ma starnutivo in un gomito; ero lì e guardavo quei saloni al sapor di clandestinità e pensavo che a quel punto era troppo tardi per infilare l’uscita in apnea e andare a farmi misurare la temperatura all’ospedale… Così mi sono trattenuto ancora nella mia balera immaginaria, a respirare quell’intesa tra i presenti, il brivido implicito che affratella i trasgressori e tutto il droplet relazionale e l’aria gravida di concupiscenza e gioioso intrallazzo. I passi dei ballerini sussurravano sui pavimenti, c’era chi svolazzava e chi spingeva, chi strisciava e chi decollava. A un certo punto si creavano ingorghi ma ci si urtava vellutatamente e vellutatamente si scivolava via. Poi ho riaperto gli occhi.

 

A pensarci ora sembrano anni fa, invece era marzo, per la precisione i primi di marzo, e non mi trovavo in una balera ma in un supermercato vicino casa, cincischiando col carrello mezzo vuoto. Mi ero guardato intorno e avevo contato. In tutto eravamo una trentina. Meno del solito, ma non certo il deserto: due con la mascherina, tre o quattro che spicciolavano via con due casse di birra – ah, la pandemia che riscrive le priorità! – e uno, alto e fosco, ravvolto in una sciarpa manco fosse Aristide Bruant. Al momento di pagare la ragazza alla cassa aveva sorriso, ma non a me, più che altro alla carta di credito che carezzava con gli occhi quanto più io la sfoderavo lentamente. Era il nostro tango immaginario? Sarebbe stata, quella, l’ultima allusione possibile da lì in poi? Per un attimo, mentre le garantivo quasi eroticamente di evitarsi il laido contatto con la stercoraria banconota, mi ero sentito un seduttore già riprogrammato alle nuove modalità di corteggiamento, e anche un mezzo eroe civile.

 

Tornato a casa, mi ero lavato le mani e avevo preso atto del fatto che avevo troppi pensieri nella testa. Per esempio, pensavo e ripensavo alla mappa del mondo che aveva mandato in onda la Cnn pochi giorni prima: l’Italia era al centro della rappresentazione geo-colpevolistica ed erogava malsani lapilli di frecce rosse che si protendevano venefici e raggiungevano remote lande perfino islandesi, insomma, davamo proprio l’idea di essere i principali propagatori del morbo infame, tutta la Codogno collettiva che eravamo diventati nella rappresentazione altrui divampava nell’inesorabilità di quei vettori incandescenti. Ma non erano stati i cinesi? La colpa non era tutta loro? Gli untori supremi, adesso, erano così vili da assistere senza batter ciglio all’indegno scaricabarile ai nostri danni? Poi avevo pensato a tutto il resto, fronteggiando le parole, le immagini e i bollettini come si soccombe a uno gnommero di cui non si ritrova il capo, o a un blob mentale che ti sommerge: la pizza dei francesi col virus italiano, Di Maio che sigla la pace esibendosi al bordo di una teglia, il Louvre tetragono che teneva aperto, la California sempre più nel panico, la Spagna travolta, l’arresto di Anastasia Vasilyeva in Russia e tutti i pettegolezzi, le raccomandazioni, i 182 centimetri di sicurezza diventati 150 e poi 100, i tweet, gli editoriali, le ipotesi, le allusioni, insomma, il mondo – tutto il mondo – come un frenetico ballatoio di dannati in cerca di colpevoli, in cerca di corrimano.

 

E intanto, in tutto quel casino, in tutto quel fragoroso rimbalzo di cose, cosa facevano i fanatici del tango? Risposta: continuavano a ballare il tango. Non solo. In quei giorni pareva che i siti di dating stessero registrando un aumento di contatti del 30 per cento. Com’era possibile? Il mondo piegava le ginocchia davanti a una pandemia evocata, poi smentita, poi non esclusa, poi affermata (e vai con la rissa tra i virologi, il virologo come Dio e Dio nei rimbombanti pistolotti dei predicatori americani, le messe all’aperto no, quindi anche il mio matrimonio rimandato), ed ecco che a margine di tutto questo comporsi e scomporsi, a margine di tutto questo tirare avanti e tirare indietro e far rumore e chieder silenzio, proliferava un incomprensibile popolo di vitalisti folli che doveva per forza lanciarsi fuori di casa a vivere follemente? Li invidiavo. Li detestavo. Li avrei voluti tutti a Guantánamo! Non poteva essere solo una stravaganza, era l’arcinota refrattarietà alle regole che ci fa irrazionali e cialtroni. Perché quella negazione patologica? E soprattutto: questa ferrea capacità di prescindere dal problema, questa ostinazione nel porsi al centro con forza (soprattutto quando al centro c’è solo la fragilità) è il virus-corollario di ogni virus? Siamo fatti per chiudere gli occhi credendo di vedere? Ma quel tangare ostinato, a pensarci bene, non era alla fin fine l’epifenomeno del grande tango che stavamo ballando tutti, tutti noi che non volevamo ammettere quel che ci stava capitando, la portata epocale del fenomeno e la sua angosciante incomparabilità con quanto era mai accaduto prima? E io? Io che mi credevo tanto lucido, come mi stavo comportando? Io, portatore iniziale di imperativi a ridimensionare e poi tirato mani e piedi nel bailamme, edotto e ignorante né più né meno come tutti ma costretto a ragionarci per lavoro (dunque, razionale solo per mancanza di alternative) cosa avevo da dire?

 

Io, in questi mesi, ho sempre trovato ammirevoli quelli della cultura-contro-la-paura. O quelli del noi-facciamo-la-solita-vita. O i pretonzoli del ne-usciremo-migliori. Quelli che, non appena accade qualcosa, hanno già un trallallà da canticchiare. Perché io, nel frattempo, vivevo. Quasi normalmente. Però quasi, e sempre meno. Assistevo a quello sgocciolio di me stesso nei termini di legge, a quel venirmi meno, a quell’effetto domino del decreto che restringe sempre più, e sapevo sempre meno cosa dire. Però non cambiavo. Non volevo cambiare. Anch’io mi sentivo refrattario a essere un altro – eppure me lo si chiedeva. Guidato dal manubrio del mio tango, mi divertivo a fare quello che facevo sempre: il banalizzatore coi drammatici e il moralista coi fatalisti, che poi è la mia maniera di ammaestrare i demoni interiori e darmi un senso in funzione agli altri, perché alla fine non posso farne a meno, sono un essere dialettico e sociale (e anche socializzante) mio malgrado, e provo anche un bel po’ di avversione per queste masse di umani terrorizzati cui sento di appartenere quanto più ne provo avversione… Mediocri quando temiamo e quando non temiamo, quando proclamiamo di non fermarci e quando ci fermiamo, quando chiudiamo e quando vogliamo riaprire, quando blateriamo in pubblico così come in privato, quando emettiamo bollettini ed esibiamo la nostra scaramanzia travestita da curva analitica. Lo spettacolo che stavamo dando era così nuovo? Eravamo litigiosi e frammentati, ambiziosi e miopi, e procedevamo in disordine, sospingendoci l’un l’altro con scongiuri e battutacce, e nella confusione della mascherata – di qualsiasi nostra mascherata, razionalista o irrazionalista – prendevamo la turpe forma di una masnada medievale di Hellequin. Sfilavamo berciando e vestendo panni di bestia, mostrando le natiche o le natiche dell’intelligenza, tirando avanti in posizioni inenarrabili e triviali, calzando copricapi animaleschi e cornuti mentre la pandemia non aveva pietà, riconfigurava la nostra inadeguatezza attraverso maschere linguistiche apotropaiche e patetiche – la “task force”, la “cabina di regia”, il “comitato tecnico scientifico” – e noi, incuranti della nostra pochezza, non trovavamo di meglio che buttarci a corpo morto nell’andrà-tutto-bene mentre no, non andava tutto bene, con la morte che riempiva e sgomberava gli ospedali come “magazzini di marionette” alla Thomas Bernhard... E poi il frastuono dei balconi, le dirette Instagram dei Grandi Vanesi e la loro ascesi intellettuale a buon mercato, le profezie degli economisti da strapazzo... Oltre ai numeri della falcidia universale, la tragedia della pandemia era che ne generava di minori, a getto continuo: quella della retorica, della tonante messa in stato d’accusa dell’umanità in favore di un’idea puerile di natura o dell’incertezza mai ammessa e anzi, rigettata e solidificata in una successione di riti cui stavamo affidando il compito di dar forma a ciò che non ne aveva, per tenerci vivi e mémori di ciò che era prima, certi che sarebbe stato di nuovo, presto. E invece tutto si faceva attesa, un’attesa che, pian piano, non era più nemmeno attendere.

 

“Sai quale è il punto?” mi dice un giorno al telefono il mio dottore-phylosophe Renzo Rozzini, illuminandomi la strada. “Che non siamo abituati ad accettare il paradigma: noi non siamo nati con l’incertezza nel cuore”. Già. E non siamo nati nemmeno per starcene a casa nostra, eppure, scriveva Dino Buzzati, “i più autentici motivi dell’uomo sono lì, irraggiungibili nel fondo dei corridoi, nei cessi stanchi, nella camere da letto”.

La potenza invincibile di ogni avversità è la forza con cui ci mette davanti a uno specchio. Cosa ci sarà là fuori, da oggi in poi? Noi. Sempre noi. E il solito tango.

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