cerca

L’antimafia contesa

L’insipienza del ministro Bonafede, che ha fatto del rigore contro Cosa nostra uno schermo al saccheggio

7 Maggio 2020 alle 06:00

L’antimafia contesa

(foto LaPresse)

La mafia siciliana, Cosa nostra, si è valsa a lungo, a lunghissimo, di due atteggiamenti. Uno, del potere pubblico, esemplarmente compendiato dall’elogio di Andreotti per il “quieto vivere”. L’altro, delle persone, compendiato nell’alzata di spalle: “Si ammazzano fra loro”. Erano morti, per decenni, tanti che non avevano potuto o voluto vivere quietamente con la mafia, che non c’entravano e non volevano piegarsi a “loro”. Non era bastato. Quando furono trucidati, con chi li accompagnava e proteggeva, Falcone e Borsellino, la misura fu colma anche per chi si era creduto estraneo. Era una sfida smisurata e toccava il sentimento intimo del sacro, di fronte all’abnegazione di persone che andavano avanti sapendo verso dove. Quel martirologio diede alla vergogna e alla ribellione della gente comune, dei giovani specialmente, una emozione religiosa: era inevitabile e giusto.

 

Siccome le cose cambiano, la religiosità si mutò troppo spesso in un atteggiamento chiesastico, e dunque nella tentazione di interdetti, scismi, scomuniche – si erano già manifestati con Falcone e Borsellino vivi, e proprio contro di loro. “Antimafia”, una certificazione moralmente obbligatoria, fu contesa in concorrenza e in esclusiva, e si frantumò in una diaspora di reciproci sacrileghi e rinnegati e apostati. L’accusa di non essere abbastanza antimafiosi scivolò alla svelta nell’accusa di essere complici della mafia. Il disorientamento e la stanchezza, e anche lo scandalo, che ne derivarono nelle persone comuni provocarono via via un ritorno dell’estraneità, simile a quella antica del quieto vivere e del si ammazzano fra loro. Cosa nostra era stata intanto colpita e indebolita – ha perso, “per ora”, o “non ha vinto”, come intitola Salvatore Lupo – ma la contesa clericale e feticista sulla proprietà della vera fede, la vera antimafia, era entrata a gonfie vele negli organi deputati a perseguire le mafie.

 

Siamo arrivati alla scena televisiva Di Matteo-Bonafede. Ero esterrefatto dagli effetti enormi che l’insipienza di Bonafede ministro della Giustizia ha potuto provocare, oltre che nella normale (anormalissima) amministrazione della giustizia, nella stessa legislazione, con un governo ostaggio della propria precarietà e della propria necessità. Si è maneggiata la giustizia come avrebbero fatto dei topi di appartamento in una casa vuotata per allontanarsi dalla pandemia. Il rigore antimafioso è stato per Bonafede e i suoi consiglieri uno schermo al saccheggio. Dunque si direbbe una nemesi quella che lo accusa di essersi piegato alle minacce di boss mafiosi: in realtà, la vicenda che ho sopra sbrigativamente riassunto ha fatto di questa accusa la peggiore degradazione che nella nostra società si possa fare di un suo cittadino. Un Giuda – se anche su Giuda non ci fossero fondati dubbi. Non occorre essere senza peccato per non meritare un attacco così infamante, e Bonafede non lo merita, semplicemente. Ho una postilla, perché questo era già successo, e l’hanno ricordato molti. Ricordo specialmente un nome, quello di Giovanni Conso. E’ morto nel 2015, era stato un giurista autorevole, presidente della Corte costituzionale e ministro della Giustizia. Lo conobbi bene, nella sua qualità di avvocato e di visitatore assiduo e discreto di carcerati. Lo si volle degradare allo stesso modo che oggi infierisce fra fedeli e più fedeli.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Anna Firricieli

    07 Maggio 2020 - 08:48

    Un magistrato, per giunta con alto incarico, non può accusare di comportamenti infamanti una qualsiasi persona, intervenendo in un programma televisivo. Non è serio, non è accettabile, non è degno di una istituzione che dovrebbe essere silenziosa , riservata, equilibrata, e giusta, a tutela di tutti noi.

    Report

    Rispondi

Servizi