Stato d'emergenza goliardica

Adriano Sofri

Farsi un bagno sotto casa. L’enormità del nuovo mondo sfuggita agli scrittori

L’altro giorno. Un titolo, dice: “Palazzo Chigi chiarisce: ‘Chi abita al mare o vicino a un lago può anche fare un bagno’”. Mi alzo tardi, intontito, per un momento sto ancora in un giorno ordinario, un giorno di prima del virus – di prima. L’effetto straniante del titolo fa ridere e sussultare. Per un momento, l’enormità del nuovo mondo è riapparsa, come succederebbe a uno che fosse entrato in coma il 27 gennaio e ne fosse uscito il 25 aprile, o agli astronauti rientrati da un lungo viaggio. Gli astronauti al rientro vanno in quarantena, ora a chi può importare.

 

L’inaudita quarantena universale ha eccitato scrittrici e scrittori, titolati o aspiranti. C’è stata fretta, naturalmente. Libri sono usciti, buoni, mediocri, fessi. Libri instant: per segnalare il cambio d’epoca. C’è l’altro versante della cosa. Scrittori ammutoliti, sbigottiti. Non per l’enormità: la letteratura è questo, alla fine, che ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne possa sognare Orazio e la sua filosofia. Ma non ci si rassegna facilmente a questo scacco. Scrittori che si mordono le mani, si rodono il fegato, costretti ad ammettere che non avrebbero saputo, non hanno saputo figurarsi un titolo così: “Palazzo Chigi chiarisce: ‘Chi abita al mare o vicino a un lago può anche fare un bagno’”. Naturalmente, si sarebbe riso dell’inverosimiglianza. Anche il realismo più fantastico deve darsi un limite. Un titolo così, e tutto il resto, poteva finire solo nella locandina di una rivista goliardica. Prendete uno che mira al bersaglio grosso, come Sorrentino. “La grande bellezza”: ha riempito una terrazza romana di fenicotteri rosa e fatto scomparire una giraffa a Caracalla, e mostrato il Tevere a volo d’uccello passando sotto i vetusti ponti. Ma non questa Roma deserta di viventi, come dopo una bomba al neutrone, mostrata a volo di drone, e con tanta naturalezza. Come se fosse stata costruita per essere disertata, come nei dipinti rinascimentali della città ideale. 

 

(C’è un’intuizione di De Gregori: “Certe bombe che sembrano giocattoli / che ammazzano le persone e risparmiano gli scoiattoli”. Ma nessuno ha saputo immaginare la perplessità di un gabbiano a piazza Navona deserta). O il Nuovo Papa: spericolato, tuttavia senza paragone con la camminata del bianco Francesco in via del Corso. E, quanto all’introduzione clamorosa di personaggi-molto-importanti nelle storie di cassetta, Boris Johnson che proclama l’immunità di gregge e finisce in rianimazione: come abbiamo potuto non immaginarla, prima, quando il mondo era normale, e la domanda degli editori teneva, e le librerie erano aperte? E l’inversione improvvisa fra Napoli e Milano? L’idea che di colpo si potesse voler bene a Milano al modo in cui, pieno di calore e di pena, si vuol bene a Napoli – benché a Napoli non si voglia mai bene come alla Milano di prima. E anche Napoli vuota di umani? Mi porto in tasca un passo di Dostoevskij, l’Idiota, che mette quasi inavvertitamente a confronto Napoli e la galera: Myshkin ha immaginato di trovare “la chiave dell’enigma” in una città “grande come Napoli, dovunque palazzi, suoni, frastuono, la vita”, ma poi aggiunge di aver pensato che “anche in prigione si può trovare una vita immensa”. Stanno agli estremi, Napoli e la prigione. E abbiamo avuto ora lo spettacolo di una Napoli svuotata e silenziosa, e della prigione gremita e fragorosa. Nemmeno le bare anonime e deserte ha visto prima la letteratura, benché la realtà le avesse prodigate. A Sarajevo era un azzardo fatale celebrare un funerale, ma là ci si diceva che era la guerra. La guerra è una gran normalizzatrice, ci si abitua, ci si rassegna, quando non si festeggia. La guerra riuscì perfino a relegare fra gli accidenti supplementari la spagnola del ’18-19. E noi ora, che di questo mondo sottosopra non avevamo saputo figurarci (li ho letti i libri e i saggi che annunciavano il virus prossimo venturo, roba forte, ma non c’era il titolo sul mare e i bagni, non c’erano le bare di Nembro e la moria dei sanitari e le messe vietate e i traffici mondiali di mascherine) non abbiamo trovato per la cosa che il vecchio nome di guerra, il più collaudato, il più rassicurante anche, perché la pandemia non l’abbiamo immaginata così bizzarra e pittoresca e lugubre, e la guerra l’abbiamo dimenticata. E’ curioso: solo in questa circostanza, ascoltando convegni di giuristi, giuristi a distanza di sicurezza, ho imparato che la Costituzione non contiene una specificazione dello stato d’emergenza se non per il caso di guerra. Art. 78: “Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”. Sapevano delle epidemie, i Costituenti: ma erano ancora caldi gli abusi che il Ventennio fascista e già prima lo Stato cosiddetto liberale avevano fatto delle emergenze.

 

Così la convenzione retorica e la Costituzione si sono associate per chiamare questo finimondo guerra, troppo e troppo poco: un’altra cosa. E a ritrarre il virus come un caporale prussiano, appena più subdolo, un terrorista jihadista. Non si perdona di non averlo pubblicato entro gennaio, febbraio massimo, un libro così, lo scrittore o la scrittrice, e di avere perso un’ennesima volta la partita con la realtà. Non per il successo pubblico, non per la cassetta, quelle sono cose da piazzisti: per sé, per la stima del mestiere e dell’intelligenza poetica. Dovevo immaginarlo, si rimprovera: anche senza pubblicarlo, anche senza mettere da parte le prove. Gli scienziati, per esempio, hanno confermato di essere preziosi, indispensabili (non importa che dissentano, rivaleggino, si pavoneggino, va bene così) ma non hanno saputo immaginare, e non era affar loro il realismo fantastico, la poesia, l’umor nero, il lutto.

 

Si raccolgono i sogni delle persone in tempo di pandemia, sono più strani, dicono, e brutti, angosciosi. Non so, io faccio sogni belli, come prima. Forse è solo che le persone dormono di più, e invece di precipitarsi chissà dove chissà perché, si svegliano piano, lasciando che i sogni, permalosi come sono, restino attaccati alla coda dell’occhio e si facciano tirar su, come una rete piena. Lo scrittore, la scrittrice, sa che la cosa doveva andare diversamente. Che doveva svegliarsi una mattina di prima, guardarsi attorno, sincerarsi che tutto fosse al suo posto, e dirsi: “Ho fatto un brutto sogno, ma formidabile, devo scriverlo subito, prima che il ricordo si sbiadisca e che la sensazione si attenui. Un sogno travolgente, e come sembrava vero!”. E decidere se raccontarlo a qualcuno o, meglio, tenerlo per sé: un sogno solo mio.

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