Fare i conti con Conte

Valerio Valentini

Franceschini fatica a tenere il Pd (e se stesso) dalla parte di Conte. Premier più che in bilico

Roma. Ha visto le agenzie dei suoi capigruppo, domenica sera, e s’è arrabbiato. “Veniteci voi al governo, no?”. Ce l’aveva, Dario Franceschini, con Andrea Marcucci e Graziano Delrio: colpevoli, a suo dire, di avere rilanciato con eccessiva solerzia il comunicato di protesta della Cei contro il rinnovato divieto alle messe. E così ieri sia Marcucci sia Delrio hanno provato, persuasi mica tanto a dire il vero, ad aggiustare il tiro. Il primo chiarendo che le sue erano critiche nel merito, che non ce l’ha certo col governo, finendo in verità per confermare le sue perplessità più di quanto sia riuscito a dissiparle. Delrio, invece, ha provato come ha potuto a sedare gli animi esagitati dei suoi deputati, durante l’assemblea di gruppo telematica di ieri mattina: “Continuiamo a sostenere l’esecutivo, e concentriamoci sui prossimi provvedimenti”.

 

Ma ormai la frittata era fatta, e la sedizione interna non più controllabile: al punto che, tra i deputati dem, è addirittura maturata la proposta di convocare urgentemente un’assemblea straordinaria dei gruppi parlamentari alla presenza del peraltro evanescente segretario Zingaretti e, appunto, di Franceschini. Il quale, essendosi assunto la bega di indicare la via della convergenza programmatica col M5s prima, e della difesa a oltranza di Conte poi, ora viene considerato dai molti scalpitanti parlamentari del Pd anche quello che deve imporre il cambio di rotta, per scongiurare la deriva. E lui deve averla fiutata – figurarsi! – l’aria che cambia: e infatti già comincia a invocare l’unità nazionale, negando categoricamente – forse troppo categoricamente, per essere un democristiano – l’eventualità di un governo diverso dall’attuale. E non è un caso se, nel Pd, c’è chi dice che “a furia di fare il parafulmine, Dario s’è accorto che rischia di finire fulminato”. E insomma, tra gli effetti dell’infelice figura che Conte, e il suo governo nel complesso, ha dato di sé nelle ultime ore, c’è sicuramente anche quello d’aver reso assai meno stabili gli affetti tra il premier e il ministro della Cultura.

 

E il pasticcio sulle chiese è in fondo solo l’ultimo, clamoroso motivo di attrito. E sì che all’inizio era stato proprio Franceschini a sposare la linea della prudenza predicata dal ministro Speranza, fino a indurre Conte, e con lui Gualtieri e Patuanelli, a rimandare il più possibile la riapertura, chiese comprese. Di lì, pochi minuti dopo, la strigliata a Delrio e Marcucci. Solo che nel frattempo i contorni della faccenda si chiarivano: la Cei faceva sapere che un protocollo d’intesa con cui gestire la riapertura era già stato condiviso, invano, col Viminale e Palazzo Chigi; i vescovi – a cui pure Conte deve mo e di guerra; il Quirinale costretto a intervenire per mediare e metterci una pezza. E insomma alla fine è stato lo stesso Franceschini a riallinearsi, se il suo pretoriano al Senato, Bruno Astorre, nel primo pomeriggio interveniva per sollecitare il governo a un ripensamento (che ormai tutti danno per scontato).

 

E poi ci sono le attività commerciali. Anche in questo caso, i parlamentari del Pd si sentono sviliti, e per giunta dal loro stesso ministro dell’Economia: perché venerdì Gualtieri aveva convenuto coi capigruppo di maggioranza che l’orientamento per la “fase due” era quello di definire delle linee guida nazionali, e poi procedere a una riapertura differenziata a seconda delle regioni e del relativo stato di evoluzione dell’epidemia. E invece, domenica sera, hanno scoperto che non se n’era fatto nulla, e che dunque il barista di Potenza starà chiuso almeno fino a inizio giugno come quello di Bergamo. Di fronte a tutto ciò, alla fine, pure Franceschini s’è accodato a chi, come il suo collega Guerini, vorrebbe più coraggio e più visione, nella programmazione della ripartenza. Insomma “Dario stavolta ha sbarellato”, prova a farla semplice un dirigente del Pd. Che, evidentemente, non vuole credere all’altra versione: quella secondo cui nella tattica del capo delegazione dem ci fosse proprio l’intenzione di indurre in errore il premier, per poi lasciarlo annaspare. Ma è una lettura troppo maliziosa.