No, la vita con la mascherina non è una sopravvivenza senza dignità

Adriano Sofri

Ancora sulle parole di Schäuble, tra pietas e dignitas

Le discussioni sull’etica hanno la loro trappola seducente e indispensabile nella casistica. Messa da parte la liquidazione banale (la “casistica gesuitica”, che è come il “liberismo selvaggio”) c’è una buona casistica, e praticarla fa bene, senza temere che condanni al sacrificio dei principi o alla derisione dei “valori non negoziabili”. Finora, nell’avanzata della pandemia, la discussione era stata frenata dallo sbigottimento e anche dalla soggezione a un tabù da correttezza politica (tempi grami per i tabù). Un effetto di questa mediocrità è l’incarnazione delle alternative etiche nella divisione del lavoro fra “virologi” (e “scienziati” in genere, tutti oggi virologizzati) e “politici” – più i commentatori professionali, con un’inclinazione di gregge a stare coi primi o coi secondi, o più nobilmente “con la scienza” o “col primato della politica”. La remora iniziale al dibattito e alla casistica ha fatto da argine a disastri eugenetici: disastri di fatto sono avvenuti, nelle Rsa terribilmente, ma nel panico, nella vanità e nell’affanno doloso. Era però facile prevedere che alla lunga – due mesi sono lunghi – le motivazioni economiche, le insofferenze private e una riscossa delle categorie meno a rischio, la variegata “banda degli immuni”, veri o presunti, si sarebbero fatte sentire. E sulla loro scia il tentativo dell’opposizione al governo di strumentalizzarle spregiudicatamente. Sul versante anglosassone il tema era stato sollevato da principio con naturalezza e improntitudine dai leader come Trump o Boris Johnson, e l’Economist aveva formulato la questione delle entrate e delle uscite, la Borsa o la vita. Se non ho frainteso, la posizione della Germania (luterana, almeno in parte), e di Angela Merkel in particolare, è stata più affine a quella dell’Italia (cattolica, in parte). E in Germania, esattamente come ora in Italia, la minaccia della disgregazione di convinzioni e sentimenti si è fatta sentire nel momento del passaggio dalla clausura alla cosiddetta ripartenza. In Germania la clausura era stata più temperata, ma forse più pericolosa vi è la pressione demagogica e cinica dell’estrema destra della AfD.

 

L’intervista di Schäuble alla Tagesspiegel ha a che fare con questo passaggio, lo stesso che eccita ora l’Italia, qui con più caciara. Letta per intero, l’intervista appare più problematica ed equilibrata della morale assoluta che se ne è divulgata, e lo stesso intervistato avrà messo nel conto che sarebbe successo. Così l’ha efficacemente riassunta e rispettosamente e radicalmente confutata Giuliano Ferrara, in un modo con cui concordo. Ma siccome il vaso di Pandora è scoperchiato, bisogna rassegnarsi a rincorrerne i guai volati da tutte le parti, come mostra platealmente la discussione pubblica di questi giorni. Per esempio, mi chiedo se ci sia davvero una differenza, e di che peso, fra la Costituzione tedesca che proclama la dignità umana come il valore fondamentale, e la Costituzione italiana per la quale la salute è il valore fondamentale. Forse in ambedue le Carte si tratta della vita personale e del suo valore, che la dizione tedesca ha voluto nominare per la sua dignità, a scanso di distinzioni già perpetrate. Mi scuso di parlare sommariamente di argomenti di cui sono ignorante; lo faccio perché anche la “dignità” e la “pietas” possono valere più da sinonimi che da contrari. Lo stesso Schäuble ha relativizzato, per così dire, la dignità con la sola condizione della sua e universale mortalità: è un valore assoluto, ha detto, salvo l’unico limite, che “moriamo, prima o poi”. E ha aggiunto che lui (mio esatto coetaneo) verosimilmente prima. L’insidia verbale, e l’adescamento morale, sta in quel “prima o poi”. Se non ho letto male, Boris Palmer, il verde sindaco di Tubinga, 47 anni, ha commentato: “Lasciatemelo dire brutalmente: stiamo salvando in Germania persone che sarebbero comunque morte nel giro di sei mesi”. (L’ha detto ammonendo che, secondo lui, il costo economico e sociale della chiusura potrebbe pregiudicare molte vite infantili…). La brutalità chiarisce le idee: perché “dice una cifra”, sei mesi, cui ciascuno può pensare, che ciascuno può immaginare. (Io per esempio la sentii dire a una persona non anziana dal suo medico: “Le do sei mesi”; non ho bisogno di immaginarla). E fa un inchino alla statistica, dal momento che di quei “salvati” qualcuno sarebbe morto forse la settimana dopo e qualcun altro fra due anni e mezzo. La scelta fra dignità e pietas così intese, fra Kant e Bentham, può spettare solo, finché sia padrona di sé, alla persona della cui vita si tratti. Una persona padrona di sé e “anziana”, cioè un vecchio, come me, come Schäuble, avrebbe anche il privilegio della responsabilità, di decidere, moralmente o anche praticamente – sulla soglia di un reparto di rianimazione, per esempio – se valutare il proprio tempo supplementare più di quello di un bambino o di un giovane.

 

La conversazione comincerebbe da qui, dove io oggi la devo lasciare. Ma allego una considerazione particolare. Un’interpretazione della frase di Schäuble che la forzi al cinismo la avvicina a pensieri e parole che sobbollono nella scena pubblica nostra e già spesso si aprono una strada alla proclamazione risentita. Non ne possiamo più, questa non è vita, la reclusione come in galera e non abbiamo fatto niente, vogliamo vivere e non sopravvivere, nessuno può decidere della nostra libertà di andare dove vogliamo, di vedere chi vogliamo… Magnifico, è così che bisogna sentire, supremo è l’amore per la libertà, come sa chi per lei vita rifiuta. Ebbene, non è qui in ballo l’alternativa fra chiusura e apertura, o fra virologi e politici (virologi poi…, politici poi…). Non sentiamo più un contrasto stridente fra lo stare in casa e andare a fare la spesa e portare fuori il cane da una parte, e chiamarlo “sopravvivenza”? Schäuble è in una carrozzella per l’attentato di uno sciagurato, ha saputo vivere alla brava. Noi mostriamo, ostentiamo, un rispetto e spesso un amore speciale per vite offese, mutilate, impedite, le chiamiamo con nomi eufemistici. Ci abbiamo messo secoli. E di colpo ce ne dimentichiamo? Chiamiamo sopravvivenza una nostra provvisoria vita diversa senza pensare a come quelle ci sentiranno? Tutto umano, naturalmente, la sanità vuole confermare di esistere e pretende i suoi diritti, vuole fare jogging – che cos’è la vita senza fare jogging sul lungomare?

 

Mi vergogno di evocare questa situazione imbarazzante, chi sono io per? Per giunta io detesto l’abuso delle epidemie per i memento mori. E ripeto che vorrei vivere ogni momento della mia vita come se NON fosse l’ultimo. Siamo mortali, siamo tutti condannati a morte, come dice Schäuble: ma, finché dura la dannata clausura, possiamo leggere, Hugo, L’ultimo giorno di un condannato a morte, Dostoevskij dopo la fucilazione mancata: “La vita è la felicità, ogni minuto può essere un’eternità di felicità…”. E perfino la deliziosa signora du Barry: “Un minuto ancora, signor boia”.

 

Ecco, sarebbe un guaio se la pandemia lasciasse, nei sopravvissuti, l’idea rieccitata che la vita con la mascherina e un paio di metri di distanza sia una sopravvivenza senza dignità.

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