25 aprile

Adriano Sofri

C’è una mutazione della nostra democrazia, e bisogna trovarle un nome. Undici anni fa come oggi

Il 25 aprile è la più bella data del nostro calendario civile, e proprio per questo ogni volta viene da dire che “quest’anno” il 25 aprile ha un significato speciale. Dunque, quest’anno il 25 aprile ha un sapore speciale. Il fatto è che ci si ricorda insieme di una conclusione e di un inizio. La Liberazione fu la fine di una guerra spaventosa e la promessa di un ricominciamento del mondo. Ma anche perché nella bella entrata gioiosa nelle città liberate si riscattava il momento in cui tanti ragazzi si erano trovati di fronte alla decisione di impegnarsi per qualcosa di più grande della loro vita. La paura e la nostalgia di quel momento hanno accompagnato a lungo la storia della Repubblica, e hanno spinto anche a errori gravi, come nella parabola di nobiltà e miseria dell’antifascismo militante. Oggi quella spina di nostalgia e paura si fa sentire più pungente. C’è una mutazione della nostra democrazia, e bisogna trovarle un nome. La via più facile è quella di dare alla cosa nuova nomi vecchi: regime, fascismo, sono lì per questo. Vecchi nomi, vecchi simboli. Ma la suggestione non ha senso, neanche in un gioco di caricature.

 

Ci sono in Italia persone il cui impegno civile, e lo stesso svolgimento ordinario di un lavoro, costa già la vita, dove spadroneggiano le mafie. La caricatura cede già al dramma vero per gli zingari, i romeni, gli annegati dalla sponda africana. Questo non è ancora, e forse non arriverà a essere, paragonabile all’antisemitismo. Zingari e romeni e africani possono gonfiare un mercato di riserva di capri espiatori, ma non diventare i Grandi Colpevoli, i Grandi Cospiratori: per quello gli ebrei sono insostituibili - devono somigliarci fino a passare inosservati e insieme soverchiarci diabolicamente per cultura, intelligenza, denaro. Altra storia. Non è un caso che servano ancora al vecchio scopo sulla scala di un mondo che non ne ha mai visto uno.

 

Italiani, brava gente, spiritosa. Tutt’al più con un inno anacronistico, l’elmo di Scipio, stringiamci a coorte. Gli italiani l’hanno già corretto a proposito, senza nemmeno volere: Stringiamoci a corte. Ecco fatto, due vocali. Abbiamo imparato del regime fascista, quella invenzione di italiani tipici, che vengono, “scherzando e ridendo”, momenti tragici in cui il fiore di un’intera comunità deve decidere che cosa fare della propria vita. E soprattutto che in quella ventina d’anni, benché si sia stati educati rigidamente al libro Cuore e ai precetti sull’onore, è successo che, neanche per salvare la pelle, ma appena per andare a occupare la cattedra lasciata improvvisamente vacante da un predecessore di razza giudaica, siamo stati capacissimi di dimenticare che eravamo così pronti alla morte. Può sempre risuccedere.

 

(N.B. Righe di un articolo del 25 aprile 2009, su Repubblica).