I nostri vecchi, il virus e quell'anno supplementare che se n'è andato

Adriano Sofri

Riflettere su quel che (forse) sarebbe comunque accaduto

Io mi aspetto da un momento all’altro un’insurrezione, una vera jacquerie degli Immuni, forconi e slogan di “Basta coi vecchi. Ma ne riparliamo domani. Oggi di Giuseppe De Rita. Sono stato a sentirlo da un tempo immemorabile. Imparo, ci penso su. Pochi mesi fa aveva detto la sua sugli anziani, oltretutto con una maturata autorità personale, perché ha 87 anni. (A me sembra che si sia perso qualcosa di prezioso da quando si è smesso di dire “vecchi”, e perfino una bella parola come “vegliardo”: avrete notato, ora lo dicono solo alcuni grandi vegliardi di sé, come se fosse un loro vezzo esclusivo). Insomma, alla fine di gennaio, a virus non ancora scovato, De Rita diceva: “In Italia l’anziano non è un residuo, c’è una longevità attiva… La ricchezza immobiliare e patrimoniale nel nostro paese è in mano agli anziani… Cinque milioni di anziani fanno viaggi, due milioni e mezzo visitano musei e mostre, due milioni vanno al cinema, tre milioni e mezzo si occupano dei nipoti, cinque milioni e mezzo si occupano di altri anziani”. Aggiungeva che “la figura dell’anziano saggio, istruito, con tanto potere è finita, e ritorna la dimensione di massa”. Con essa anche la solitudine e una mancanza di fini, alle quali, concludeva, occorreva contrapporre una pratica di comunità.

 

L’altro giorno, a virus dilagato, De Rita ha dato un’intervista al Corriere. “Non parlo da un mese. Non mi piace nulla di quello che sta succedendo. Sa cosa accade in Olanda? Me lo ha raccontato mio figlio che vive lì. Gli over 70 hanno ricevuto un bel modulo in cui si impegnano, in caso di coronavirus, a non ricoverarsi in ospedale per non sottrarre posti a chi ha più possibilità di guarire. Il bello è che lo hanno firmato tutti. La mentalità lì è meno comunitaria, c’è una forte dimensione di autonomia, di prestigio dell’individualità. Quasi un esempio di coscienza pubblica: sono vecchio, se mi ammalo cerco di farcela da solo ma non tolgo spazio ai più giovani (…). Trovo corretta l’analisi del geriatra Roberto Bernabei. Gli anziani morti avevano alle spalle, in media, almeno due o tre malattie pregresse. Gli italiani hanno assistito a tutto questo con dolore e stupore. Poi si è capito che questa malattia anticipava ciò che sarebbe accaduto magari tra un anno. Come in un terremoto: un anziano con un bypass, con uno scompenso renale non ce la fa a salvarsi. Non voglio essere crudele ma è la verità”. 

 

Non sono sicuro di aver capito bene, e può darsi che anche in De Rita i pensieri oscillino. Ma mi ha colpito il calcolo relativo sul Covid-19 che ha magari anticipato di un anno ciò che sarebbe accaduto. Vedo bene che è obiettivo, quasi ovvio. C’è un’aspettativa di vita pre virus, c’è il suo accorciamento per alcune migliaia di noi, magari qualche decina di migliaia, per il virus, più o meno di un anno. Fin troppo ovvio. Fa pensare a un’analogia con la famosa patrimoniale. Il cui principio, com’è noto, sta qui: dia un po’ di più chi ha di più. I vecchi hanno un patrimonio di anni. Hanno più anni, a volte enormemente di più. C’è una disuguaglianza crescente anche nella nostra demografia: più vecchi e meno giovani, e vecchi sempre più vecchi. Un anno, è una quota equa per riequilibrare le cose. Naturalmente, l’analogia non ha senso, è solo un gioco di parole. L’ho evocato non per piacere di paradossi, ma per riproporre la domanda: quanto vale un anno? Quanto valeva, per loro, il prossimo anno? La risposta è tutt’altro che univoca, tanto meno sentimentale: a ognuno la sua. Oltretutto, l’avvertimento delle autorità secondo cui i vecchi – “gli anziani” – non usciranno di casa prima dell’anno prossimo, assegna all’anno supplementare, quello in ballo, una qualità ridotta, per così dire. Ci torno, e intanto saluto amichevolmente Giuseppe De Rita.

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