Terremoto, tutti in strada con la mascherina. Cronaca dal mondo alla rovescia

Marianna Rizzini

Hai sognato gli insetti, i mostri, i draghi. Solo che poi, alle 5 e 03, è arrivato il resto. Prima il tuono. Poi il boato-scoppio: un ladro che forza il portone? Una caldaia esplosa? Il crollo di un palazzo?

Roma. La scena si ripete quasi tutte le notti, come effetto collaterale (e collettivo, a giudicare dai commenti sui social) del lockdown prima totale e poi parziale. E anche stanotte infatti sembra la stessa notte: l’addormentamento sereno e improvviso davanti al libro, al telegiornale, alla serie tv. Poi, verso le 4, un sogno più strano degli altri che ti apre gli occhi. E non c’è più verso: hai sognato che la gente ti vedeva, perché sei diventata invisibile. Hai sognato che correvi nel buio. Hai sognato semplicemente la tua giornata tra quattro mura – l’incubo reale. Hai sognato gli insetti, i mostri, i draghi (se bambino), i prati, il mare, la città. E niente: ti giri e rigiri, scrivi su Facebook, riprendi il libro, cadi in una specie di rilassamento vigile, ma non ti riaddormenti più. E anche oggi alle 4 hai fatto così: ti rigiravi. Solo che poi, alle 5 e 03, è arrivato il resto. Prima il tuono (quello vero). Poi il boato-scoppio: un ladro che forza il portone? Una caldaia esplosa? Il crollo di un palazzo? E intanto il letto faceva un salto, e poi un altro salto (“terremoto sussultorio”, avrebbero detto gli esperti), e una candela con involucro di vetro precipitava dalla libreria.

 

E però il lampadario non ballava. Quindi non è un terremoto, diceva la mente incredula per lo scoppio di quella che pareva una bomba (un attentato! si pensava allora, correndo su internet per capire se per caso ci si trovasse nel centro di quello che consideravamo l’orrore massimo prima del coronavirus). Ma non c’era nulla, tranne quella certezza che prendeva forma man mano che su Twitter scorrevano numeri e mappe: terremoto alle porte di Roma, che non è una città sismica. E non si riusciva a ridere alle pur divertenti battute sulle piaghe mancanti allo scenario pandemia più terra che trema. Non si riusciva a muoversi, immobilizzati dalla doppia inquietudine: in balìa di un qualcosa ancora meno controllabile del nemico-fantasma di questi mesi, il virus che si insinua volente o nolente anche nel sonno di chi forse ha sempre pensato “io non ho paura”. E si restava lì, in attesa della seconda scossa che per fortuna non arrivava, e si percorrevano mentalmente i metri tra la camera e il salotto (“Che cosa devo prendere?”), e poi ci si alzava per mettere le scarpe e ci si affacciava dal terrazzino (“Errore”, dirà la mattina dopo l’amico geologo chiamato per avere notizie sullo strano sisma alle porte della città non sismica). Ma non si scendeva (“Potrei andare sul Lungotevere”, era stato il primo pensiero, seguito subito dall’altro: “E se poi cade un albero?”). E ci si ritrovava nel paradosso: tu che dici di essere pronta per la fase 2, e hai voglia che arrivino anche le fasi 3 e 4, e che razionalizzi sempre tutto a proposito del pericolo impalpabile anche detto Covid-19, beh sempre tu hai il terrore, terrore vero, del terremoto. E nel capovolgimento del mondo portato dal virus, dal lockdown, dal cambio di scenario e abitudini – dall’aperto al chiuso, dal tanto all’essenziale, dal rumore al silenzio – si insinuava lo smarrimento: non controlliamo un bel niente, anche se nessuno dei signori scesi in strada era sceso senza mascherina, come se la paura ancestrale della malattia (“La fase 2 è delicata”, diceva il vicino di casa, a scossa appena finita) prevalesse sulla paura ancestrale di un terremoto che rende il “fuori” meno pericoloso di un “dentro” che in questi mesi è stato salvezza. La terra ti scuote e non sai se è finita, e non ci sono fasi da controllare. E alla fine si restava sul terrazzino (errore), cercando una risposta nell’alba bellissima, con il caffè già freddo in mano e i pensieri vagolanti tra due incognite uguali e contrarie. E meno male che alla fine suonava la sveglia: ignara, lei sì. Quella delle sette.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.