Matteo Salvini e Nicola Zingaretti presenziano alla demolizione di una proprietà dei Casamonica, nel giugno 2018 (foto LaPresse)

L'asse dell'immobilità

Salvatore Merlo

Quelle convergenze parallele tra Salvini e Zingaretti: “Se cade il governo, elezioni”. I timori per Zaia

Roma. In tanti danzano attorno a Giuseppe Conte, disegnano traiettorie e vaghezze di nuovi governi, ma nessuno sembra abbastanza forte da imporre il suo ritmo, proprio come nessuno è sufficientemente debole da essere espulso dal ballo. E questa palude, questa danza sul posto, è manifestata dalla minaccia delle elezioni anticipate. “Dopo questo governo c’è solo il voto”, dicono all’unisono Nicola Zingaretti e Matteo Salvini, ben sapendo però che non è vero, e che sullo sfondo si stagliano anzi tali e tanti guai che ben presto le alternative potrebbero essere poche. Come dice infatti Marco Minniti agli amici con i quali parla un po’ di politica, seppur dalla distanza e con un certo personale disinteresse: “La Corte costituzionale tedesca da sempre ha il ruolo di fare quello che talvolta la politica tedesca non riesce a fare. Adesso ha messo in discussione l’acquisto da parte della Bce dei titoli italiani. E riflette posizioni forti nella politica tedesca. Segnalo che la Germania ha tutta la capacità di riportare indietro le lancette dell’Ue”. Uno scenario, per l’Italia, simile nelle meccaniche (ma peggiore nella sostanza) a quello del 2011, quando sull’orlo del baratro, con lo spread oltre i 500 punti, Silvio Berlusconi si dimise e arrivò Mario Monti.

 

Ma il governo di salvezza nazionale, pensano i suoi teorici, andrebbe preparato adesso proprio per evitare una situazione “alla Monti”: urgenza, necessità immediata di decisioni impopolari come fu, per esempio, la riforma delle pensioni. Per questo persino in Forza Italia alcuni vorrebbero non assecondare l’inclinazione alla cautela, diffusa anche fra i tanti che questa eventualità del nuovo governo pure la reputano quasi scontata, come Gianni Letta o Berlusconi stesso, che però, quando ne parla, non fa che ripetere da settimane la stessa cosa: “Non è il momento”. Ma quando sarebbe il momento? Un attimo prima del crac? Prima o dopo la manovra economica dell’anno prossimo, quando i più pessimisti, preso atto del debito pubblico al 150 per cento, già immaginano una forma di tassa patrimoniale che metterebbe in forse la stessa compattezza della maggioranza che sostiene Conte? “Il momento buono è sempre l’ultimo”, dice sorridendo uno dei consiglieri storici del Cavaliere. E d’altra parte ieri, alla Camera, mentre a Palazzo Chigi il governo s’incartava ancora una volta in un groviglio di posizionamenti strategici sulla scrittura dell’atteso decreto Rilancio, mentre insomma, come dice Andrea Augello, dirigente di Fratelli d’Italia, “sembra di essere tornati a una concezione della politica simile a quella di fine Ottocento: l’occupazione di un mero spazio gestionale”, ecco che intorno a Montecitorio si facevano discorsi dall’aria drammatica e vagabonda sugli effetti della crisi economica, sulla destabilizzazione del sistema politico nel suo complesso: “La politica deve servire a qualcosa. Deve essere funzionale a qualcosa, altrimenti ti cacciano a pedate”. E insomma in assenza di risposte, di una capacità di visione del paese proiettata al di là della contingenza e della piccola manovra quotidiana, dei palleggiamenti e delle esigenze di rappresentazione di ciascuno dei partiti, “quello che è uscito dalla porta può anche rientrare dalla finestra”, dice per esempio da un po’ di tempo Andrea Orlando. E il vicesegretario del Pd si riferisce al populismo, a chi sarebbe capace di cavalcare un’onda di risentimento e di pulsioni plebeiste, “ma non Salvini, che credendo di cavalcare la tigre rischia di finire sbranato pure lui”. 

 

 

Eppure questo sembra al momento il piano della Lega. Matteo Salvini, come Zingaretti e persino come Orlando, è infatti uno di quelli che scaccia via con la mano l’idea di un governissimo. Prima l’aveva proposto, mesi fa. Ora lo rinnega, seppur con qualche ambiguità. Anche in televisione, ancora ieri mattina su La7: “Usciti dall’emergenza sanitaria la democrazia prevede che siano gli italiani a scegliere”. Ed ecco dunque lo stallo. Malgrado, nelle stessa Lega, gli stessi fedelissimi di Salvini si rendano conto di un avvitamento le cui responsabilità tuttavia attribuiscono alla maggioranza, agli altri, cioè al Pd e al M5s che, dice l’ex sottosegretario Massimo Garavaglia, “continuano a ragionare in termini di consenso: faccio qualcosa per guadagnare voti, e penalizzo chi è contro. In guerra non c’è maggioranza e opposizione, c’è il paese”. Eppure il governo di salvezza nazionale è respinto da Salvini per ragioni in realtà non dissimili da quelle che descrive Garavaglia, e che sono le stesse che portano Conte, ma anche un pezzo del Pd e i ministri grillini, a temere un nuovo governo. D’altra parte, come sanno bene nella Lega, Salvini è spaventato da Luca Zaia, teme di non reggere personalmente tre anni in un governo di unità nazionale e teme che in una compagine di quel tipo, gioco forza, sarebbe l’ala responsabile della Lega a prevalere, cioè proprio il governatore del Veneto. Dunque niente. Nisba. “Ci sono le elezioni”, dice Salvini. Esattamente come Zingaretti. La rappresentazione di uno stallo che tuttavia alcuni sono convinti, alla fine, verrà sbloccato se non dalla politica dalla realtà. “Solo che andrebbe evitato un cambio di governo per effetto di un collasso di sistema”, diceva Minniti ad alcuni amici con i quali talvolta scambia opinioni (e timori).

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.