Lettera da Bergamo. Il “paese” su Facebook di 32 mila ricordi e rabbie

Cristina Giudici

Una pagina del social network dedicata allo sfogo dei tanti cittadini che hanno perso i propri cari a causa del coronavirus

Ci troviamo a vivere di fronte a uno schermo che ci restituisce la nostra immagine rovesciata. Anche l’intento di creare un gruppo Facebook per chiedere giustizia per i lutti subiti, i funerali non celebrati, il furto di esistenze strappate (ora il rischio è della “giustizia” si occupi malamente la magistratura), ha proiettato un’immagine diversa, se non contraria agli obiettivi iniziali: un racconto corale di migliaia di bergamaschi che cercano di esorcizzare, attraverso la condivisione di un lutto collettivo, il dramma della pandemia. Sentimenti troppo potenti per la sintesi in un necrologio. Succede sul gruppo “NOI denunceremo” fondato da Luca Fusco, 58 anni, commercialista di Bergamo. “Ho perso mio padre, uno dei tanti che se ne è andato in silenzio e ancora adesso non so dove sia” spiega con un tono compassato, presentandosi seduto su una sedia, mascherina abbassata sul collo. “Quello che ci è successo è peggio del bombardamento sulla Dalmine durante la Seconda guerra mondiale. Non deve ripetersi più, per noi, per i medici, per i volontari, per le forze dell’ordine”.

 

In due settimane il gruppo fb è diventato un paese di 32 mila persone che hanno scritto fiumi di parole, impregnando i post di lacrime che i bergamaschi solitamente faticano a versare. Le regole di questo paese virtuale sono chiare: “Tutti noi vogliamo giustizia, siamo qui per raccogliere informazioni e testimonianze, ma non spetterà a noi decidere chi è colpevole e di cosa. In questo momento l'unica cosa che vogliamo è saperne di più, scoprire la verità su quello che ha funzionato: abbiamo bisogno di verità e certezze, non di dubbi, complottismo e chiacchiere da bar”, spiegano gli amministratori per impedire la tracimazione di odio e invettive e sete di vendetta. E così, a leggerlo, sembra un unico flusso di coscienza. Impensabile per la natura schiva del popolo bergamasco. Vale la pena leggere questo cordoglio collettivo, una sorta di necro-romanzo in cui ognuno espone senza veli la propria disperazione, anche se fra un post e l’altro si intrufola qualche storia a lieto fine di una persona guarita, che viene accolta da un applauso virtuale.

 

Certo, la rabbia è il sentimento prevalente per chi non è riuscito a farsi assistere, si è trovato di fronte a strutture sanitarie non preparate, a un medico di base che non capiva, o per le tante richieste di aiuto rimaste inascoltate nel caos dell’emergenza. Ma poi davanti allo specchio rovesciato di questo sfogo collettivo c’è la storia di un popolo inebetito dalla tragedia. “Che notte ho passato, non sono rimasto un minuto seduto, tu che continuamente tossivi e mi dicevi che avevi la gola arsa che non riuscivi a respirare. Le infermiere tutta la notte impegnate nella stanza di fronte dal signore con il respiratore anzi con i signori che avevano il respiratore perché da uno erano diventati due, in un continuo viavai”, racconta un figlio. “Mai avrei potuto immaginare che quello sarebbe stato l’ultimo sguardo, l’ultimo abbraccio, l’ultimo sospiro, l’ultimo sussulto di vita”, scrive una vedova.

 

Ogni tanto fa capolino una guarigione, la riconoscenza per chi in corsia ha fatto l’impossibile. “Lui invece riesce a superare le ore più critiche… Supera anche i primi giorni… A me non sembra vero averlo qui vivo… Ringrazio tutti i medici, gli infermieri, I volontari, che eroicamente si dispongono in trincea per salvare vite… e ringrazio Dio”, scrive una moglie. Post dopo post, una sorta di seduta psicoanalitica di gruppo amplificata. C’è chi prega, chi invoca giustizia e anche chi si trova solo davanti a una fede che gli sembra stia evaporando. E per tutti una sola domanda a cui nessuno può trovare riposta: Cosa è davvero successo? Unica e sconcertante assenza in questo racconto corale, e che invece trapela nelle conversazioni private di tanti bergamaschi, è un’altra domanda. “Perché non siamo riusciti a fermarci? Perché abbiamo continuato a lavorare?”. Di questo non si parla, come fosse un tabù. L’etica del lavoro. Dopo, forse, verrà il tempo anche per rispondere a questo interrogativo, anche nel paese virtuale costruito dalle parole di 32 mia persone.

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