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L'articolo scientifico che solleva più di una domanda sulla gestione lombarda dell'emergenza coronavirus

Cinque dei suoi autori sono parte dell'unità di crisi della Regione. Molte le osservazioni che meriterebbero una risposta. Anche dal governatore Fontana e dell'assessore Gallera 

7 Aprile 2020 alle 16:32

L'articolo scientifico che solleva più di una domanda sulla gestione lombarda dell'emergenza coronavirus

Il governatore della Lombardia, Attilio Fontana (foto LaPresse)

Gira già su alcuni motori di ricerca di articoli scientifici, un contributo preprint non ancora peer-reviewed dal titolo “The early phase of the COVID-19 outbreak in Lombardy, Italy”. Ciò che rende peculiare ed interessante questa pubblicazione, è che cinque tra i suoi autori sono parte della unità di crisi di regione Lombardia. I tecnici di Attilio Fontana e Giulio Gallera si confrontano con i loro colleghi medici e scienziati nel luogo corretto, la pubblicazione scientifica. 

 

Viene analizzata l’epidemia dal 20 Febbraio all’ 8 Marzo: sono descritti i provvedimenti adottati e l’evoluzione da essi determinata. Nella introduzione si apprende che l’epidemia lombarda è iniziata “molto prima” del 20 Febbraio, il primo caso di Codogno. Questo è il vero motivo per cui non è stato possibile trovare il paziente zero.

 

Gli autori hanno studiato i dati dei primi 5.830 casi accertati come positivi e riferiscono (candidamente) che la data di inizio dei sintomi cui sono riusciti a risalire è il 14 gennaio, 36 giorni prima della scoperta del paziente uno. 36 giorni in cui la catena di comunicazione di sorveglianza epidemiologica (Lombardy Notifiable Disease Surveillance System), non è riuscita a far pervenire la comunicazione dalla periferia al Palazzo di casi atipici di infezione polmonare, in un momento in cui nel mondo era in corso una epidemia di polmoniti anomale.

 

Non sappiamo dove questo “telefono senza fili” si sia interrotto. Ciò può essere rivelato solo se medici ospedalieri e di medicina generale troveranno il coraggio di dire quando e quali segnalazioni furono fatte alla Regional Health System, Local Health Authorities (ATS, Agenzia di Tutela della Salute). Ciò serve non solo a identificare responsabilità, ma a rimediare subito per “rioliare” un meccanismo arrugginito da decenni di visione ospedalocentrica lombarda, e rimettere a sistema un servizio essenziale e indispensabile adesso e nella sorveglianza dei focolai futuri: medicina preventiva e sorveglianza epidemiologica.

 

Altro contributo scientifico originale dell’articolo, ancorché non corredato da numeri a sostegno, è l'affermazione reiterata per la quale gli autori non avrebbero osservato significative differenze nella carica virale dei tamponi tra positivi sintomatici ed asintomatici, esattamente il contrario di ciò che l’assessore Gallera ha riferito in commissione Sanità (di cui sono membro) di regione Lombardia. Un’altra catena di comunicazione da oliare.

 

L’articolo dei tecnici di regione Lombardia prosegue indicando ciò che è stato fatto per evitare un “esito catastrofico per il sistema sanitario”: strategie di contenimento aggressivo; un intervento duro e proattivo di tracciamento e test a tutti i contatti dei pazienti sarebbe stato messo in atto dal 21 febbraio. Le autorità sanitare locali (ATS), Regione e Istituto superioresanità hanno introdotto azioni coordinate per limitare la diffusione: tra esse l’isolamento dei casi, il contact tracing, intensive testing e zone rosse attorno alle cittadine più affette. Cioè, è proprio scritto “collaborated to introduce”, non would have collaborated, wished have, should have (avremmo voluto, ci sarebbe piaciuto, avremmo dovuto).

 

Anche la definizione di caso sospetto, a cui evidentemente fare il test, necessita di una peer review. Gli autori scrivono: “Un paziente con almeno una tra tosse, febbre e difficoltà respiratoria, senza altra causa dimostrabile ed un link epidemiologico (viaggio in Cina, lavoro in ospedale, essere entrato in contatto con un caso possibile o confermato di COVID 19)”. Questo è ciò che riportavano i documenti del ministero e Consiglio superiore di sanità. Essi però omettono di dire che i tecnici della Lombardia (cioè loro stessi), in data 25 Febbraio inviavano una comunicazione a tutti gli ospedali lombardi, che cambiava sostanzialmente il protocollo ministeriale: il test andava fatto solo a coloro che si fossero presentati in Pronto soccorso con una sintomatologia respiratoria tale da necessitare il ricovero. Questa difformità sostanziale nei protocolli di testing, già da me denunciata a mezzo stampa dal 5 marzo, è stata ricordata anche nel mio intervento in Consiglio regionale il 31 marzo (il consiglio è rimasto non convocato dal 25 febbraio al 31 Marzo!) dove ho consegnato a mano le delibere al presidente Fontana. 

 

Proseguendo questa review dell’articolo degli esperti di regione, si nota che gli operatori delle ATS hanno raccolto i dati intervistando i casi positivi e i loro contatti, facendo contact tracing, ricostruendo i loro movimenti, contatti, hobbies nei passati 14 giorni. Lo hanno fatto? Hanno continuato a farlo? Dove sono inseriti questi dati, a cosa sono serviti, oltre che a questa pubblicazione? Ciò che apprendiamo dall’articolo è un ritardo medio di 3,6 giorni tra la data di arrivo di un test positivo e la sua registrazione sul database (quale database?, ne esiste uno regionale?). Perché gli autori dichiarano che questo studio non è approdato, come tutti, al parere del Comitato etico?

 

L’analisi dei dati mostra come già nella fase iniziale di epidemia, caratterizzata da una crescita esponenziale, il tempo di raddoppio della epidemia fosse più rapido nella bergamasca (3,1 giorni) che non a Codogno (3,4). Quindi era nota da subito una velocità di propagazione maggiore nella zona di Bergamo che non nel Lodigiano.

 

Conclusioni: le riviste scientifiche di cui sono peer reviewer, BMC Pregnancy and Childbirth e Italian Journal of Pediatrics quando mi mandano un articolo da valutare, tre le varie cose, mi chiedono se l’articolo sia già pubblicabile così come è arrivato o se sia meglio rispedirlo agli autori con mie domande o precisazioni cui rispondere prima della pubblicazione. Come vedete le domande e le osservazioni cui rispondere sono molte. Sperando che trovino risposta, chiederei di inserire tra gli autori anche il presidente della Regione e l’assessore alla Sanità.

 

*medico di terapia intensiva neonatale, Mangiagalli Milano
consigliere regionale della Lombardia, +Europa Radicali
membro della commissione Sanità

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  • mapatri

    08 Aprile 2020 - 10:38

    Non solo questo articolo, sono anche le parole del prof. Maira, neurochirurgo e membro del Consiglio superiore di sanità: “L'alta probabilità di infettarsi per il personale sanitario, cosa che ha determinato molte forme gravi e troppi decessi, ci dice quanto, senza i controlli, si è esposti e quanto gli operatori sanitari possono diventare essi stessi fonte di contagio per chi riceve le cure.” Senza nulla togliere all'encomiabile servizio offerto in tutti gli ospedali, è corretto chiedersi se le procedure di sicurezza, il casco e i dispositivi anticaduta per i lavoratori sulle impalcature o le regole per l'accesso agli elettricisti alle parti in tensione, per intenderci, siano state osservate nella gestione di un nemico subdolo ma non sconosciuto. Sostenere il punto non è fare polemica inutile.

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  • Alessandro2

    Alessandro2

    08 Aprile 2020 - 09:39

    Osservazioni corrette, anche se inacidite dal bias politico (vedi disclosure finale dell'autore dell'articolo). Al netto del ritardo di comunicazione della Cina, che qui è il vero peccato originale, la mancata chiusura della Val Seriana è esclusiva responsabilità lombarda. E qui non ci piove. Alla fine, i troppi morti, medici e non, saranno pianti ma non vendicati dalla giustizia, poiché già si apparecchiano emendamenti protettivi dei livelli politici (dai governatori giù fino ai direttori sanitari). Ecco che alla fine gli amministratori salveranno il culo, e dovremo pure ringraziarli. Aggiungo infine alla lista degli ignavi il governatore emiliano-romagnolo, che non ha chiuso subito Piacenza.

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    • Caronte

      08 Aprile 2020 - 16:15

      'L’Istituto superiore di sanità ha detto che sarebbe opportuno che una zona della Bergamasca diventi zona rossa. Anche noi siamo di questa idea, ma la decisione finale tocca al governo che dovrà allertare le forze armate e la prefettura'. Gallera il 5 marzo. 'Abbiamo, io personalmente insieme al presidente dell’Iss Brusaferro, condiviso la necessità di una zona rossa in quell’area. Il presidente Brusaferro ha inviato un documento, almeno così ha detto a me, e poi abbiamo atteso. Abbiamo atteso giovedì, abbiamo atteso venerdì. Poi questo governo non ha assunto questa decisione' Gallera in una intervista successiva. Dov'è la Task Force anti fake-news?

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    07 Aprile 2020 - 18:53

    Al direttore - Avete voglia di girarci intorno. Il vero imputato e già condannato, è il sistema "ospedalecentrico", un mix di pubblico e privato che per anni e con efficienza ha soddisfatto i bisogni di decine di migliaia di pazienti provenienti da ogni parte d'Italia. Era il modello Lombardia, in senso politico, che non si sopportava. Era uno schiaffo continuo ai modelli clientelari del Sud. Sbagli, ritardi, errori, indecisioni? Certamente: la perfezione non appartiene all'agire umano. Neppure ai moralisti politici e scientifici a comando.

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  • AlessandroT

    07 Aprile 2020 - 18:35

    Mi rendo conto che quello che sto per scrivere è un punto meno che minore. Ma questa cosa che Lei si senta autorizzato a suggerire coautori aggiuntivi (in un paper scritto da altri!) mi lascia perplesso. Io lavoro in accademia in un ambito in cui i colleghi la coauthorship se la devono guadagnare. Il presidente della regione? Ma stiamo scherzando? E che ha fatto per meritarsi una coauthorship? Un coautore deve aver contribuito in maniera significativa alla creazione dei dati, all'analisi, oppure alla stesura dell'articolo. Faccio notare che con questo non voglio criticare in alcuno modo il lavoro del Presidente o dell'Assessore.

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