“Mi preoccupa questo Pd statalista e anti imprese”, dice Gori

Valerio Valentini

Il sindaco di Bergamo annusa l’aria sovietizzante che arriva dalle parole di Bettini e dai silenzi del Nazareno

Roma. Più che dall’inesistenza di uno “spazio morale”, Giorgio Gori si dice preoccupato “dalla presenza di uno spazio politico enorme, che spero che il segretario Zingaretti e tutto il Pd decida di occupare: perché con una destra che a giorni alterni evoca l’uscita dall’euro, e un M5s bloccato sul binomio statalismo-assistenzialismo, chi, se non il Pd, può intestarsi la responsabilità d’instaurare un dialogo costruttivo col mondo della produzione? E con questo intendo le rappresentanze dei lavoratori e delle imprese”.

  

E insomma si capisce subito che ad avere colpito il sindaco di Bergamo, nell’intervista di Goffredo Bettini, non è tanto il passaggio sull’impossibilità d’imbastire trame per sostituire Giuseppe Conte. “Al governo ora si deve la massima lealtà”, dice Gori. No, la frase che lo ha colpito è un’altra. “E’ quella in cui si afferma che non possiamo essere subalterni al capitalismo cieco e disumano. Che ci mancherebbe, ma mi auguro che il destinatario del messaggio non fosse il nuovo presidente di Confindustria. E non lo dico perché voglio polemizzare con Bettini. Lo dico per evitare che l’affiorare di una cultura diffidente se non ostile verso le imprese e gli imprenditori possa impedirci di cogliere questa opportunità che abbiamo, a mio avviso agevolata della presenza di Carlo Bonomi alla guida di Confindustria. E non lo dico solo pensando al Pd. Lo dico perché, mi pare, solo attraverso un patto di reciproca fiducia tra lo stato e il mondo produttivo possiamo riuscire a liberare quelle energie positive diffuse nel paese, e senza le quali l’Italia non riuscirà a risollevarsi da questa crisi”.

  

E dunque eccoci alla “fase due” e alle scelte economiche che impone. “Prima, però - precisa Gori – va affrontato l’aspetto sanitario, che è tutt’altro che superato”. Facciamolo. “A questa riapertura saremmo dovuti arrivare con una capacità di tracciamento e di isolamento dei nuovi positivi molto maggiore. Facciamo fatica a mappare la popolazione, e di conseguenza fatichiamo a intervenire con prontezza per spegnere un eventuale riacutizzarsi dei contagi. Abbiamo un buco informativo che siamo costretti a colmare facendo accorati appelli alla responsabilità ai nostri cittadini, che stanno dimostrando uno grande senso civico”. Colpe, responsabilità? “Mi limito a dire che ci sono stati e ci sono ritardi su più fronti, regionali e nazionali. Su tutta la Lombardia, nel giorno della riapertura, abbiamo fatto appena 7 mila tamponi: troppo pochi per garantire una ripartenza in sicurezza. Ma se dopo oltre due mesi di pandemia non disponiamo ancora di una app per il contact tracing, è chiaro che anche a Roma non tutto è andato come doveva.

  

Veniamo all’economia. “L’esplosione dell’indigenza è un rischio concreto. Concreto e drammatico. E le telefonate che le nostre strutture ricevono me lo confermano ogni giorno. Ma proprio per questo, chiedo che le misure per il sostegno alla povertà vengano ideate per essere tempestive ed efficaci”.

 

Si sta appunto litigando sul Reddito di emergenza. “Ben venga, purché arrivi presto, e sia gestita da chi davvero è vicino alle difficoltà dei cittadini. E’ giusto che l’input iniziale venga dal centro, che siano definiti criteri di valenza nazionale, ma dell’erogazione sul territorio è necessario che si occupino i comuni. Sono i nostri servizi sociali che conoscono davvero le varie situazioni di disagio delle varie comunità; affidare anche questa incombenza all’Inps, già sovraccarica di responsabilità, è un errore. Non possiamo permetterci che gli aiuti arrivino tra tre mesi. Anche la diversa esperienza di gestione del Reddito di inclusione e del Reddito di cittadinanza – il primo affidato ai Comuni, l’altro alle strutture centrali – dimostra che non basta erogare: bisogna accompagnare, anche per favorire un percorso verso l’autonomia. I comuni sanno come si fa. Conosciamo i nostri cittadini, tocchiamo con mano le loro difficoltà. Ad esempio, tanti piccoli commercianti e imprenditori, privati delle loro entrate già da due mesi, non possono reggere ancora. Molti si sono già rassegnati a non riaprire”.

 

Perché non li si sta aiutando come si dovrebbe? “La liquidità promessa fatica ad arrivare. Il basso numero di domande per i prestiti ci dice che la misura incontra la diffidenza di chi ne avrebbe bisogno: troppe complicazioni. Semplifichiamola, e alziamo la soglia dei prestiti per cui la garanzia dello stato è totale. Più in generale mi chiedo se la politica non stia puntando troppo poco sulle capacità delle nostre imprese, e se non si sopravvaluti per contro l’efficacia di un intervento diretto dello stato. Non credo sia l’impostazione di Gualtieri, ma questa idea dello stato imprenditore, dello stato che vincola il sostegno economico alle aziende alla possibilità di condizionarne le scelte a me non convince affatto. Senza imprese forti e competitive, senza capacità di accrescerne la produttività, non credo andremo lontano. Usciremo da questa crisi ancora più indebitati e con seri problemi di occupazione. Abbiamo bisogno che le nostre imprese tornino a correre e a creare lavoro e ricchezza, innanzitutto per i lavoratori. E allora, se è così, servono risorse – nell’immediato, anche a fondo perduto – ma soprattutto serve un alleggerimento del carico fiscale e una forte semplificazione del sistema normativo. Senza la pretesa di dettare la rotta. La misura che più s’è rivelata utile alle imprese italiane in questi anni è stata Industria 4.0: una misura neutra, nel senso che non imponeva alcun indirizzo dall’alto alle scelte delle aziende, se non l’incentivo a investire e rinnovarsi. Agevoliamo questi processi: incentiviamo la ricerca e la spesa in tecnologia e formazione dei lavoratori, stimoliamo le aggregazioni superando il dogma del ‘piccolo è bello’, che spesso zavorra il nostro sistema produttivo”.

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