Le ricette anticoronavirus di Gratteri: processi virtuali e stato di polizia

Ermes Antonucci

Dopo Roberto Saviano e Nino Di Matteo, anche il procuratore capo di Catanzaro sale sul palco (mediatico) e sfrutta l'emergenza per dispensare le sue ricette giudiziarie al paese

Dopo Roberto Saviano e Nino Di Matteo, anche il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, è salito sul palco (mediatico) offerto dall’emergenza coronavirus per dispensare le sue ricette giudiziarie al Paese. Con due comparsate nel giro di poche ore (mercoledì sera a “Otto e mezzo” dalla Gruber, giovedì mattina a “Omnibus” sempre su La7, e chissà quante altre ce ne aspettano), Gratteri è intervenuto per affermare tre cose.

 

Primo: “Il coronavirus può essere una grande occasione per la criminalità organizzata”, perché “il mondo dell’agricoltura, della ristorazione e dell’edilizia è pieno di operai in nero e di gente sottopagata” e “oggi queste persone non hanno più 30 euro al giorno, hanno veramente bisogno di soldi”, rivolgendosi così ai clan. Si tratta della stessa profezia già avanzata da Saviano e Di Matteo, con cui nella sostanza si rappresenta l’Italia come un Paese costantemente sull’orlo dell’occupazione mafiosa. Ma cosa fare quindi? Tra le tante misure adottate per contrastare l’epidemia di Covid-19, il governo, cioè la politica, ha scelto di destinare fondi ai comuni per aiutare chi è in difficoltà. Gratteri non ci sta, tanto da proporre che “i comuni diano questi elenchi a Carabinieri, Polizia e Guardia di finanza, perché non vorrei che un sindaco faccendiere, ‘ndranghetista o camorrista faccia la sua lista, e quindi metta in questo elenco dei poveri i suoi amici e i suoi elettori”. Praticamente ciò che propone il procuratore di Catanzaro è l’annientamento preventivo dell’autorità politica e la sua sostituzione con uno stato di polizia.

 

Seconda presa di posizione di Gratteri: “Scarcerare oggi i detenuti sarebbe un pessimo messaggio da parte dello Stato, che in questo modo indietreggerebbe. Bastonano le guardie penitenziarie e scarcerarli sarebbe come premiarli per questo...”. Insomma, per il pm bisogna difendere l'immagine di uno Stato duro e inamovibile, anche a costo di far esplodere una pandemia incontrollabile nelle carceri (a proposito, oggi si è registrata la prima vittima tra i detenuti positivi al coronavirus), ignorando pure che le (timide) misure adottate dal governo per alleggerire il sovraffollamento carcerario comunque non si applicano esplicitamente ai detenuti protagonisti delle rivolte delle scorse settimane.

 

Terzo: “Se il potere politico avesse dato ascolto alla mia commissione del 2014 – ha detto Gratteri a Otto e mezzo – quando parlavo di processo a distanza, e quindi di convalida degli arresti con il detenuto in carcere, il giudice nel suo ufficio, il pubblico ministero nel suo e l’avvocato da casa, oggi saremmo arrivati preparati e avremmo risparmiato non milioni ma bilioni di euro”. Tralasciando il particolare uso del termine “bilione” (in italiano si dovrebbe dire “miliardo”), qui siamo di fronte al sogno supremo di Gratteri: il processo smaterializzato. E’ il processo in cui giudice, pm, imputato e avvocato neanche si guardano in faccia di persona. Il processo in cui l’imputato non può confrontarsi in maniera riservata con il suo legale. Il processo in cui i giudici non decidono più segretamente in una camera di consiglio. Insomma, il processo in cui non esistono più persone, ma solo cose, da condannare o spedire in carcere senza neanche rivolgere loro uno sguardo.

 

Proprio su quest’ultimo scenario, che sembra piacere a molti in tempo di coronavirus, si segnala la lettera inviata al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dal presidente dell’Unione delle camere penali italiane (Ucpi), Gian Domenico Caiazza, dall’emblematico titolo: “No al processo virtuale. Il prossimo lo facciamo su Facebook?”. “Non si può stravolgere il processo, violarne le regole basilari più sacre e secolari, cioè quelle della materiale presenza in aula dei giudici, dei pubblici ministeri e degli avvocati, della garanzia di segretezza delle camere di consiglio, della inviolabilità dei colloqui tra l'avvocato ed il proprio assistito”, scrive Caiazza nella lettera, chiedendo che si torni nelle aule dal 15 aprile, “nel rispetto delle ordinarie regole di cautela del distanziamento sociale”, e che non si estendano, in sede di conversione del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, "le già eccezionali disposizioni in tema di celebrazione a distanza dei procedimenti penali con gli imputati detenuti che ne facciano richiesta, ora anche ai procedimenti con imputati liberi".

 

“Occorre – conclude Caiazza – anche una riflessione seria sulla inopportunità di mantenere integra la sospensione feriale del mese di agosto, che peraltro prassi giudiziarie poco virtuose già di norma dilatano ben oltre quei trenta giorni. Il governo receda da queste irragionevoli e gravissime prospettive di autentica illegalità processuale, che i penalisti italiani non mancherebbero di avversare, nei processi e fuori da essi, con tutta la forza della quale sono capaci”.

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