Circa centomila famiglie romane senza reddito causa Covid

Massimo Solani

Il comune si attrezza con i fondi governativi, per il resto ci sono Caritas, comitati di quartiere e parrocchie

Roma. Gli “equilibristi della povertà”, per dirla con le parole di un recente rapporto Caritas, stavolta potrebbero davvero cadere nel vuoto. E assieme a quelle persone fragili e vulnerabili che camminano sempre sull’orlo, nel precipizio dell’indigenza stavolta possono scivolare decine di migliaia di famiglie che la serrata decisa dal governo per contrastare la diffusione del coronavirus ha lasciato senza redditi. Centomila, forse addirittura 150 mila famiglie per le quali anche fare la spesa in questi giorni è diventato un problema e per le quali, anche nel timore di disordini, il governo è intervenuto stanziando 400 milioni di euro. Ora la palla della gestione è passata ai Comuni e in Campidoglio, a cui sono stati riservati quindici milioni, la macchina amministrativa si è messa in moto per individuare i possibili destinatari dei buoni spesa (da 300 a 500 euro a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare) e per stabilirne le modalità di distribuzione e utilizzo. Se infatti dal 31 marzo è online il modulo di richiesta che dovrà essere inviato ai municipi, che si occuperanno dell’individuazione dei destinatari, ci sono ancora dubbi sulle modalità con le quali il bonus verrà erogato. Scartata su indicazione dell’Anci la possibilità di effettuare l’accredito su un conto corrente come aveva previsto la prima delibera approvata, la strada scelta dal Campidoglio è quella del “buono spesa” che sarà probabilmente erogato dalla stessa azienda che gestisce i buoni pasto dei dipendenti comunali (quelli non emessi nei giorni di smart working, ha annunciato via Facebook la sindaca Raggi, saranno devoluti per iniziative di solidarietà), mentre della distribuzione potrebbero occuparsi i volontari della Polizia Municipale. I primi buoni, secondo gli auspici dell’amministrazione capitolina, potrebbero arrivare nelle mani dei destinatari già al termine di questa settimana se il lavoro nei municipi procederà spedito.

 

Successivamente gli uffici si metteranno al lavoro per studiare come utilizzare gli ulteriori otto milioni di euro che sono stati stanziati invece dalla Regione Lazio per aiutare le famiglie in difficoltà. Molte, purtroppo, in una città in cui negli anni la crisi ha eroso il cosiddetto ceto medio allargando la platea di chi vive pericolosamente al limite della soglia di povertà. Secondo la Caritas, infatti, nel 2019 circa il 40 per cento della popolazione romana aveva un reddito fino a 15.000 euro l’anno mentre erano circa 125.500 le famiglie con figli a carico con reddito inferiore ai 25.000 euro annui (quasi una su dieci). “Stiamo dialogando anche con le reti degli organismi del terzo settore e del volontariato cittadino, per contribuire ad intercettare la platea di ‘invisibili’ che potrebbero non fare domanda per il contributo”, spiegava nei giorni scorsi l’assessore alla Persona, Scuola e Comunità Solidale di Roma Capitale Veronica Mammì. E dove non arriverà il comune, proverà ad arrivare il volontariato e l’associazionismo. Sono centinaia infatti le iniziative che stanno nascendo in tutta Roma, dai centri sociali alla Caritas passando per comitati di quartiere e parrocchie. Come alla Garbatella dove “Casetta Rossa” prepara pasti per i bisognosi del quartiere o il II Municipio che sta lanciando l’iniziativa della “spesa sospesa” con i supermercati di zona. Come i detenuti dell’“Isola Solidale” che preparano pacchi di generi alimentari per le famiglie in difficoltà o le buste con pasta e altri generi alimentari che gli abitanti dell’Alberone lasciano sotto la quercia che dà il nome al quartiere. Un elenco lunghissimo di mobilitazioni piccole o piccolissime in una città che, di fronte alla crisi, sembra aver ritrovato il senso di unione e solidarietà.

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