“Medici, infermieri e operatori sanitari sono i nostri guerrieri. Non li lasceremo soli”

Davide Faraone

L'intervento di Davide Faraone, presidente dei senatori di Italia Viva

Il Coronavirus è entrato di prepotenza nelle nostre vite, costringendoci a fare i conti con situazioni che per troppo tempo sono rimaste invisibili agli occhi di molti, rimandate al giorno del poi. Ci sono donne e uomini che dal primo giorno si prendono cura delle nostre vite, della nostra salute, del futuro delle nostre famiglie, impegnati con devozione e spirito di missione tra le corsie degli ospedali, nei laboratori di ricerca, sulle autoambulanze, nelle farmacie. Persone che spesso rinunciano alle comodità, alle feste segnate in rosso sul calendario, alle cene in famiglia con i propri cari. Sono loro che garantiscono il funzionamento del nostro Sistema Sanitario Nazionale, uno dei più qualificati al mondo.

 

Eppure i dati ci raccontano che gli operatori di questo sistema percepiscono stipendi inferiori rispetto ai loro omologhi europei. Lo abbiamo sempre sostenuto, dibattuto dentro e fuori dalle Aule parlamentari, ma per troppo tempo è stata rimandata la cosiddetta questione sanità. E mai come adesso, che l’emergenza Covid-19 ci ha sbattuto in faccia la caducità di molte certezze, la vulnerabilità delle nostre vite, perché di fronte alla salute siamo davvero tutti uguali, adesso sì che è giunto il momento improrogabile di parlare di loro, senza più rimandare. Non c’è più tempo da perdere per iniziare a difendere chi tutti i giorni difende le nostre vite.

 

Quando le cose vanno per il verso giusto, si sa, è fisiologicamente umano dare per scontato che nulla debba essere ritoccato. Prima dell’emergenza Coronavirus, quanti si sono domandati in che condizioni di protezione e sicurezza lavorano i nostri medici, infermieri, farmacisti e operatori sanitari? Quanti di noi, andando a fare con praticità e velocità il vaccino per l’influenza o per qualche malattia esantematica, ha pensato un solo istante che dietro quella iniezione di sicurezza ci fosse il faticoso studio di ricercatori che lo hanno scoperto per noi?

 

Senza retorica alcuna, ma è giunto il momento di dire grazie. Un ringraziamento che non sia soltanto a parole. I riconoscimenti, certo, fanno bene al cuore e all’orgoglio di chi si impegna sul campo. Ma non bastano più.

  

Le notizie di queste ultime settimane somigliano ad un bollettino di guerra. Eppure, nelle guerre, medici e infermieri non hanno mai rischiato la vita così tanto come la stanno rischiando in questo periodo. Turni incessanti, sistemi di protezione che tardano ad arrivare e che purtroppo in alcuni casi giungono inadeguati, non a norma di legge. In questo periodo mi è tornata spesso davanti agli occhi la foto simbolo di quella infermiera di Cremona, stremata sulla scrivania dopo un turno incessante in un reparto di malattie infettive, stravolta dalla stanchezza e dal dolore. Tra loro, 66 sono morti sul campo, mentre lottavano per restituire la vita agli altri.

 

Eppure c’è chi, in questo momento di dolore e pathos, pensa a lucrare sul lavoro dei medici. Mi riferisco a studi legali di pseudo avvocati sciacalli, che in queste ultime ore stanno offrendo la loro prestazione ai cittadini per denunciare i medici costretti a lavorare in condizioni surreali. Abbiamo pensato di intervenire immediatamente sulla normativa che riguarda la responsabilità civile dei medici per ricondurre la colpa soltanto in quei casi di macroscopica e ingiustificata violazione dei protocolli.

 

Si pensa sempre ai medici come ad una categoria privilegiata, nell’immaginario di molti anche ben pagata. Ma a parte i diretti interessati, in quanti sanno che esistono anche medici che non hanno uno stipendio fisso e che lavorano con partite IVA presso le strutture ospedaliere? Sappiamo tutti come funziona per i lavoratori a partita Iva, se non lavori non guadagni. Così come non hanno guadagnato quei medici costretti a stare a casa perché risultati positivi al Covid-19. Oltre al danno anche la beffa. Infettati perché non hanno potuto osservare le misure restrittive pensate per la salute di tutti e perché non forniti dallo Stato di adeguate protezioni. Loro non possono permettersi di stare a casa.

 

È dalla fine del secondo dopo guerra che il nostro Paese non viveva una battuta d’arresto così dolorosa, piangente e forzata. I medici sono vittime del dovere e come tali devono essere riconosciute. Proprio come accade per le Forze dell’Ordine, anch’esse sul campo di battaglia ogni giorno per tutti noi. Penso ai farmacisti e ai medici di base, che sono diventati dei veri e propri presidi sui territori, ovunque, ed in particolare in quelle piccole realtà dove spesso ci si rivolge a loro anche solo per una parola di conforto. Alcuni di loro non smettono mai di essere un punto di riferimento per le loro comunità, neanche dopo la pensione. Sono vere e proprie sentinelle nei nostri territori.

 

Eppure: alla loro salute chi ci pensa? Come è possibile che moltissimi di loro, in tutte le Regioni d’Italia, ancora stiano lavorando senza i kit e gli strumenti di protezione necessaria per evitare i rischi di contagio? Mascherine, guanti, ventilatori polmonari, detergenti, cuffie, camici, visiere, sotto scarpe e tute monouso dovrebbero arrivare ovunque in surplus in questo momento storico. E invece ogni giorno registriamo il dato sconfortante che ci dice che sono in deficit ancora in troppe regioni d’Italia. Italia Viva ha pensato a facilitare l’acquisto di questi beni di prima necessità per gli operatori sanitari, proponendo la riduzione dell’IVA dal 22% al 4%. Ma questi dispositivi di protezione devono arrivare anche in quei luoghi spesso dimenticati, nelle strutture socio sanitarie per anziani e disabili dove troppo spesso accade che non vengano assicurate le stesse garanzie delle strutture ospedaliere. La distribuzione di questi strumenti di protezione individuali è purtroppo ancora troppo lenta e disomogenea sul territorio nazionale. Si è provveduto a fornire dapprima le zone più colpite, con maggiori focolai, tralasciando inspiegabilmente zone in cui si è registrato un numero inferiore di contagi. Una considerazione incomprensibile, perché oggi nessuno è al riparo da questa pandemia, nessuno si salva da solo.

 

La lentezza, oggi, è un lusso che non possiamo più permetterci. La macchina dello Stato deve correre più veloce del virus, allentando i lacci e i meccanismi tortuosi della burocrazia, rendendo le procedure dell’apparato amministrativo più immediate. Ci sono poi luoghi dove è impossibile mantenere la distanza di sicurezza richiesta dalle misure di protezione, basti pensare alle carceri dove sono risultati contagiati sia agenti che detenuti, alcuni di loro non ce l’hanno fatta. Spesso la loro salute viene considerata come se fosse di serie B. Parliamo di ciò che è stato sino ad oggi, ma dobbiamo parlare soprattutto di ciò che sarà, della nostra ripartenza, del futuro che incombe e che in questo momento sembra impossibile da affrontare. Dobbiamo studiare i modi e le garanzie sanitarie per far riaprire tutte le attività lavorative, gradualmente e a scaglioni, seguendo eventualmente una prassi che in altri Paesi europei stanno già sperimentando. Si può e si deve tornare a lavoro, ma con le dovute precauzioni e i sistemi di protezione individuale.

 

In primis, bisogna prevedere uno screening per tutti coloro che devo uscire di casa, organizzando tamponi e test degli anticorpi immediati e accessibili a tutti. Test da poter effettuare senza restrizioni nei laboratori di analisi pubblici e privati, nelle strutture ospedaliere, nella farmacie e nelle para farmacie, in convenzione con il SSN.

 

In seguito a questi test dovrebbe essere rilasciato un nulla osta per poter svolgere l’attività lavorativa, quello che in Germania hanno già ribattezzato come “passaporto di immunità”. Il nostro Paese deve essere messo nelle condizioni di poter tornare, seppur gradualmente, alla normalità. È impensabile che ci siano lavoratori che minacciano di organizzare uno sciopero generale perché vogliono tornare a lavoro ma non possono farlo perché non sono messi in condizioni di difendersi dai rischi del contagio.

 

La scienza e la politica, in sinergia ma sempre in ottemperanza dei rispettivi ruoli, devono pensare adesso a come organizzare la ripartenza di domani, l’economia non è solo un dato strutturale, riguarda la vita reale del Paese, la sua mancata ripresa ha ripercussioni sulle tasche e sulla salute di tutti gli italiani. Negli altri Paesi europei alcune fabbriche, come quelle dell’acciaio, non hanno mai smesso di lavorare. La loro produzione ininterrotta potrà inevitabilmente sottrarre all’Italia una fetta di mercato.

 

Bisogna trovare i modi e gli strumenti più idonei per tornare alle nostre vite convivendo con la minaccia del coronavirus, almeno fino a quando non sarà trovato un vaccino. E potrebbe trascorrere davvero troppo tempo prima di ricevere una notizia del genere. Riorganizzare adesso per ripartire subito. Tornare alla normalità prevedendo un rientro organizzato per scaglioni di età e condizioni di salute, valutando soprattutto le patologie pregresse. Non possiamo più risparmiare sulla salute. Oltre alla stabilizzazione dei precari della sanità, d’ora in avanti bisogna organizzare una programmazione delle risorse in attivo, di quelle precarie e di quelle che stanno per andare in pensione, e sulla base di questo prevedere le giuste indennità per tutti, le borse di specializzazione adeguate e i fondi necessari per la ricerca. Ci sono ricercatori precari che lavorano giorno e notte per trovare il vaccino anti Covid-19 e altre novità indispensabili per la scienza, sempre dietro le quinte e con uno stipendio di poco più di 1200 euro al mese, eppure indispensabili per la nostra società. Non è dignitoso per loro e nemmeno per noi che ogni giorno beneficiamo delle loro fatiche e delle loro scoperte. Il Servizio Sanitario Nazionale deve quindi essere potenziato. Con buona pace di chi ancora difende quel principio scellerato per cui deve continuare ad esistere un’autonomia regionale in materia di sanità.