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Le misure di contenimento funzionano. Ora non abbassiamo la guardia, dice l'Iss

Gli ultimi dati spiegati dal presidente Silvio Brusaferro. Il focus su case di riposo e operatori sanitari

2 Aprile 2020 alle 19:01

Le misure di contenimento funzionano. Ora non abbassiamo la guardia, dice l'Iss

Foto LaPresse

Solo due giorni fa affermava: "La curva ci dice che siamo al plateau, non vuol dire che abbiamo conquistato la vetta e che è finita ma che dobbiamo iniziare la discesa". Non era un alpinista a parlare, bensì il presidente dell'Istituto superiore di Sanità.

Silvio Brusaferro è stato cauto ma ottimista nel fare il punto sull'epidemia di Covid-19. "Il picco - ha detto - non è una punta, bensì un altipiano da cui ora dobbiamo iniziare a discendere. Bisogna essere cauti, in tutte le aree del paese, anche in quelle meno colpite, perché l'epidemia può anche ripartire. La discesa si comincia applicando le misure di contenimento e isolamento in atto". I dati forniti oggi dallo stesso Brusaferro in una conferenza online mostrano ancora meglio che il lockdown, il distanziamento sociale e in generale le misure di contenimento adottate, danno i propri frutti.

  

 

Il caso esaminato qui è quello della provincia di Lodi, il primo focolaio venuto alla luce in Lombardia. Dal 23 febbraio, quando hanno iniziato ad essere prese misure di quarantena in 11 comuni (la cosiddetta zona rossa), si può vedere che i contagi calano. 

   

(Clicca sull'immagine per ingrandire)

  

I dati sui focolai di Covid-19 nelle case di riposo

Tra i dati da evidenziare c'è anche quello delle case di riposo. Come sappiamo, il nuovo coronavirus colpisce molto più gli anziani, con un'età mediana dei casi che si aggira sui 62 anni e un tasso di letalità tra gli over 80enni (e quasi sempre con più patologie pregresse) di quasi il 60 per cento. L'abbiamo scritto più volte sul Foglio: "Le case di riposo in tutto il mondo sono una nuova topografia del terrore. Gli anziani stanno morendo a un ritmo così sostenuto che nelle case di cura di Madrid l’esercito ne ha trovati molti già morti ancora nei propri letti. Le infermiere se ne erano andate. Circa la metà dei 150 decessi negli Stati Uniti da Covid-19 hanno riguardato lo stato di Washington, dove l’epicentro sono le case di cura. In Italia non si contano quelle decimate dall’epidemia". Nelle Residenze sanitarie assistite (Rsa), dove persone con disabilità, con gravi patologie neurologiche o anziane vivono a stretto contatto tra loro e con il personale che li assiste, gli effetti dell’emergenza sanitaria possono essere particolarmente gravi. L'indagine dell'Iss, iniziata il 24 marzo scorso, ha coinvolto 2.556 Rsa pubbliche o convenzionate che fanno parte dell’Osservatorio Demenze dell’Istituto. A oggi sono state contattate 1.634 strutture (il 64 per cento del totale) distribuite in modo rappresentativo in tutto il territorio nazionale. Hanno risposto finora 236 strutture, pari al 14 per cento delle strutture contattate. Il dato è quindi ancora parziale, ma già rende l'idea di quello che potremmo aspettarci con un campione più vasto. 

  

(Clicca sull'immagine per leggere il report integrale dell'Iss)

  

Nelle Rsa che hanno risposto ci sono un totale di 18.877 residenti al 1° febbraio 2020, con una media di 81 residenti per struttura. Nelle Rsa che hanno risposto, si sono verificati in totale 1.845 decessi nei mesi di febbraio e marzo 2020. Non tutti questi, però, vanno imputati a Covid, che secondo i dati raccolti sinora dovrebbero invece rappresentare il 40 per cento circa delle morti nelle Rsa. Come nota l'Iss, queste sono "strutture importanti e fragili nella dinamica di questa epidemia e oltre alle misure in essere è molto importante adottare una speciale attenzione nella prevenzione e controllo".

 

Le infezioni tra gli operatori sanitari

Un'altra evidenza che si riflette nei dati è quella che riguarda gli operatori sanitari, una categoria particolarmente a rischio, poiché entra in contatto con i pazienti più spesso di quanto non faccia la popolazione generale. Al 30 marzo, che è il dato più aggiornato disponibile, erano stati diagnosticati 8.956 casi tra operatori sanitari (con un'età mediana di 49 anni, il 34 per cento di sesso maschile), circa il 9 per cento di quelli segnalati. È evidente l’elevato potenziale di trasmissione in ambito assistenziale del Sars-Cov-2.

   

Distribuzione dei casi per classe di età e la letalità osservata tra operatori

 

 

La letalità negli operatori sanitari è sostanzialmente più bassa rispetto al totale dei casi diagnosticati. Questo è dovuto, con buona probabilità, al fatto che gli operatori sanitari, asintomatici e paucisintomatici, sono stati più diagnosticati rispetto alla popolazione generale.

  

Percentuale degli operatori risultati positivi sul totale dei casi per periodo di diagnosi

  

  

Dal grafico qui sopra si osserva che, subito dopo i primi tre giorni dall’inizio dei primi casi diagnosticati, c'è stato un picco. E' probabile che questo sia dovuto al fatto che in quella fase si iniziavano a fare più test agli operatori. Il picco è stato seguito da una diminuzione e poi da un nuovo aumento della percentuale dei casi rispetto al totale diagnosticato nello stesso periodo. Ora pare che stia cominciando di nuovo a calare.

  

Dove consultare i dati

Dal 28 febbraio, a seguito di un'ordinanza, l’Istituto superiore di Sanità coordina un sistema di sorveglianza che integra a livello individuale i dati microbiologici ed epidemiologici forniti da regioni e provincie autonome e dal Laboratorio nazionale di riferimento per Sars-Cov-2 dell’Iss. Ogni giorno un’infografica dedicata riporta – con grafici, mappe e tabelle - una descrizione della diffusione nel tempo e nello spazio dell’epidemia di Covid-19 in Italia e una descrizione delle caratteristiche delle persone affette. Ogni martedì e venerdì viene pubblicato anche un bollettino che, in maniera più estesa, approfondisce le informazioni raccolte.

 

Per i dati sui contagiati, sui decessi, sulle persone guarite e sulla distribuzione regionale del focolaio in corso nel nostro paese: 

 

Si sottolinea che i casi sospetti di Covid-19 vengono inizialmente testati presso i laboratori di riferimento individuati dalle regioni e dalla P.a. Sui casi che risultano positivi l’Iss effettua test di conferma. Solo quelli risultati positivi al secondo test sono casi “confermati” e inviati alle autorità sanitarie internazionali (Ecdc e Oms). Quando si consultano i dati italiani riportati sui siti delle istituzioni internazionali bisogna considerare che il processo di validazione e conferma dei casi può causare un ritardo con le informazioni disponibili a livello locale e quelle sui siti degli organismi internazionali.

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