Quando finisce il contagio?

Maurizio Crippa

La domanda che tutti facciamo è quella cui né la scienza né gli scrittori sanno rispondere. I nostri giorni precari in bilico tra ragion medica, smisurate preghiere e romanzi senza risposte

Alla fine del Medioevo la lebbra sparisce dal mondo occidentale. Ai margini della comunità, alle porte delle città, si aprono come dei grandi territori che non sono più perseguitati dal male”. Potrebbe essere un fulminante incipit di romanzo, di uno di quei romanzi storici o distopici che danno forma alle nostre paure primordiali. L’epidemia, la morte per contagio. Lo spazio intorno a noi che credevamo salvato e sicuro e improvvisamente si fa ostile. Invalicabile. Invece non è un romanzo, è l’abbrivio degno di un grande romanzo della Storia della follia nell’età classica. Da lì, Michel Foucault si inabissa in un sentiero differente, l’archeologia di come abbiamo costruito lo spazio di un nuovo male oscuro. “Per secoli e secoli queste distese apparterranno all’inumano. Dal quattordicesimo al diciassettesimo secolo aspetteranno e solleciteranno, attraverso strani incantesimi, una nuova incarnazione del male, un’altra smorfia della paura, magie rinnovate di purificazione e di esclusione”. Contagi, sintomi e asintomatici di un’altra pandemia.

 


Scrutiamo ogni sera la curva per vedere se ha raggiunto il “plateau”. Leggiamo e scriviamo giornali in cui più che notizie titoliamo invocazioni. Si uscirà a gruppi, a scaglioni di guariti e (forse) immuni, di sani scampati. Ma a distanza. Oppure si dividerà l’umanità tra infetti e no


 

La lebbra non è una malattia causata da un virus ma da un batterio. E’ cronica ma misteriosamente, in un arco di tempo storico relativamente stretto, sparì dal nostro continente. Nemmeno del tutto, visto che è ancora presente nonostante un vaccino scoperto nel 1988. Ma sparì la sua minaccia. L’Europa riempì quei luoghi di nuove ossessioni e reclusioni, di libertà negate e controllate, racconta Foucault, ma questa è un’altra storia. Per quanto molto attuale, se è vero, come ha scritto Yuval Noah Harari, intellettuale molto à la page, che per la sparizione dell’epidemia le democrazie dovranno giocare un ballottaggio tra la salute e la sorveglianza, “disciplina e cooperazione”, e servirà una cessione di sovranità personale, per così dire, nella forma di una fiducia accordata alle autorità e alla scienza. Ma fidarsi della scienza, secondo Foucault, non è esattamente un’attività innocente. In palio c’è la libertà di poterci riappropriare di quel “fuori” che oggi è silenzioso e ostile. La fine dell’epidemia. Ma queste sono bagatelle per un altra volta. Resta invece viva la domanda, quella che abbiamo preso a farci tutti: quando finirà l’epidemia? Tutti noi, che scrutiamo ogni sera la curva per vedere se ha raggiunto il “plateau”. Noi che leggiamo o scriviamo giornali in cui più che notizie titoliamo invocazioni: fino a Pasquetta, entro fine maggio; una nuova statistica ha calcolato che. In bilico tra quel che sappiamo dai numeri e dalla ragion medica e quella forza ancestrale, ineludibile, che ci fa chiedere la guarigione, come nei miti cosmogonici della rigenerazione totale o nella sterminata preghiera in solitudine di Papa Francesco.

 

Quando finisce un’epidemia? La verità è che nessuno lo sa. Nemmeno la scienza. Le grandi epidemie, ci ha insegnato la storia, a un certo punto finiscono, o rinculano. La Peste nera del Trecento infuriò tra il 1340 e il 1350. Poi tornò verso l’Asia, per riemergere ancora, fino al Seicento. La Spagnola conviveva con noi da secoli, prima di scatenare il biennio di morte 1918-1920. Poi sparì . Il Covid-19 se ne andrà? Come e quando? “Il SARS-CoV-2 resterà sempre con noi, non sparirà”, ci risponde il professor Gilberto Corbellini, storico della medicina. “Come è terminata la Spagnola, non lo sappiamo. Sappiamo che il suo virus influenzale c’è ancora. Sappiamo che può essersi sviluppata una forma di immunità, o che il ceppo si era indebolito. Questi sono dati di scienza. Ma perché sia avvenuto dopo due anni di ondate epidemiche successive, non lo sappiamo”. Lo stesso vale per l’Asiatica, che nel 1957-’58 fece due milioni di vittime. Per la peste, causata non da un virus ma da un batterio, sappiamo qualcosa di più, ma non una data di sparizione: “Sappiamo che era portata dal topo, il rattus rattus, oltre che favorita dalle cattive condizioni igieniche. Questo topo scomparve per via della micro glaciazione del Seicento (grazie Greta, ndr) e fu sostituito dal rattus norvegicus, più resistente al clima e refrattario ai pidocchi che portavano il bacillo Yersinia pestis”. Del vaiolo sappiamo che il virus è estinto, la poliomielite è stata fermata dal vaccino, ma non debellata. “Possiamo solo sapere o intuire che attraverso processi evolutivi questi virus incontrano ceppi più blandi, o trovano ambienti meno fertili, dei vicoli ciechi. La Spagnola, ad esempio, a differenza del Covid-19 colpì soprattutto i giovani. Forse due anni dopo la fine della guerra le loro condizione di salute generale erano migliorate, e si erano diffusi anticorpi”. E’ ciò su cui scommette la scienza oggi, ma a uno scienziato come Corbellini la parola scommessa garba poco: “Diciamo che ci sono probabilità ed evidenze che una certa evoluzione può accadere”.

 

Resta quella domanda che anche i più razionali si fanno: quando? Il tema dell’epidemia è ricorrente nella grande letteratura, e pour cause. Ma nella maggior parte dei casi gli autori non raccontano come se ne esce. Il nostro archetipo italiano è una delle eccezioni: il temporale che segna la fine dell’afa e del contagio. “Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzaretto… principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverio; in un momento, diventaron fitti”. Una liberazione innanzitutto del cuore, “ma quanto più schietto e intero sarebbe stato questo sentimento, se Renzo avesse potuto indovinare quel che si vide pochi giorni dopo: che quell’acqua portava via il contagio”. Ma è ovvio che lì Manzoni fa giocare anche la Provvidenza. Albert Camus dice che la peste finirà, e infatti finisce, non senza aver ottenuto un suo ultimo tributo (ah, il mancato rispetto delle norme igieniche). Anche la polio che aggredì Newark nell’estate del 1944 raccontata da Philip Roth nel suo ultimo, spietato romanzo Nemesi era passata, trent’anni dopo: ma quella “guerra contro i bambini di Newark” aveva lasciato i segni indelebili del suo castigo e nessuna motivazione, se non l’inimicizia di Dio. Per i miracoli, bisogna rivolgersi altrove. Alla processione di Papa Gregorio Magno narrata da Jacopo da Varagine, davanti a cui i miasmi romani indietreggiavano quasi visibilmente. O ai miracoli di san Rocco, santo taumaturgo e pellegrino per eccellenza. Per il resto, i romanzi delle pandemie non hanno risposte, persino quando lasciano i superstiti a raccontarle. Così che le antiche domande restano – e come Renzo non possiamo “indovinare” – anche per chi non invoca più le sacre icone e chi si porta sotto pelle la sconosciuta memoria degli sciamani e dei loro riti, che oggi riemerge nell’identico pensiero magico che a milioni di individui fa scrutare i grafici e i bollettini delle ore 18 come esorcismi prima dell’ora di cena. La maggior parte di noi occidentali – con razionalità e con quel po’ di scettico e di probabilistico che la scienza si porta dietro – si affida alle ipotesi sperimentali. Perché sapere quando non è possibile. Ma è possibile costruire, con disciplina, una strategia che ci permetta, quanto prima, di combattere mascherina sul viso il virus e di uscire fuori, a riconquistare quei territori contaminati che ci sono stati tolti. Andiamo un po’ a tentoni ma sappiamo che riusciremo a “riaprire”, e che però non sarà come prima, ci saranno regole necessarie per sostenere il senso civico e la responsabilità sociale. Si uscirà a gruppi, a scaglioni di guariti e (forse) immuni, di sani scampati. Ma a debita distanza. Oppure che dovremo organizzare una separazione netta degli infetti dai sani, affidandoci a una regia sanitaria e autoritaria nello stabilire i nuovi lazzaretti che possano permetterci di camminare in relativa sicurezza per le strade, o tornare in ufficio e, Dio volesse, persino in un bar. E sappiamo che la scelta che separa i sommersi e i salvati sarà operata dai celebri tamponi ma ancora di più, in futuro, dai test sierologici che separano i guariti dagli immuni e dai terribili asintomatici, gli untori della nuova pestilenza. Ma la risposta circa quando potremo tornare a considerare le nostre case, i nostri uffici, soltanto case e uffici e non possibili microfocolai, ancora soffia nel vento. O, come ha spiegato Gabriel Leung, esperto di epidemie e preside di Medicina all’università di Hong Kong a Timothy McLaughlin dell’Atlantic: “Ci sono due vie realistiche per raggiungere il livello di immunità della popolazione. Uno è sviluppare un vaccino. L’altro è che la malattia faccia la sua strada attraverso la popolazione, senza dubbio uccidendo molte persone, ma permettendo a molti altri, coloro che si sono ammalati e sono guariti, di divenire immuni”.

 


“Un bel giorno, Andreev si meravigliò di essere ancora vivo, capì di aver subito una grande prova, e di essere rimasto vivo” (Salamov). Poterci riappropriare di quelle città vuote in cui già vediamo scorrazzare animali esotici, come nell’Esercito delle dodici scimmie


 

Così, in questo equilibrio precario tra l’affidamento a scienza e tecnologia, che fa di noi i malati fiduciosi del Ventunesimo secolo, e l’insopprimibile desiderio umano, troppo umano, di poterci riappropriare di quelle città vuote in cui già vediamo scorrazzare animali esotici, come nell’Esercito delle dodici scimmie, passiamo questo tempo aggrappati a quella domanda ineludibile. Che rimbalza nei dialoghi, negli articoli dei giornali, ma che già molto prima che tutto questo accadesse emergeva in tanti film, serie tv, in tanti romanzi. Le risposte che non ci acquietano dobbiamo cercarle nel profondo della nostra memoria collettiva. E mai come oggi la fine dell’epidemia e le nostre libertà personali e di tutti coincidono. In uno dei libri più grandi e sconvolgenti del Novecento, e ancora una volta non è una fiction, I racconti della Kolyma, Varlam Salamov narra della convalescenza dei prigionieri che si erano ammalati di tifo, un’epidemia batterica che un tempo veniva chiamata il morbo delle prigioni. “Un bel giorno, Andreev si meravigliò di essere ancora vivo… In quel momento preciso Andreev capì che non provava terrore e che non teneva alla vita. Capì anche di aver subito una grande prova, e di essere rimasto vivo”. Era finita, si era riappropriato di sé e del proprio corpo, anche se ancora dentro al Gulag (epidemia e totalitarismo: davvero ci deve essere qualcosa che li collega. Ma non siamo in Cina né in Russia, forse non c’è da preoccuparsi per le libertà vigilate di Harari). Quando finisce, quando ci riapproprieremo dello spazio, restano le due domande indissolubili e collegate. Daniel Dafoe ha scritto nel 1722 un romanzo storico, ma lo si direbbe una ricostruzione giornalistica basata su fonti dirette e testimonianze, sulla peste di Londra del 1665, il Diario dell’anno della peste. Basandosi su fonti certe e documentali. Nemmeno lui, lo smagato illuminista che aveva messo in scena su un’isola deserta il primo scontro di classe etnico della storia, riuscì a rispondere alla domanda sul quando. Riuscì a capire che nella seconda metà di settembre del 1665 si raggiunse il “picco” e un medico, il dottor Heath intuì statisticamente che il morbo stava perdendo intensità. Uccideva di meno. Così che verso ottobre i londinesi si fecero prendere dall’entusiasmo, ed è straordinario l’avvertimento che dal passato arriva all’oggi, “ognuno diventò di punto in bianco coraggioso e, messa da parte ogni precauzione, cominciò a frequentare le persone infette, e a mangiare e bere con loro, visitarle nelle case, e persino penetrare nelle camere dove giacevano a letto i malati ancora gravi”. Arrivò inevitabile la seconda terribile ondata, passerà soltanto nel febbraio 1666. Chissà come.

 

Oggi sappiamo anche questo, che il virus può tornare alla prima distrazione. Possiamo sperare nelle sue sparizioni intermedie, in un suo decadimento documentabile. E tenerci nel frattempo anche aggrappati alle nostre, o altrui, smisurate preghiere. Perché la domanda è poi la speranza che accomuna tutti. E non sarà il castigo di Dio, ma il corso della natura, a portare la risposta. In uno dei suoi racconti, Salamov trova in quel territorio vuoto e del male e della costrizione un’immagine poetica per dar nome a questa gracile e potentissima certezza. E’ un mugo, il cespuglio sempreverde più umile e resistente della tundra: “Ed ecco, in mezzo allo sconfinato biancore della neve, in mezzo alla totale desolazione, d’improvviso si alza un mugo. Si scuote la neve di dosso, si raddrizza in tutta sua altezza, leva i verdi aghi coperti di ghiaccio, appena rossicci, verso il cielo. Sente il richiamo della primavera che noi uomini non riusciamo a percepire e, prestandovi fede, si sveglia prima di chiunque altro. L’inverno è finito”.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"