Il can-can, la danza francese da cabaret che fu in voga fino agli inizi del Novecento (Wikipedia)

E a Parigi fu subito festa

Giuseppe Marcenaro

“La vita come una città conquistata”. Il diario di Maurice Sachs è un inno alla rinascita dopo la Spagnola

E dopo? Certo… dopo. Dopo esserci spaventati, disquisito, strologato, sofferto, trafitti dall’angoscia senza capire quale sia la radice d’ogni male fisico e psicologico, aver contemplato “funerali” notturni in forma di convogli militari carichi di inermi caduti su tutti i fronti, aver esibito eroismi, subito l’ingannevole bufera delle informazioni, litigato come uccelli impazziti in una voliera, tollerato le esibizioni dei saputi d’ogni scibile santoni. Compiuto un viaggio nella paura affollata dai fantasmi dell’infanzia, confusi e increduli d’esservi ancora, sopravvissuti a un arcano, irriconoscibile morbo, e al turbine di una squillante, desolante diffusa imbecillaggine. Riusciremo a riprenderci? Dopo una insonne notte, esausti, stralunati, saremo capaci ancora di riconoscerci? Quelli di sempre o mutati? Forse un poco estranei a se stessi come chi, miracolato, abbia contemplato il fondo di un abisso.


Nell’anno 2020, con un sinistro remake, emulandosi, un virus ha celebrato il proprio solenne anniversario


 

E allora, in strana forma consolatoria, passabilmente, qualcuno troverà il modo di ricordarci che, oltre dalla pandemia, siamo reduci da un centenario. Infatti, nell’anno 2020, con un sinistro remake, emulandosi, un virus ha celebrato il proprio solenne anniversario: cento anni esatti dal flagello della Spagnola: dal 1918 una epidemia si era slargata sul globo come nube purpurea, incurante d’ogni confine storico e geografico, insinuandosi ovunque, per poi consumarsi in una apparente estinzione alla fine del 1920: allora venti milioni di morti. L’umanità di quegli anni non soltanto era uscita dalla pantomima della morte rossa che si era manifestata con il suo inaspettato turbine, ma era anche reduce da quell’altro macello che la società degli umani s’era “inventata”: la Prima guerra mondiale, la Grande guerra. Tornata la calma l’universo del reducismo salvato esplose in un orgasmo di vitalità. Il risarcimento a tanta delirante sofferenza: “Non si afferrava la vita: la si saccheggiava come una città conquistata”. Questa scheggia è tratta dal Diario di un giovane borghese all’epoca della prosperità 14 luglio 1919-30 ottobre 1929, pubblicato con il titolo “Ai tempi del Bœf sur le toit” (Lindau, .250 pp., € 22 euro) dovuto a Maurice Sachs, lo “scrittore” più antiscrittore che si possa immaginare, conosciuto soprattutto per “Il sabba”(Adelphi, 334 pp., € 22 euro) tanto “veritable” quanto screanzata autobiografia di un malemmo: Sachs, un tipo che ha divorato la vita mordendola, con l’illusione di divorarla. Il relatore eccitato e frenetico dei tempi “gloriosi” di una rinascita.

 

“1920, primo anno del grande periodo di follia, lusso, spese, disordine e internazionalismo. Fino ad allora si aveva timore anche solo a mostrare apertamente la propria gioia. Ci siamo rifatti”. Quella vita comunitaria nelle trincee, negli ospedali, nelle cantine… Lo strano cameratismo nella disgrazia subita su scala vastissima, doveva aver suscitato negli uomini e nelle donne il desiderio, forse perfino la nostalgia, di essere diversi, la mai immaginata occasione per riconoscersi incontrandosi sotto un cielo nuovo, in un luogo di rinnovati e promessi piaceri. Anche la mentalità sociale sembrava essere mutata in una sorprendente palingenesi. Tutti non parlavano d’altro: non sognavano che l’affermarsi dell’intelligenza. La voglia di intelligenza mai stata conclamata come allora. Non vi era più alcuno che non volesse essere intelligente. Nessuno si sarebbe più scandalizzato dinanzi a nulla. Erano arrivati all’estremo di una percezione isterica. Applaudivano tutto: la bellezza rappresentata, la sontuosità scatenata, anche le farse da collegio, da caserma, da sacrestia sacrilega. La nuova umanità edificò altari all’allegria, alla leggerezza. Furono tributati onori trionfali alla cultura che sembrava la via del rifiorimento. Una esibizione di sagacia veniva celebrata al pari di una rivelazione metafisica. Era il “risveglio” alla meraviglia: persino la “ritrovata” erba dei parchi destava stupore. Coinvolto dall’entusiasmo quel fiume di vitalità non faceva altro che cercare o parlare di “arte moderna” come se fosse stata il farmaco e il linimento capace di cancellare l’orrore attraversato. Ognuno si sentiva un creativo.

 

Maurice Sachs con il suo diario fotografa un festoso quanto illusorio presente. Esibisce gli anni Venti, a Parigi, allora città centro del mondo, con nugoli di esaltati vogliosi di vivere. Esservi ancora. Annichiliti dal ritrovarsi. Appunto il dopo. Quando, usciti dal tunnel dell’orrore, dalle insensatezze, dagli spaventi e dall’incertezza del futuro, i superstiti volevano riconoscersi in un nuovo consesso. Diverso. Una idealizzata miracolistica resurrezione che Sachs rappresenta nella “scenografia” del Bœf sur le toit, celebrato cabaret parigino, aperto nel 1921 in rue Boissy d’Anglas.


“La voglia di ridere e festeggiare è frenata da questo pesante senso di colpa di cui solo a fatica riusciremo a sbarazzarci”, scrive Sachs


 

Per una ripresa della vita Sachs esalta l’arte e la letteratura. La cultura, nutrimento essenziale e durevole. Curiosa la sorte. Aver affidato la testimonianza di un risveglio, con un imprevedibile gioco di prestigio, a un diario come quello di Maurice Sachs la cui esistenza era un garbuglio di invereconde sceneggiate, turpitudini spavaldamente esibite in pagine di talentaccio stilistico.

 

Il destino delle opere di Sachs è quanto meno singolare. Praticamente inedito in vita, soltanto nel secondo dopoguerra alcuni stralci dell’opera sua apparvero nei “Temps Modernes”, la rivista di Sartre. Sul resto silenzio. Il “curioso disinteresse” per quegli scritti, sul crinale di un “ostracismo letterario” dipendeva da quanto Sachs metteva in piazza con le sue “cronache” e con la sua esistenza. Campando prostituendosi al fior fiore dell’intellighenzia omosessuale parigina, faceva il segretario dei suoi amanti, rubava, truffava, commerciava in libri e manoscritti d’antiquariato, all’occorrenza sfacciatamente falsificandoli. Non avrebbe certo mai immaginato che lettere o manoscritti suoi avrebbero suscitato l’interesse di futuri collezionisti. Oggi un manoscritto di Sachs ha un “prezzo di mercato”: alle recenti aste una sua lettera autografa è stata battuta a ottocento euro.

 

Venuto al mondo nel 1906, a vent’anni è già qualcuno pur continuando a essere nessuno. E’ discepolo di Cocteau, amico di Max Jacob. Fa parte della truppa di quelli del Bœuf sur le toit, che non è soltanto un cabaret, quanto il concentrato dei pittori, dei romanzieri e degli intellettuali dell’epoca. Non ne ha ancora trenta che già fa parte del comitato di lettura dell’editore Gallimard, dove dirige una collana. Mette in scena impudiche truffaldine capriole: una giostra impazzita. Inganna le quotidiane “frequentazioni” che subiscono il suo strano fascino: gente come Jacques Maritain, suo padrino di battesimo quando, nato ebreo, Sachs abbandona Jahvé per Gesù. Sempre con la mano protettrice di Maritain, millantando una fervente vocazione, entra addirittura in seminario, per poi uscirne dopo averne combinate d’ogni. E alla fine, lui ebreo e omosessuale, mutarsi, durante la seconda guerra mondiale, in spia e collaboratore della Gestapo. Per poi, verso Kiel, durante l’evacuazione di fronte all’avanzata di truppe britanniche, esausto, incapace di proseguire nella marcia, finire con una pallottola nella nuca sparata da un militare tedesco e abbandonato sul ciglio di una strada.

 

Quest’era il “personaggio” che con il suo diario “documenta” una ripresa artistica e letteraria dopo il contagio della Spagnola. Parigi formidabile calamita di talenti internazionali. Al numero 12 di rue de l’Odeon, la libreria “Shakespeare & Company” aperta dell’americana Sylvia Beach, è uno dei centri geodetici, rifugio per giovani di belle speranze, autori di futuri capolavori letterari.


Maurice Sachs fotografa un festoso quanto illusorio presente. Esibisce gli anni Venti, a Parigi, allora città centro del mondo


 

“James Joyce non arrivava mai prima di mezzogiorno. Scott Fitzgerald era solito accomodarsi a leggere nella veranda mentre Hemingway faceva incetta di letteratura russa”. Da quelle parti c’erano tutti: Sherwood Anderson, Thorton Wilder, John Dos Passos, Henry Miller. T.S.Eliot, Gertrude Stein, Valery Larbaud, Paul Valery. Il 2 febbraio 1922, Sylvia Beach, in veste di editore, pubblica Ulysses di Joyce. Qualche anno dopo, per cura di un’altra libreria, quella di Adrienne Monnier, al 7 di rue de l’Odeon, dell’Ulysses uscirà la prima traduzione in francese.

 

Intanto l’intricato Sachs “racconta”: “A casa di Adrienne Monnier si è tenuta una lettura del Socrate di Erik Satie… Ne siamo rimasti molto colpiti: subito non sapevamo cosa aspettarci e quale artistico divertimento Satie avesse escogitato. Adrienne Monnier, rotonda, rosea, ilare, lo sguardo vivace, vestita con quel curioso costume che indossava sempre, una via di mezzo tra una suora e una pastorella. Tra gli astanti André Gide, Paul Claudel, Jean Cocteau. E’ stato pubblicato un libro rivoluzionario che si intitola Dalla parte di Swann, e un altro intitolato All’ombra delle fanciulle in fiore”. Gli esordi di Marcel Proust.

 

Il vagheggiante testimone “del mondo nuovo” non perde tuttavia di vista, oltre la letteratura e l’arte, quel che può intendersi come l’ “interesse materiale”: “Molti sostengono che comprare edizioni originali sia un buon investimento. Intendo dunque acquistare in doppia copia alcuni libri che, a detta degli intenditori, oggi sono i migliori, un esemplare da leggere e un altro da conservare intatto, perché un’edizione originale ancora intonsa vale più di un volume usato. Prima della guerra l’editio princeps non si distingueva dalle successive perché non recava né in copertina né sul frontespizio alcuna indicazione della tiratura. Oggi, oltre agli esemplari di lusso, la prima edizione è sempre numerata e indicata come tale”. Profittando di quella vocata moda, Sachs, in veste di bibliofilo in erba, vanta l’acquisto di due copie di All’ombra delle fanciulle in fiore, di Serata col signor Teste e di Interrogazione di Drieu La Rochelle, “che Roland Saucier, direttore della libreria Gallimard, uomo avveduto, mi ha caldamente raccomandato”.

 

Gli accorti e i sofisticati leggevano la “Nouvelle Revue française” che trattava temi inimmaginabili prima della guerra: “racconti cinematografici” e recensioni dei film di Chaplin paragonati a opere letterarie. In quelle pagine si percepiva il mutamento dei tempi anche tramite le inserzioni pubblicitarie. La ripresa dell’attenzione per l’arte: Sono interessato all’acquisto di quadri di Van Gogh, rivolgersi Paul Guillaume, 108, Fg Saint Honoré. L’ineffabile Maurice commenta: “Mi hanno detto che Paul Guillaume aveva conosciuto il pittore Derain in trincea e, non sapendo quale occupazione cercarsi dopo la guerra quest’ultimo gli aveva consigliato di diventare mercante d’arte”.

 

Il modo di guardare all’arte aveva voltato pagina. Il talento veniva sfruttato anche a scopi commerciali lucrando immediati profitti dalle nuove tendenze espressive le cui opere erano diventate di gran moda. I mercanti facevano salire i prezzi. Oltre a quelle degli artisti emergenti, avevano messo le mani anche sulle opere primitive africane diventate fonte ispiratoria delle avanguardie, e che i nuovi collezionisti amavano esibire nelle loro case. E Sachs puntuto: “Si può assistere alla scena in cui due signore mentre di fronte all’enorme deretano di una statua africana o a un totem polinesiano dal fallo rosso cinguettano: Sublimi, stupefacenti’”.


Allora la capitale francese era formidabile calamita di talenti internazionali. La storia nella libreria “Shakespeare & Company” 


 

Paragonabile a quello di una alacre concierge, il chiacchiericcio fitto fitto del diario di “Maurice la tante”, com’era conosciuto Maurice Sachs, in tante esaltazioni, reca inaspettati momenti di abbandono, come se l’euforia degli scampati dalla guerra e dal contagio pandemico si fosse incrinata: l’inconfessabile senso di colpa dei sopravvissuti. Malgrado tutto quanto vi era da vedere, da vivere e da fare in quel tempo a Parigi, e l’evidente vocazione al divertimento della ville lumière, nell’aria si doveva avvertire un fondo di tristezza: ormai la maggior parte di quella umanità aveva scelto di non pensare più al passato. Era una fuga. Molti fingevano, pur di non parlare dei tragici anni attraversati. Alcuni si erano trincerati dietro a una strana cupezza, un lutto quasi aggressivo. La voglia di ridere e festeggiare sembrava frenata da un pesante senso di colpa di cui solo a fatica sarebbero forse riusciti a sbarazzarsi. Si erano resi conto che insieme alla paura si erano disfatti della memoria.

 

“Oggi”, annota Sachs in un evidente momento scoramento, “ la maggior parte degli uomini del passato è caduta nell’oblio. In certe notti vagheggio un universo che non esiste più. Nessun superstite che abbia visto Verlaine e Rimbaud, sfiorato Oscar Wilde, salutato Renoir, ascoltato Bergson, conosciuto il sublime Péguy. Dopo ogni vittoria ci si esalta, ma al contempo si prova vergogna a dare briglia sciolta alle passioni personali in nome del trionfo collettivo. Il fuoco cova sotto la cenere. Uno di questi giorni vi sarà un’esplosione, di non si sa cosa. Inaspettata e attesa. Sarà la cosa più istintiva e cruda del mondo”.