Delrio ci spiega perché serve una “cabina di regia” per la riapertura

Valerio Valentini

“In democrazia nessuno s’illuda di decidere da solo senza sbagliare niente”. No al modello Genova, sì a un “nuovo” Mes

Sulle prime sembra quasi voglia citare Robert Frost. “In questa notte scura in cui siamo immersi – dice Graziano Delrio – una democrazia ha due strade possibili davanti a sé. O sfruttare l’angoscia della popolazione per giustificare deleghe e deroghe, nella convinzione che al gregge impaurito serva un pastore, oppure chiamare a raccolta le migliori risorse del paese, valorizzare le competenze diffuse sui territori, per trovare, insieme, le soluzioni migliori”. 

 

Poi però il capogruppo del Pd alla Camera scarta di lato: perché, a differenza del poeta americano, opta per la via più battuta. “Sarà meno emozionante – sorride – ma in un momento come questo sono fortemente contrario alle scorciatoie”. Ed è anche per questo che da qualche giorno, rischiando di rispolverare vecchie formule politicistiche, Delrio va invocando una “cabina di regia”. “Se vogliamo usare altri nomi, non mi offendo. E’ la sostanza, che m’interessa. E la sostanza sta in un coinvolgimento delle migliori intelligenze del paese in un progetto di pianificazione prudente ma determinata della riapertura. Non ci possiamo accontentare di raccomandare agli italiani di ‘stare a casa’, lasciando che poi ognuno declini come crede questo invito. I consigli di virologi ed epidemiologi sono preziosissimi; ma - e lo dico da medico - non possono essere gli unici su cui facciamo affidamento. E’ arrivato il momento di ascoltare anche le istanze dei sindacati, degli imprenditori, degli economisti. Si deve lavorare tutti insieme, sapendo che i diritti, come lavoro e salute, si rafforzano quando sono contemperati tra loro. Un paese come l’Italia non può rassegnarsi all’idea che non si possa rimettere in moto il suo sistema produttivo con tutte le accortezze del caso, differenziando tra regioni e regioni, per classi di età e per categorie d’impianti. Pianifichiamo cioè una transizione a rischio controllato, che poi è l’unica possibile. Ma facciamolo subito”.

  

 

E insomma, tra le Confindustrie del nord che scalpitano, le opposizioni che protestano e le regioni che borbottano, quello che Delrio ha in mente è una sorta di “camera di compensazione”. Col rischio, però, che una simile struttura entri poi in conflitto col governo. “Un rischio che esisterebbe se non fosse proprio Palazzo Chigi il luogo del coordinamento di questa ‘task force’ nazionale”. Ma allora perché non lasciare che sia il Cdm il centro di comando per la gestione della crisi? “Anche il presidente Conte è consapevole della necessità di convogliare intorno a sé una struttura che lo accompagni e lo consigli. La situazione è tale per cui nessuno può pensare di non sbagliare nulla. Anche perché l’angoscia del paese, che porta a stringersi intorno alle istituzioni, può facilmente trasformarsi in rabbia. Il governo ha il dovere di dare delle risposte, ma non può esaurire al proprio interno il processo decisionale”.

 

E qui si arriva al Parlamento: al suo ruolo, alle sue prerogative. “Le Camere sono delle sentinelle dentro questa notte. Deputati e senatori, immersi nelle loro realtà locali, recepiscono meglio di chiunque altro le ansie dei territori. Il Parlamento è il luogo del confronto, tanto più in una situazione del genere dove anche il contributo delle opposizioni può essere utile. Solo che questo dialogo non può risolversi in incontri ristretti tra un ministro e i leader dell’opposizione, pensando che il Parlamento sia il luogo della ratifica. Siamo in una fase simile al Dopoguerra: serve un atteggiamento costituente. Senza che ciò porti alla confusione dei ruoli tra maggioranza e opposizione o alla suggestione di ‘governissimi’”.

 

 

E a dare il senso dell’urgenza anche materiale della ricostruzione sta, non a caso, il dramma di un paese dove crollano i ponti. “Gli investimenti nella manutenzione del territorio sono strategici. Ma non è solo questione di risorse. Il governo Renzi stanziò oltre 120 miliardi per grandi e piccole opere. Sono ancora fermi. Ad Anas decuplicammo le risorse: e anche lì, ci sono 35 miliardi in attesa di essere utilizzati”. Problema di burocrazia, dunque? “Non sempre. Vedo troppa fretta nel liquidare le regole come se fossero degli intralci. Ricordo che Anac, protagonista con noi di quel Codice degli appalti disconosciuto da tutti, fu necessaria proprio per realizzare l’Expo. Troviamo una soluzione, dunque, che rispetti la necessità di semplificare con quella di contrastare abusi e infiltrazioni mafiose. Il ‘modello Genova’, coi lavori assegnati senza gara, può essere un’eccezione. Non può diventare la norma”.

 

E poi c’è l’Europa. “E io sono più europeista ora rispetto a dieci giorni fa. Perché, in questi dieci giorni, le istituzioni comunitarie hanno fatto molto: il fondo Sure, gli stanziamenti della Bei, il superamento del Patto di stabilità e delle norme sugli aiuti di stato. E poi la Bce. Che ha lanciato un piano straordinario di 750 miliardi e ha anche rallentato la sorveglianza bancaria. Ora, dunque, i nostri istituti di credito non indugino: s’impegnino pure loro, con uno sforzo eccezionale qual è quello richiesto a tutti, per mettere in circolo immediatamente la liquidità necessaria. Nessun ritardo è ammissibile”. E dall’Ue basta così? “No. Ma attenzione: non è l’Europa a rallentare, come si dice spesso. Sono gli stati nazionali, vittime dei loro egoismi, a frenare su altre soluzioni”. Tra le quali potrebbe esserci anche il Mes? “Anche in questo caso, andiamo oltre le etichette. Se è vero com’è vero che serve tanta liquidità, non mi sembra un’eresia dire che si può utilizzare proprio il Fondo salva stati come un ente che garantisce prestiti europei a lunga scadenza per gli stati membri. Purché, ovviamente, lo si faccia senza condizionalità, e abbandonando la logica che ha regolato quello strumento finora”.

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