Il corovirus e il panopticon universale

Adriano Sofri

La tracciabilità cui già ci stavamo tristemente assuefacendo, pedinati dai nostri telefoni intelligenti, è improvvisamente generalizzata. Come se tutti facessero esperienza della carcerazione

Nel minuzioso elenco di locali che devono restare chiusi per far fronte al contagio non ci sono le prigioni: naturalmente, le prigioni sono chiuse per definizione. Dentro, 63 mila persone aspettano l’ingresso del contagio, ammesso che non sia già avvenuto. Come stare sotto una diga colossale su cui si guardino precipitare le frane e spalancarsi le crepe. Come una Longarone avvisata della rovina, e impedita di evacuare la valle. Se succederà — temo che succeda, è logico prevedere che possa succedere, sarebbe una fortuna inspiegabile se non succedesse — le autorità competenti dovranno risponderne penalmente. Sarà difficile imputare qualche carcerato di tentata evasione, quando venisse il tempo di imputare i carcerieri per omicidio premeditato o strage. Parole troppo forti? Spero che sia così.

 

In questi giorni mi sono ricordato — il mio corpo se n’è ricordato — di una sensazione peculiare di chi sta in galera: la consapevolezza che chiunque sappia dove lui, o lei, si trova in ogni momento della sua giornata. In che città, in che strada, in che carcere, in che cella. E’ uno dei modi più singolari e inquietanti di avvertire la privazione della libertà. Il cui primo significato è la libertà di movimento. Ora pressoché tutti, costretti a una reclusione domestica che è peraltro, per chi abbia casa e conviventi amati, un meraviglioso privilegio, pressoché tutti possono provare quella sensazione. Tutti sanno dove stanno tutti, stanno a casa loro: il panopticon universale. La tracciabilità cui già ci stavamo tristemente assuefacendo, pedinati da noi stessi, dai nostri telefoni intelligenti, è improvvisamente universale. Come se — provvisoriamente, si assicura, e per una causa di forza maggiore — tutti facessero esperienza della carcerazione. Ma i liberi che restano a casa lo fanno per difendersi dal contagio; i detenuti delle carceri non hanno un angolo in cui rifugiarsi per sventare il contagio che incombe. Qualcuno dei liberi ne ricaverà una ulteriore soddisfazione per la differenza fra lui e “i delinquenti”. Qualcun altro forse, al contrario, riuscirà a sentire un’affinità, l’insinuazione di una solidarietà da animali in trappola.

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