Lavorare insieme, in attesa del vaccino

Piero Vietti

Elogio dei ricercatori che accanto a medici, autorità e cittadini combattono per una cura. Parla Vella

Roma. Il secondo giorno di serrata generale vede ancora, come purtroppo previsto, un aumento dei contagi e delle morti. La battaglia sarà lunga: gli effetti di questa resistenza collettiva si vedranno tra 15 giorni. La riuscita di questo esperimento epidemiologico (e sociale) dipende da noi, restando a casa. Oggi si combatte su tre fronti, dice il prof. Stefano Vella dell’Università Cattolica: “C’è la linea del Piave, sulla quale resistono con fatica e abnegazione, i nostri medici e tutto il personale sanitario. Poi c’è il fronte della politica, che stavolta ha seguito le indicazioni della scienza: regole difficili da seguire, ma che vanno rispettate da tutti. Poi, altrettanto importante, il fronte della ricerca, che va avanti veloce”. Per un vaccino è presto: “Ci stanno lavorando in tutto il mondo, ce n’è una ventina in via di sviluppo. Non sarà pronto per quest’anno, ma dobbiamo metterci in testa che con questo coronavirus dovremo convivere in futuro: quando tornerà, se tornerà, saremo pronti. Ora però l’emergenza è clinica, abbiamo urgente bisogno di farmaci e terapie. Alcuni antivirali ci sono già e altri ne arriveranno: abbiamo bloccato l’Aids e l’Hcv, ce la faremo anche con il coronavirus. E si è capito che altri farmaci potrebbero fermare la tempesta infiammatoria che rende drammatica la polmonite interstiziale da Covid-19 (un farmaco solitamente usato per l’artrite reumatoide ha cominciato a dare risultati: molti pazienti non avrebbero più bisogno della respirazione assistita). Istituzioni, Aifa e le aziende produttrici stanno lavorando insieme. Come dovremmo fare tutti. Occorre abbattere la mortalità dei casi più gravi. L’urgenza è quella di alleggerire i reparti di terapia intensiva. Così finirà l’ignobile polemica su chi salvare e chi no, una scelta che, per chi lavora in ospedale tutti i giorni, è insensata”.

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  • Torinese, è al Foglio dal 2007. Prima di inventarsi e curare l’inserto settimanale sportivo ha scritto (e ancora scrive) un po’ di tutto e ha seguito lo sviluppo digitale del giornale. Parafrasando José Mourinho, pensa che chi sa solo di sport non sa niente di sport. Sposato, ha tre figli. Non ha scritto nemmeno un libro.