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Il virus è affare di stato

Certo, la prevenzione individuale. Ma in prima linea contro il Covid tocca anche alle istituzioni. Un vademecum

14 Luglio 2020 alle 06:00

Il virus è affare di stato

(foto LaPresse)

Molte, moltissime volte abbiamo sentito quello che i cittadini dovrebbero continuare a fare per cercare di evitare che il virus torni a colpire duramente il nostro paese, ora che siamo un’isola relativamente felice nel mondo della pandemia di Covid-19. E’ tuttavia il momento di ricordare quali sono almeno alcune delle misure che lo stato e le amministrazioni sanitarie debbono a loro volta garantire, prima di colpevolizzare cittadini, esercenti commerciali e altre categorie per i loro comportamenti più o meno osservanti delle raccomandazioni; misure che possono essere tutte ricavate dall’analisi della letteratura scientifica nel frattempo pubblicata.

 

Cominciamo dal monitoraggio epidemiologico. Ad oggi, il mezzo migliore per l’identificazione dei soggetti infetti resta il tampone nasofaringeo seguito da Pcr. Oltre che l’incremento dei tamponi perlomeno nelle aree ove si assiste a un aumento dei casi, è indispensabile, e dobbiamo richiederlo con forza, che i risultati arrivino in un tempo massimo di 24-48 ore, sia perché altrimenti, da un punto di vista epidemiologico, il dato arriva con troppo ritardo, sia perché non possiamo rendere prigionieri i cittadini in attesa di un esito che arriva anche dopo settimane. Questo vale sia per il primo tampone, che per quelli di conferma, alla ricerca di negativizzazione.

 

Come abbiamo imparato durante l’incubo di marzo e aprile, è inoltre molto utile avere identificato delle strutture – alberghi o altro – da adibire a luoghi di quarantena di emergenza extraospedaliera per i pazienti Covid, oltre che avere preparato delle strutture periospedaliere dove il personale medico possa riposare in sicurezza, senza portare l’infezione a casa (come a suo tempo fatto in Cina e in Corea).

 

E’ poi assolutamente indispensabile che soprattutto i cittadini più fragili economicamente siano aiutati a non perdere il lavoro e ogni fonte di sostentamento, nel caso siano posti in quarantena, come insegnano le ricerche che mostrano come il Covid-19 colpisca in maniera diversa secondo la ricchezza individuale: non sta ai ricercatori identificare mezzi o proporre soluzioni a questo problema, ma il buonsenso dice che l’infezione sarà tenuta nascosta se comporta una quarantena che mette a rischio la sopravvivenza economica dell’individuo.

 

E’ anche necessario comunicare con chiarezza se e come si è provveduto a dotare di scorte di dispositivi di protezione individuale gli ospedali, in vista di possibili nuovi picchi: ancora ieri, è stato pubblicato l’ultimo pre-print che dimostra come negli ospedali di Londra questi dispositivi hanno impedito l’estensione di cluster infettivi nosocomiali fra il personale sanitario. Come altri stati stanno facendo, e come si è fatto nel caso di un vaccino, è opportuno inoltre cominciare a preoccuparsi dell’accessibilità almeno a quei trattamenti terapeutici che abbiano evidenza di efficacia – Tocilizumab, Remdesivir, Desametasone e altri – in quantità sufficiente e proporzionata per una emergenza. 

 

Tanto più che molti di questi, in ogni caso, possono essere utilizzati anche per indicazioni terapeutiche tradizionali, nel caso in cui un nuovo picco epidemico non si dovesse manifestare. Infine, tra i punti importanti vi è quello di un cambio e un deciso miglioramento della comunicazione istituzionale: cosa si aspetta il governo per il futuro, dal punto di vista epidemiologico? Quanti e quali numeri ha senso comunicare, e qual è la qualità dei dati e l’incertezza su di essi? Come comunicare il rischio al cittadino, per fare in modo che adotti dei comportamenti razionali? Sono certo che a questa lista manchino ancora parecchi elementi; ma intanto è ora di fare un po’ di luce sui punti elencati, dando una visione del futuro che secondo chi ci amministra ci attende, e di come ci si stia preparando.

Enrico Bucci

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