Decidono i politici, non gli scienziati

Enrico Bucci

I ricercatori calcolano probabilità e studiano le ipotesi. Spetta ai politici valutare interessi e rischi

Durante un’epidemia o quando il panico di eventi imprevisti attanaglia la società, si crede che sia un bene sostituire la scienza alla politica e si torna ad auspicare una cosa non troppo diversa dalla Repubblica di Platone. Io sono un ricercatore, ma come la maggioranza della comunità scientifica non sono d’accordo, per i motivi che cercherò di sintetizzare qui.

 

La scienza è sostanzialmente un metodo, uno strumento o meglio un insieme di strumenti cognitivi che ci permettono di indagare il mondo intorno a noi, sia a scopo descrittivo, per meglio comprendere come esso funziona, sia a scopo predittivo, per metterci in grado di fare progetti in maniera più affidabile di altri sistemi. Tuttavia, la scienza funziona fintantoché è possibile ottenere descrizioni matematiche di ciò che si intende discutere e ipotesi circa il suo funzionamento. Queste vanno poi sottoposte a prova per via sperimentale, in un processo che corrisponde letteralmente a quello che dà forma matematica, ovvero che formula ipotesi.

 

Tuttavia, gli interessi del singolo e delle collettività non sono oggetto di definizione scientifica; essi cioè non scaturiscono da un modello matematico del funzionamento delle menti individuali, né tanto meno da una descrizione analitica della loro interazione in società complesse – anche se lo svolgersi di certi fenomeni sociali può essere in parte modellato numericamente. La volontà degli individui, e la composizione della volontà individuale attraverso la democrazia rappresentativa, scaturisce da interessi individuali, come quelli alla libertà di movimento, alla libertà di impresa, alla salute, all’istruzione e così via – interessi che sono definiti come diritti innanzitutto nella nostra Costituzione e non in un libro di teoria del funzionamento degli individui umani.

 

Pesare questi interessi e tradurli in azione sia collettiva sia individuale è compito del diritto e della politica. Potremmo appunto definirli come dei metodi che abbiamo creato per la composizione delle istanze individuali. Tuttavia, sebbene diritto e politica siano abilissimi a individuare e comporre interessi – oppure, quando sono usati in maniera distorta, a favorire gli interessi di singoli o di pochi su quelli della maggioranza – essi sono poco abili nel prevedere i rischi che conseguono a certe scelte, nell’individuare scenari impossibili e nell’eliminare ipotesi erronee, così come nel cercare le migliori modalità attuative per raggiungere uno scopo prefissato.

 

E’ qui, non prima, che deve intervenire la comunità scientifica: nel fornire gli elementi che illustrano i rischi che si corrono, sia agendo in un certo modo che mancando di agire, e nel proporre i migliori strumenti per raggiungere quel fine che la società, nei limiti specificati dalla Costituzione e dal nostro ordinamento, si è prefissata di raggiungere.

 

Nel far questo, è importantissimo che lo scienziato riesca a fare capire che sta comunicando probabilità, non certezze. E che il suo scopo primario è restringere il grado di incertezza, non scegliere un’ipotesi privilegiando indebitamente le proprie, personali aspettative su quelle dei suoi concittadini, in nome di una presunta superiorità di raziocinio. Viceversa, è altrettanto importante che politica e società capiscano che le proprie scelte non possono essere determinate dai numeri della scienza, quanto da una scelta fra gli interessi che si intende perseguire, a fronte dei rischi che si corrono nel perseguirli; e il governo, quando prende una decisione, deve evidenziare questi interessi e questi rischi, non il numero di morti, ricoverati e guariti di un’epidemia. Chiedete alla scienza una valutazione dell’incertezza su scenari diversi, non chiedete agli scienziati di prendere decisioni per voi.

Di più su questi argomenti: