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Decidono i politici, non gli scienziati

I ricercatori calcolano probabilità e studiano le ipotesi. Spetta ai politici valutare interessi e rischi

17 Giugno 2020 alle 15:18

Decidono i politici, non gli scienziati

(foto LaPresse)

Durante un’epidemia o quando il panico di eventi imprevisti attanaglia la società, si crede che sia un bene sostituire la scienza alla politica e si torna ad auspicare una cosa non troppo diversa dalla Repubblica di Platone. Io sono un ricercatore, ma come la maggioranza della comunità scientifica non sono d’accordo, per i motivi che cercherò di sintetizzare qui.

 

La scienza è sostanzialmente un metodo, uno strumento o meglio un insieme di strumenti cognitivi che ci permettono di indagare il mondo intorno a noi, sia a scopo descrittivo, per meglio comprendere come esso funziona, sia a scopo predittivo, per metterci in grado di fare progetti in maniera più affidabile di altri sistemi. Tuttavia, la scienza funziona fintantoché è possibile ottenere descrizioni matematiche di ciò che si intende discutere e ipotesi circa il suo funzionamento. Queste vanno poi sottoposte a prova per via sperimentale, in un processo che corrisponde letteralmente a quello che dà forma matematica, ovvero che formula ipotesi.

 

Tuttavia, gli interessi del singolo e delle collettività non sono oggetto di definizione scientifica; essi cioè non scaturiscono da un modello matematico del funzionamento delle menti individuali, né tanto meno da una descrizione analitica della loro interazione in società complesse – anche se lo svolgersi di certi fenomeni sociali può essere in parte modellato numericamente. La volontà degli individui, e la composizione della volontà individuale attraverso la democrazia rappresentativa, scaturisce da interessi individuali, come quelli alla libertà di movimento, alla libertà di impresa, alla salute, all’istruzione e così via – interessi che sono definiti come diritti innanzitutto nella nostra Costituzione e non in un libro di teoria del funzionamento degli individui umani.

 

Pesare questi interessi e tradurli in azione sia collettiva sia individuale è compito del diritto e della politica. Potremmo appunto definirli come dei metodi che abbiamo creato per la composizione delle istanze individuali. Tuttavia, sebbene diritto e politica siano abilissimi a individuare e comporre interessi – oppure, quando sono usati in maniera distorta, a favorire gli interessi di singoli o di pochi su quelli della maggioranza – essi sono poco abili nel prevedere i rischi che conseguono a certe scelte, nell’individuare scenari impossibili e nell’eliminare ipotesi erronee, così come nel cercare le migliori modalità attuative per raggiungere uno scopo prefissato.

 

E’ qui, non prima, che deve intervenire la comunità scientifica: nel fornire gli elementi che illustrano i rischi che si corrono, sia agendo in un certo modo che mancando di agire, e nel proporre i migliori strumenti per raggiungere quel fine che la società, nei limiti specificati dalla Costituzione e dal nostro ordinamento, si è prefissata di raggiungere.

 

Nel far questo, è importantissimo che lo scienziato riesca a fare capire che sta comunicando probabilità, non certezze. E che il suo scopo primario è restringere il grado di incertezza, non scegliere un’ipotesi privilegiando indebitamente le proprie, personali aspettative su quelle dei suoi concittadini, in nome di una presunta superiorità di raziocinio. Viceversa, è altrettanto importante che politica e società capiscano che le proprie scelte non possono essere determinate dai numeri della scienza, quanto da una scelta fra gli interessi che si intende perseguire, a fronte dei rischi che si corrono nel perseguirli; e il governo, quando prende una decisione, deve evidenziare questi interessi e questi rischi, non il numero di morti, ricoverati e guariti di un’epidemia. Chiedete alla scienza una valutazione dell’incertezza su scenari diversi, non chiedete agli scienziati di prendere decisioni per voi.

Enrico Bucci

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Commenti all'articolo

  • Minerva

    18 Giugno 2020 - 09:24

    Ho un po' la sensazione di una excusatio non petita. La questione che genera e ha generato la confusione e' l'atteggiamento di diversi ricercatori, che si sono presentati con la verita' in tasca, senza far presente che i dati su cui applicare i modelli dovevano essere validati, e che esistono diversi modelli fondati su ipotesi/assunzioni diverse Ricordare il famoso oste e la bonta' del suo vino: ogni ricercatore e' portato a difendre il suo approccio. Quindi chi di dovere, quando ha formato il pool; di esperti avrebbe dovuto rendersi conto di questo tipo di polarizzazione e non chiedere ad un amico fidato: chi e' il miglior esperto epidemiologo? La risposta ovvia sara' stata: quello che conosco io. E da qui, si e' prodotto quello che sappiamo. Una volta che il modello e' stato assunto come il migliore del mondo, tralasciando il problema della variabilita' delle ipotesi e la bonta' dei dati, poi non ci possiamo lamentare delle critiche.

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  • albertoxmura

    17 Giugno 2020 - 19:31

    "pour juger de ce que l'on doit faire pour obtenir un bien, ou pour éviter un mal, il ne faut pas seulement considérer le bien et le mal en soi, mais aussi la probabilité qu'il arrive ou n'arrive pas, et regarder géométriquement la proportion que toutes ces choses ont ensemble". A. Arnauld et P. Nicole, La logique ou l'art de penser, Paris, Flammarion, 1970, Partie IV, Chapitre XVI, 428. Ai politici la valutazione del bene e del male, agli esperti la valutazione delle probabilità.

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