Il virus non è cambiato

Enrico Bucci

Non è il patogeno a essere mutato, ma il paziente in cui cercarlo. Cosa ci insegna il campionamento dei pazienti

E’ cambiata la malattia causata dal virus Sars-CoV-2? Questa è la domanda che qualcuno si è fatto, dando risposta affermativa, quando ha visto svuotarsi le corsie degli ospedali, a partire dalle terapie intensive, e quando ha visto nei nuovi ammalati (pochi, per fortuna) una piccola quantità di casi gravi. In realtà, come da tempo ho cercato di spiegare, ciò che è cambiato non è il virus, che non è modificabile finché non ne cambi significativamente il genoma a Rna. E’ cambiato semplicemente il paziente in cui cerchiamo il virus: oggi l’età mediana è di 46 anni, cioè metà dei pazienti ha meno di 46 anni, contro una mediana nei primi mesi che era invece di 61 anni. Questo accade perché abbiamo esteso l’uso del tampone a soggetti che prima, al tempo della crisi, nemmeno lontanamente prendevamo in considerazione per la ricerca del virus: persone senza sintomi respiratori, oppure senza sintomi del tutto, ma venuti in contatto con soggetti infetti o risultati positivi ai test anticorpali. Ciò, insieme alla naturale diminuzione dei casi e quindi anche allo svuotamento delle terapie intensive, crea “l’effetto ottico” di una malattia cambiata, mentre invece si tratta della stessa malattia di prima, campionata diversamente nella popolazione. D’altra parte, se campioniamo soggetti con sintomi gravi – come il signore tornato dalla Serbia, ma ce ne sono altri – ritroviamo la solita alta carica virale e, a parità di condizioni, abbiamo sempre la stessa identica probabilità di finire in terapia intensiva che c’era prima. Con una importante distinzione: come abbiamo imparato ieri, ascoltando gli interventi che si sono succeduti al convegno organizzato dall’Accademia dei Lincei (commissione per la ricerca) e dalla Società chimica italiana (divisione di Chimica farmaceutica), oggi almeno certi pazienti in determinate condizioni possiamo aiutarli molto meglio con farmaci mirati, diminuendo anche di molto la probabilità di morte. Viceversa, non c’è nessuna evidenza che soggetti infetti con le stesse caratteristiche – età, sesso, durata dell’infezione, terapie e comorbidità – a parità di carica virale sviluppino sintomi diversi da quelli che si osservavano a marzo o ad aprile.

 

Ma perché oggi campioniamo soggetti che non seguivamo prima? La ragione è semplice: innanzitutto, come insegnano casi anche recentissimi, anche in soggetti giovani, seppur raramente si può arrivare a conseguenze molto gravi – e dunque, oggi che non è più necessario fare una scelta, non sarebbe etico abbandonarli a se stessi. In secondo luogo, campionare serve a isolare eventuali nuovi focolai, che potrebbero scatenare una nuova epidemia nel paese: e siccome sappiamo che il virus è ancora capacissimo di fare disastri, se sfugge al nostro controllo, è necessario anzi aumentare, non diminuire la sorveglianza. Anziani meno esposti al virus, una popolazione di pazienti più giovani (a causa della diversa politica di campionamento) che magari ultimamente si protegge meno, qualche farmaco in più e una circolazione virale rallentata, certamente in base all’uso responsabile delle misure prescritte e (forse) a causa della stagione, con più tempo trascorso all’aperto: non c’è nessun bisogno di nessuna altra particolare spiegazione. Se il patogeno non muta, la malattia non può cambiare senza che si diminuiscano le probabilità di infezione per i segmenti di popolazione più sensibili: tirate voi le somme sul perché è quindi necessario continuare a usare cautela, invece di divertirsi a inseguire miraggi.

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