cerca

Se i dati sul Covid non contano

Il dato culturale di questa pandemia è la frammentazione della comunità scientifica in tribù

28 Luglio 2020 alle 06:00

Se i dati sul Covid non contano

(foto LaPresse)

Molti si chiedono perché, durante un’epidemia, i fatti facciano così fatica a emergere, e le persone non siano capaci di distinguere tra opinioni e discorsi fondati su fatti la cui verifica (in negativo o positivo) è possibile. “Non ai numeri guardiamo, ma agli occhi di chi ci racconta qualcosa”. Questa semplice frase, del mio amico Gilberto Corbellini, professore di Storia della medicina alla Sapienza di Roma, contiene forse la spiegazione più interessante di quel che sta succedendo durante questa curiosa èra di pandemia.

 

Di fatto, noi siamo ancora quel primate sociale, i cui neuroni sono cablati per riconoscerci in un gruppo e applicare euristiche non necessariamente razionali che ne consentono la sopravvivenza. Quindi, di fronte alla pandemia, cerchiamo ancora più del solito conforto in quelli che la pensano come noi – e cerchiamo di identificare membri prestigiosi del clan, che manifestano opinioni di nostro interesse; cerchiamo di guardare alle loro espressioni, alla loro mimica, alla loro storia, più che ai loro dati, e seguiamo il canale della nostra empatia per fidarci dell’uno, invece che dell’altro.

 

Il dato scompare, o meglio diventa un accessorio invisibile alla discussione, che in realtà si basa sull’immagine emotiva restituita dal nostro interlocutore; ragion per cui, anche se esistesse una tabella che predicesse esattamente l’andamento della pandemia in Italia da qui a un anno (e non può esistere), ci fideremmo lo stesso di più di quel professore o di quel clinico che, secondo il caso, con voce suadente, o con urla e strepiti, ci sembra più simile a quello scienziato ideale che sogniamo ci possa raccontare la verità e uscire dalla perigliosa incertezza in cui ci troviamo. 

 

Nulla di nuovo, quindi, se non fosse che questi meccanismi possono oggi essere azionati su una massa enorme di persone, in maniera quasi istantanea, sfruttando la sinergia tra la televisione – che ci restituisce l’immagine che ci serve a esprimere il giudizio empatico – e i nuovi media, che consentono a quel messaggio di essere rilanciato all’infinito, e in più amplificano i meccanismi emulativi che coagulano le tribù polarizzate intorno ai loro guru.

 

Perché, alla fine, questo sembra essere il lascito principale, dal punto di vista culturale, dell’attuale pandemia: la definitiva frammentazione della comunità scientifica in tribù non solo accademiche, ma a questo punto estese alla popolazione, le quali instaurano il proprio culto della personalità e sperano segretamente di aver trovato il guru giusto.

 

I numeri, i dati, i fatti, sono orpelli troppo lenti per essere maneggiati nel velocissimo mondo delle emozioni online. E se altri 35 mila italiani dovessero morire nei prossimi mesi, o se invece al contrario il virus sparisse, si troverà senza dubbio la spiegazione più opportuna, per non incrinare il culto, e per non ammettere che le proprie scelte non su base razionale e analisi sono state fondate, ma sul fatto che, come mi ha scritto una gentile commentatrice sui social, “scegliamo guardando i dati quella che ci sembra la verità, dettata da una fiducia verso la persona che la divulga”. Benvenuti nell’èra delle mille credenze, tutte uguali e tutte contrapposte.

Enrico Bucci

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Carlo6

    28 Luglio 2020 - 09:17

    La confusione è ovunque e di tutti. Il popolo, sempre il popolo, si muove a istinto, a branco, a mandria e segue chi più rassicura. Perché? Perché di questo virus l’impressione che, sempre il popolo ne ricava, è che voi svienziati non ci avete capito molto per non dire niente. Infatti siamo al buonsenso, negato a febbraio, che le mascherine le dobbiamo mettere tutti, le distanze e le mani lavate. Il vaccino da quanto se ne sente potrebbe essere frutto, speriamo di no, del proverbio della gatta che per la fretta fece i gattini ciechi. Quindi caro Bucci, siamo soli, delusi e incazzati perché, come lei insegna, se non hai vie di uscita o ti ammali di depressione o t’incazzi e in società complesse come la nostra i problemi non sono quelli della peste di Manzoni ma quelli di una catastrofe che va oltre e di cui nessuno ne conosce gli sviluppi. Questa, la nostra, è una società vitale, che programna che non vive alla giornata e l’incertezza la uccide, la uccide dentro.

    Report

    Rispondi

  • Minerva

    28 Luglio 2020 - 09:04

    Purtroppo, per essere intellettualmente onesti fino in fondo, ed aderire in pieno al metodo scientifico, che e' dialettico, si deve menzionare anche l'interpretazione dei dati e la conseguente capacita' di fare predizioni ( a loro volta falsificabili).I l messaggio estratto dai dati non e' sempre univoco, quando ancora non sono chiare tutte le correlazioni, e questo spiega le discussioni tra esperti, che assumo sempre in buona fede quando sostengono le loro opinioni. Quindi,la bella descrizione sociologica che contrappone 1) la osservazione dei dati, e la necessaria loro interpretazione, con 2) l'empatia con l'individuo alfa che ci ispira fiducia, ahime' vela l'esistenza della parte interpretativa dei dati (tra le diverse interpretazione, scelgo quella a me piu' favorevole), che esiste sempre quando la conoscenza su un nuovo fenomeno non e' ancora consolidata. Basta ricordare la discussione di altissimo livello tra Bohr e Einstein, ed Einstein ebbe torto.......

    Report

    Rispondi

  • joepelikan

    28 Luglio 2020 - 08:49

    Bucci lei si lascia andare a considerazioni antropologiche che hanno rango scientifico pari a quelle delle "tribù" di scienziati che lei cita. L'unica cosa che si dimostra in questa pandemia (e questa mio caro non è un'asserzione scientifica, ma filosofica) è che gli scienziati sono esseri umani e che lo scientismo è, in fondo, una forma di superstizione. Gli scienziati non ne sono immuni perché da quando la scienza ha smesso di essere la pratica di un'élite intellettuale è diventata una mera branca della tecnica e gli scienziati, in quanto "tecnici" non sono in generale consci dei presupposti epistemologici di ciò che fanno...

    Report

    Rispondi

    • Persefone

      28 Luglio 2020 - 20:12

      E' fautore di una polemica continua ed estenuante su temi solo collateralmente scientifici. Mi ricorda certi primi della classe invidiosi e stizziti che non tollerano che anche l'ultimo li può superare con altri strumenti e avere la meglio sul seguito dei compagni.

      Report

      Rispondi

Servizi