Se i dati sul Covid non contano

Enrico Bucci

Il dato culturale di questa pandemia è la frammentazione della comunità scientifica in tribù

Molti si chiedono perché, durante un’epidemia, i fatti facciano così fatica a emergere, e le persone non siano capaci di distinguere tra opinioni e discorsi fondati su fatti la cui verifica (in negativo o positivo) è possibile. “Non ai numeri guardiamo, ma agli occhi di chi ci racconta qualcosa”. Questa semplice frase, del mio amico Gilberto Corbellini, professore di Storia della medicina alla Sapienza di Roma, contiene forse la spiegazione più interessante di quel che sta succedendo durante questa curiosa èra di pandemia.

 

Di fatto, noi siamo ancora quel primate sociale, i cui neuroni sono cablati per riconoscerci in un gruppo e applicare euristiche non necessariamente razionali che ne consentono la sopravvivenza. Quindi, di fronte alla pandemia, cerchiamo ancora più del solito conforto in quelli che la pensano come noi – e cerchiamo di identificare membri prestigiosi del clan, che manifestano opinioni di nostro interesse; cerchiamo di guardare alle loro espressioni, alla loro mimica, alla loro storia, più che ai loro dati, e seguiamo il canale della nostra empatia per fidarci dell’uno, invece che dell’altro.

 

Il dato scompare, o meglio diventa un accessorio invisibile alla discussione, che in realtà si basa sull’immagine emotiva restituita dal nostro interlocutore; ragion per cui, anche se esistesse una tabella che predicesse esattamente l’andamento della pandemia in Italia da qui a un anno (e non può esistere), ci fideremmo lo stesso di più di quel professore o di quel clinico che, secondo il caso, con voce suadente, o con urla e strepiti, ci sembra più simile a quello scienziato ideale che sogniamo ci possa raccontare la verità e uscire dalla perigliosa incertezza in cui ci troviamo. 

 

Nulla di nuovo, quindi, se non fosse che questi meccanismi possono oggi essere azionati su una massa enorme di persone, in maniera quasi istantanea, sfruttando la sinergia tra la televisione – che ci restituisce l’immagine che ci serve a esprimere il giudizio empatico – e i nuovi media, che consentono a quel messaggio di essere rilanciato all’infinito, e in più amplificano i meccanismi emulativi che coagulano le tribù polarizzate intorno ai loro guru.

 

Perché, alla fine, questo sembra essere il lascito principale, dal punto di vista culturale, dell’attuale pandemia: la definitiva frammentazione della comunità scientifica in tribù non solo accademiche, ma a questo punto estese alla popolazione, le quali instaurano il proprio culto della personalità e sperano segretamente di aver trovato il guru giusto.

 

I numeri, i dati, i fatti, sono orpelli troppo lenti per essere maneggiati nel velocissimo mondo delle emozioni online. E se altri 35 mila italiani dovessero morire nei prossimi mesi, o se invece al contrario il virus sparisse, si troverà senza dubbio la spiegazione più opportuna, per non incrinare il culto, e per non ammettere che le proprie scelte non su base razionale e analisi sono state fondate, ma sul fatto che, come mi ha scritto una gentile commentatrice sui social, “scegliamo guardando i dati quella che ci sembra la verità, dettata da una fiducia verso la persona che la divulga”. Benvenuti nell’èra delle mille credenze, tutte uguali e tutte contrapposte.