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Virus e previsioni

Ci sono alcune piccole ma importanti certezze emerse finora dagli studi sul Covid. Tutto il resto è un azzardo

30 Giugno 2020 alle 06:00

Virus e previsioni

(foto LaPresse)

Noi non siamo in grado di sapere o di prevedere certe cose riguardo al virus, nemmeno con la nostra migliore scienza. In realtà, proprio in ragione di quella, possiamo affermare che non è possibile fare un certo tipo di previsioni, e che chi le fa sta facendo solo una scommessa.

 

Ma quali previsioni? Per cominciare, non è possibile prevedere quale sia la probabilità che in un arco di tempo predeterminato, all’interno della popolazione di miliardi di sequenze di Sars-CoV-2 prenda il sopravvento qualche mutazione che ne indebolisca la virulenza, che ne aumenti l’infettività o che ne cambi in qualunque modo le caratteristiche attuali. Questi cambiamenti, infatti, dipendono in radice da un fenomeno casuale: la mutazione spontanea del genoma virale e la possibilità (pure essa casuale) che la selezione naturale possa operare efficientemente se la mutazione è favorevole alla moltiplicazione del virus. In particolare, la mutazione spontanea – che genera le varianti su cui può operare la selezione – è casuale perché trova la sua radice nella meccanica quantistica, e la possibilità per la selezione naturale di operare è pure essa casuale, perché se per esempio l’ospite che porta il mutante vantaggioso perisce o guarisce prima che il virus possa infettare altri, quella mutazione scomparirà. Così come accadrà se per qualunque ragione quel virus, che su larga scala sarebbe favorito, si trova imbottigliato in una situazione in cui altri virus, diffusi in una popolazione a maggiore densità e maggiori scambi sociali, si diffondono più rapidamente a causa non del proprio genoma, ma delle abitudini sociali dei propri ospiti. In sostanza, quindi, noi non possiamo sapere se un virus cambierà significativamente in un certo arco di tempo; possiamo solo ragionevolmente supporre che, dato un tempo illimitato, esso muterà, e muterà sempre, diventando un virus che riesce a moltiplicarsi più efficientemente (perché sono più infettivi, perché prolungano la finestra di infettività dell’ospite o per qualunque altro motivo). 

 

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Inoltre, a causa dell’estrema varietà di condizioni selettive che il virus sperimenta in diverse popolazioni umane, non possiamo sapere cosa sarà selezionato a livello locale e risulterà, almeno temporaneamente, avvantaggiato; e quando dico che non possiamo, intendo che non è fisicamente fattibile saperlo, perché i fattori in gioco sono innumerevoli e il loro peso è ignoto.

 

A causa della stessa varietà di comportamenti sociali, attuazione di diverse misure di contenimento a livello di comportamento individuale, intensità di scambi commerciali e, in definitiva, condizioni generali del nostro paese, sia a livello complessivo sia a livello locale, noi parimenti non possiamo fare previsioni circa il ritorno del virus in grande stile o a livello di continua esplosione di focolai localizzati. Infine, noi non abbiamo il dettaglio analitico sufficiente per sapere quanto e come le nostre azioni istantanee e individuali influenzino la diffusione di un virus circolante, né se e quando disporremo di trattamenti terapeutici più o meno efficaci. Cosa possiamo sapere quindi? Per esempio, che la scomparsa a breve del virus non è probabile, considerato che il nostro mondo è globalmente connesso e che la pandemia sta procedendo spedita. Che il virus non è ancora mutato, a giudicare delle sequenze che abbiamo ottenuto e dal riempimento delle terapie intensive in quei paesi dove è in crescita esponenziale. Che certi errori – come l’accoglimento di malati nelle Rsa – vanno evitati. Che le misure di distanziamento, le mascherine e l’igiene delle mani funzionano nel diminuire la circolazione del virus. E infine, che abbiamo alcuni trattamenti in più che, in determinate condizioni, sembrano essere efficaci nel ridurre gli effetti dell’infezione (a meno che un buon numero di articoli scientifici e dati siano tutti erronei, cosa improbabile).

 

Queste sono tutte informazioni utili che ci dicono una sola cosa: non è il momento di chiudersi in casa, visti i numeri in Italia, né di lasciarsi prendere dal panico. Ma sarà il caso di continuare a prestare attenzione al monitoraggio epidemiologico, ai focolai, oltre che continuare a fare la provvigione ospedaliera di quei farmaci riconosciuti utili e di quei dispositivi per diminuire la circolazione virale. Prevedere la data o l’entità di una seconda ondata non è nemmeno necessario, per decidere di agire in modo da diminuire la probabilità di effetti catastrofici da un punto di vista epidemiologico.

Enrico Bucci

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