Un rimpatrio industriale per un mondo a guida americana

David P. Goldman

L'unico modo per competere con il capitalismo di stato asiatico è attrarre settori strategici. Idee non sovraniste per una rinascita americana

Proponiamo in questa pagina alcuni stralci della prefazione di David P. Goldman, consulente strategico e commentatore americano, al simposio The Reshoring Imperative, pubblicato dal think tank American Compass. 

 


 

Fino a poco tempo fa, il tema delle catene produttive non compariva nell’agenda della politica americana. Le nostre filiere, tuttavia, sono state guidate da azioni di governo negli ultimi vent’anni, soltanto che non erano i nostri governi, ma quelli dell’Asia, e specialmente della Cina. L’America ha una politica industriale, l’off-shoring. Il sostegno dello stato alla manifattura ad alta intensità di capitale, il marchio del modello asiatico dai tempi della restaurazione Meiji in Giappone del 1868, ha spostato l’output industriale dagli Stati Uniti all’Asia. Insieme a questo spostamento, l’impiego nell’industria americana è calata a 11,4 milioni da 20 milioni nel 1980. Abbiamo anche un deficit commerciale cronico nella manifattura, un debito estero che si accumula, un tasso di risparmio molto basso, un’economia basata eccessivamente sui consumi e una produttività stagnante. Per parafrasare Trotskij: potresti non essere interessato alle catene produttive, ma le catene produttive sono interessate a te. Il cosiddetto consenso neoliberista ha razionalizzato lo svuotamento della base industriale americana. Un economista liberista crede nel libero scambio; un neoliberista parla del libero scambio e nel frattempo cerca prestiti sussidiati da governi stranieri. Per diverse ragioni, l’America deve riportare sul proprio territorio alcune industrie fondamentali. Fra queste ragioni ci sono: la sicurezza nazionale. La pandemia di Covid-19 ha mostrato la dipendenza dell’America dalle importazioni sui dispositivi di protezione, sui medicinali e sul potenziale sviluppo del vaccino. La seconda ragione è il “soft power” americano. Per esempio, la mancanza di capacità industriale per l’equipaggiamento delle telecomunicazioni 5G ci lascia esposti a una importante riduzione dell’influenza, a beneficio della Cina. Lo stesso problema si ripresenterà in altri settori chiave, in assenza di azioni decise. Altra ragione: la produttività. La mancanza di capacità manifatturiere ha un impatto diretto sulla produttività e importanti effetti indiretti. Poi: innovazione: La tradizione americana dell’innovazione, da Thomas Edison ai laboratori Bell, è stata generata dalla cooperazione di scienziati, ingegneri e filiere del lavoro, non da ricerca accademica fatta in isolamento. Infine, la resilienza. La delocalizzazione dell’industria americana ha spostato l’economia del verso i consumi, a discapito degli investimenti. L’America ha piantato i semi della rivoluzione digitale ma non è stata in grado di cogliere i frutti. Abbiamo inventato i semiconduttori, ma oggi produciamo solo il 10 per cento dei processori dei computer. Nel 2015 era il 25 per cento. Abbiamo inventato tutte le tecnologie digitali fondamentali: la memoria flash, lo schermo Lcd, i led, il plasma, i laser semiconduttori, e i sensori che fanno funzionare le fotocamere degli smartphone. Tutti questi prodotti oggi sono fabbricati in Asia [...].

 

La crescita manifatturiera dell’Asia ha prodotto alcuni benefici per gli Stati Uniti, o almeno per alcuni americani: le aziende americane sono uscite dal settore dell’hardware e si sono concentrate sul business dei software, che è a bassa concentrazione di capitali e trae vantaggio dalle importazioni a basso costo dall’Asia. Ciò ha prodotto enorme crescita nella capitalizzazione sui mercati per una manciata di compagnie. I consumatori americani hanno beneficiato di prodotti a buon mercato che sarebbero costati molto di più se realizzati in America, anche se si tratta di una specie di patto col diavolo; il declino degli investimenti nella manifattura e nell’impiego ha generato produttività stagnante nei redditi delle famiglie. Il reddito medio reale è calato dal 1999 al 2012 e non è tornato ai livelli del 1999 fino al 2016.

 

Per varie ragioni il modello simbiotico che Niall Ferguson ha chiamato “Chimerica” non è più sostenibile. La distruzione del tessuto economico e sociale nei vecchi centri industriali a causa di questo cambiamento ha contribuito all’elezione di Donald Trump, che si è presentato su un programma basato sulla ripresa di posti di lavoro nell’industria. La pandemia ha rivelato la dipendenza dalla CIna e altri paesi asiatici per dispositivi necessari e farmaci di base.Lo sforzo dell’America di contenere la dominazione cinese nella banda larga della prossima generazione ha rivelato la mancanza di manifatture nell’hardware in America, una debolezza strategica. Per ragioni strutturali di lungo periodo ed economiche di breve periodo, la questione delle filiere produttive si è imposta nell’agenda politica, dove rimarrà a lungo. Trump si è domandato di recente perché l’America dovrebbe affidarsi a una catena produttiva globale, invece che produrre tutto sul suolo nazionale. Ma riportare la produzione in patria è impossibile nel futuro prossimo, per una ragione molto semplice: le importazioni dell’America dalla Cina nel 2018 ammontavano a un quarto dei 2 mila miliardi di dollari di pil della manifattura, una porzione troppo ampia per essere rimpiazzata a breve. La fetta più significativa, 70 miliardi di smartphone, non possono essere ricollocati facilmente negli Stati Uniti, come dice il ceo di Apple Tim Cook, perché le skills ingegneristiche specialistiche che sono ora abbondanti in Cina scarseggiano negli Stati Uniti. Più in generale, una vera autarchia è certamente inutile e poco saggia. Ma il rimpatrio mirato di alcuni segmenti di industrie strategiche è necessario.


Le filiere produttive americane sono state guidate da azioni di governo negli ultimi vent’anni, ma non del governo americano


 

Abbiamo l’opportunità di far rientrare industrie cruciali con un salto di qualità nella produttività trainata dalle tecnologie informative. Se non riusciamo a cogliere questa opportunità, tuttavia, rischiamo che i nostri rivali strategici accrescano il loro vantaggio nelle tecniche produttive. La Cina ha stanziato somme ingenti per il 5G, l’intelligenza artificiale e l’istruzione Stem, con lo scopo di diventare la potenza dominante nella tecnologia. La posizione competitiva dell’America nel mondo, le prospettive di crescita e la sicurezza nazionale dipendono dal mantenimento di una superiore capacità di innovare. Rivitalizzare l’industria americana richiede un ventaglio di iniziative politiche, inclusi, fra le altre cose, incentivi fiscali per ricerca e sviluppo, sussidi diretti per alcuni progetti specifici, revisione della politica commerciale internazionale, riforme regolatorie 

 

Quando l’America guidava il mondo 

 

Negli anni Settanta e Ottanta, la spesa federale sulla ricerca di base e lo sviluppo ha raggiunto il 1,4 per cento del Pil, l’equivalente di 300 miliardi di dollari odierni. La maggior parte di questi fondi erano gestiti dalla Nasa o dalla Defense Advanced Research Projects Agency (Darpa). Questo sforzo ha permesso di vincere la Guerra fredda e di creare l’era digitale. Fra tutti i presidenti del dopoguerra, Reagan è stato il più forte nel prendere l’impegno di difendere il libero mercato. Ma coma ha notato il suo segretario del tesoro, James Baker, Reagan “ha garantito più protezione alle importazioni americane di tutti i suoi predecessori in mezzo secolo”. Questo comprendeva anche restrizioni sulle esportazioni di auto giapponesi in America, limitazioni “volontarie” sulle esportazioni di acciaio da parte di 18 paesi, dazi anti-dumping sui chip dei computer giapponesi, e molte altre misure. Grandi corporation che avevano mantenuto i loro laboratori, fra cui Bell System, General Electric, Rca, Ibm e DuPont assorbivano la maggior parte dei finanziamenti di Darpa. Scienziati e ingegneri lavoravano con la produzione per determinare la praticabilità delle innovazioni. Anche se la “big science” dominava i finanziamenti, il clima ha dato origine a una ondata di imprenditorialità senza precedenti. L’impiego negli anni Ottanta è cresciuto come non mai nel dopoguerra, e l’occupazione nelle aziende nascenti ha più che compensato il calo occupazionale nelle grandi aziende.

 

Due fatti in questo contesto di grande innovazione sono degni di nota. Il primo è che tutte le tecnologie più importanti dell’era digitale, senza eccezioni, sono state avviata con i sussidi del Darpa o della Nasa. Il secondo fatto è che, anche qui senza eccezioni, i progetti di ricerca originari non avevano previsto l’enorme potenziale commerciale di queste tecnologie. Le scoperte erano il risultato “accidentale” di ricerche di base che avevano uno scopo iniziale diverso. Per esempio, il Darpa ha finanziato uno studio sulla visione notturna del campo di battaglia e ha sviluppato così il semiconduttore laser e, con quello, i network ottici e l’industria della tv via cavo [...].

 

Queste osservazioni illustrano l’inadeguatezza della teoria classica del libero mercato. Gli imprenditori rischieranno su ciò che non conoscono, ma non investiranno su “unknown unknowns”, cioè possibili scoperte le cui applicazioni commerciali non possono essere immaginate, dal momento che la scienza su cui si basano non può essere prevista in anticipo. Perciò, ricerca e sviluppo richiedono il sostegno dello stato. Prima dell’invenzione “accidentale” del laser era impossibile immaginare una rete ottica commercializzabile; nessuno avrebbe investito per svilupparne e produrne una. In termini pratici, la sicurezza nazionale è stato il vettore della ricerca per due ragioni. Primo, perché i contribuenti sono disposti ad accettare spese senza benefici specifici in nome della sicurezza nazionale; secondo, perché la costante tensione al progresso negli equipaggiamenti militari e nella crittografia offre un obiettivo concreto per l’innovazione [...]. Gli scienziati generano innumerevoli idee promettenti ogni giorno; ma servono ingegneri con esperienza e personale qualificato per distinguere le poche innovazioni con una ricaduta pratica da quelle con un mero valore accademico. Se gli Stati Uniti perderanno le più avanzate capacità produttive e disperderanno la loro manodopera qualificata, la nostra capacità di innovare sarà mutilata. 

 

Riprendere la guida 

 

E’ importante chiarire i diversi scopi che ha il rimpatrio delle catene di produzione e individuare politiche che servono questi obiettivi nel modo più diretto. Se la ragione fondamentale è la sicurezza nazionale, la produzione locale potrebbe essere molto più costosa dell’importazione, ma ugualmente conveniente per ragioni strategiche. Se la ragione è economica, è necessaria maggiore precisione sullo scopo e il meccanismo. La protezione dei posti di lavoro attuali e i sussidi per nuovi posti possono essere desiderabili in alcuni contesti, ma dobbiamo essere consapevoli che potremmo semplicemente trasferire reddito da un gruppo di americani (consumatori che pagano prezzi più alti per gli stessi beni e contribuenti che pagano i sussidi) a un altro (investitori e dipendenti di industrie protette). Una ragione diversa, e spesso migliore, è che, come abbiamo visto, una base industriale forte e diversificata è la precondizione per l’innovazione e la crescita nella produttività lavorativa e nel reddito. L’innovazione non accade nel vuoto. La collaborazione di scienziati, ingegneri e lavoratori nella catena produttiva è necessaria per identificare innovazioni che hanno valore commerciale. La manifattura high-tech dipende da una complessa rete di catene produttive, e le innovazioni necessitano di una massa critica di input domestici [...]. In generale, l’innovazione nella manifattura non sostiene la crescita dell’occupazione. In verità, mentre gli Stati Uniti possono sussidiare l’occupazione nella manifattura, ad esempio, attraverso crediti fiscali per nuovi tipi di lavoro o sussidi diretti per specifici segmenti, questo potrebbe ridurre, invece di accelerare, la crescita della produttività, confliggendo con l’obiettivo strategico di accrescere la competitività americana verso un competitor asiatico potenzialmente ostile. Ma una politica di rimpatrio industriale che sostenga settori chiave contro una competizione straniera sussidiata è più di una politica di welfare esagerata per i lavoratori. E’ una condizione necessaria per l’innovazione.


Il modello che Niall Ferguson ha chiamato “Chimerica” non è sostenibile. Occorre un cambio del paradigma industriale 


L’impatto indiretto delle nuove tecnologie sull’impiego sarà probabilmente molto più grande dell’impatto diretto. La produzione di device 5G è altamente automatizzata, ma l’installazione di milioni di stazioni e antenne richiederà un’enorme quantità di lavoro, incluso lavoro altamente qualificato, come avvenuto in passato per la fibra ottica. La buona notizia è che c’è una rivoluzione in corso nella manifattura che cambierà l’economia della delocalizzazione. Il ricollocamento di posti di lavoro nella manifattura dall’America alla Cina e altri paese è spesso spiegato come il risultato del costo relativo del lavoro. Era certamente così per alcune industrie, ma i costi del lavoro non possono spiegare lo spostamento in industrie ad alta intensità di capitale, e molti processi industriali, nel tempo, stanno diventando sempre più capital-intensive. L’applicazione dell’intelligenza artificiale alla robotica riduce di molto l’importanza dei costi del lavoro relativi. La cattiva notizia è che l’America non è stata in grado finora di prepararsi alla competizione per settori ad alta intensità di capitale. I nostri competitor sussidiano l’industria ad alto tasso di capitale. Noi sussdiamo gli stadi. Gli Stati Uniti investono in quel segmento industriale una porzione di pil molto più bassa della Cina e della Corea del sud[...]. Accanto a questi sforzi mirati per abbassare i costi, ridare fiato alla ricerca e promuovere industrie selezionate, i policymakers possono anche prendere iniziativa per cambiare il clima in cui vengono prese le decisioni sugli investimenti, così da rendere il settore più attraente. E possono anche riformare le istituzioni all’interno delle quali agiscono per migliorare il coordinamento, i negoziati internazionali e la regolamentazione.

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