Proteste anti lockdown negli Stati Uniti (foto LaPresse)

"Siamo fatti così" è il nuovo mantra della biopolitica

La neuroscienza della polarizzazione dice che se siamo indisponibili al compromesso è colpa della genetica. La scomparsa della libertà

Non è la prima volta che il Pensiero dominante si occupa del dibattito sulla polarizzazione politica, uno dei mali del nostro tempo, denunciato in maniera pressoché identica da tutte le forze politiche. Tutti dicono che siamo sempre più divisi, sclerotizzati, incattiviti, chiusi in monadi ideologiche indisponibili al compromesso. Perché assistiamo a questo spostamento inesorabile delle posizioni verso lidi più estremi è oggetto di dibattito, e non solo fra gli osservatori tradizionali. Le neuroscienze, la biopolitica e la cosiddetta “genopolitica” si occupano da tempo dell’interpretazione dei comportamenti politici, riconducendoli nell’alveo della manifestazione di antecedenti biologici. In questa pagina si dà conto, con un certo distacco critico, di uno studio particolarmente interessante condotto da un ricercatore americano. Secondo l’autore, il male della polarizzazione politica si può combattere soltanto spiegando agli interessanti, cioè noi, che quelli che abbracciano convinzioni opposte alle nostre non lo fanno volontariamente: sono fatti così. Rispondono a leggi scritte nel loro patrimonio genetico. Ribatte idealmente, nell’articolo in basso, sant’Agostino, spiegando il rapporto fra peccato e libertà. 


 

La polarizzazione politica è uno dei grandi mali del nostro tempo, ed è denunciato con vigore pressoché identico da tutte le parti politiche, il che dimostra che almeno sulla gravità del disaccordo fra le fazioni si è stabilito un certo consenso. Non manca naturalmente chi sostiene che la pandemia contribuirà ad aggravare ulteriormente le divergenze; se vero, si tratterebbe, appunto, soltanto del peggioramento di una condizione pregressa. L’indefessa redazione del Pensiero dominante ha già affrontato la questione della polarizzazione in una precedente edizione, dando conto di alcune indagini attorno alle ragioni di ciò che viene spesso presentato come un inesorabile allontanamento (distanziamento?) delle posizioni ideologiche, sempre più sclerotizzate, arroccate, impermeabili, renitenti al reciproco ascolto, indisponibili al compromesso. Da cosa dipende la polarizzazione percepita? Dal populismo ruggente? Dall’incattivimento digitale? Dal narcisismo sociale? Dalla scomparsa delle vecchie ideologie? Dalla loro ricomparsa? Da una combinazione di tutti questi fattori?

 

In questa puntata si tenta una breve incursione in un’ipotesi ancora più radicale che si riassume in una domanda: le convinzioni politiche sono liberamente scelte, oppure sono la risultante necessaria, inesorabile, di antecedenti biologici? A prima vista, la domanda può apparire oziosa. Si tende infatti a pensare che chi abbraccia una certa causa politica o una certa visione del mondo lo faccia in forza di pensieri, valutazioni e decisioni condotte in maniera autonoma, e delle quali è dunque è responsabile. Certo, ci sono i condizionamenti del contesto culturale, dell’educazione ricevuta, dell’esposizione a certe fonti di informazione, la rilevanza degli ambiti sociali che si frequentano e tutto ciò che distingue il vissuto reale da un esperimento condotto in ambiente asettico, ma siamo abituati a pensare che, in ultima istanza, il posizionamento di ciascuno nello spettro politico sia una questione di autodeterminazione. Non è così, tuttavia, per una notevole mole di studi nell’ambito della biopolitica e della genopolitica, che insiste sul paradigma determinista, sostenendo che l’appartenenza politica è scritta da qualche parte nel patrimonio genetico di ciascuno. La libertà umana avrebbe un ruolo minore, ancillare. La polarizzazione di questi tempi andrebbe dunque letta come manifestazione di elementi già impliciti nella biologia. Lo scorso anno l’allora candidato alle primarie democratiche americane Andrew Yang lo faceva notare in un tweet: “Secondo due studi gemelli, fra un terzo e la metà delle appartenenze politiche sono legate alla genetica; significa che molti di noi sono in qualche modo ‘fatti’ per essere liberal oppure conservatori. Se questo è vero, significa che dobbiamo costruire più ponti possibili. Non si tratta soltanto di informazione e cultura”.

 

Uno studio del politologo Alexander Severson, della Boise State University, esplicita il concetto fin dal titolo: “L’homo politicus è nato così. Come la comprensione della biologia delle convinzioni politiche promuove la depolarizzazione”. Scrive Severson nell’introduzione: “Molte persone sono convinte che le convinzioni ideologiche siano scelte liberamente. Recenti ricerche nell’ambito della genopolitica e delle neuroscienze indicano tuttavia che questa convinzione non è del tutto giustificata, dal momento che i fattori biologici e genetici spiegano la variazione degli atteggiamenti politici più della scelta e dei fattori ambientali. E’ utile perciò valutare se l’esposizione a queste ricerche sulla base biologica e genetica delle convinzioni politiche possa influenzare i livelli di polarizzazione affettiva, considerando che tale conoscenza possa ridurre la responsabilità morale di gruppi che aderiscono a concezioni opposte”. Severson, in buona sostanza, dice: se è vero che i conservatori nascono conservatori, i progressisti nascono progressisti ecc., cosa che la neuroscienza sembra attestare, allora la polarizzazione universalmente deprecata dovrà essere affrontata, al fine di mitigarla, spiegando a ogni gruppo che politico che quelli del gruppo avversario non hanno propriamente “scelto” di abbracciare quell’ideologia e votare quel partito, ma si sono trovati addosso le idee che fanno inorridire gli uni al cospetto degli altri. Se sono “nati così”, non sono propriamente responsabili delle proprie inclinazioni, dunque vanno considerati con una certa clemenza e trattati con forti dosi di empatia.

 

Muovendo da questa teoria dell’irresponsabilità politica, il ricercatore dell’Idaho condotto uno studio in cui tenta di “curare” la polarizzazione spiegando alle persone intervistate che gli avversari politici rispondono semplicemente alle leggi ferree della genetica. Una parte non trascurabile del campione ha rifiutato in blocco la spiegazione offerta; ma una fetta considerevole ha accettato di ascoltare la lettura neuroscientifica del problema, seguendo le argomentazioni del professore. Quando il “trattamento ha successo”, scrive Severson, “l’esposizione a queste ricerche depolarizza la partigianeria” e i membri di un certo gruppo “iniziano a coltivare atteggiamenti sempre più favorevoli verso i membri del gruppo opposto”. Insomma, i populisti malvagi risultano un po’ meno malvagi, agli occhi dei liberali, se questi ultimi si convincono che le loro posizioni non vanno attribuite alla cattiva volontà o a una libera adesione a posizioni intrinsecamente cattive, ma hanno un’origine biologica, perciò moralmente e politicamente neutrale. E lo stesso discorso vale a parti rovesciate. Notando che una volta afferrato il nuovo framework biopolitico i repubblicani sono più comprensivi verso i democratici (e viceversa) e lo scenario della conflittualità ideologica tende a depotenziarsi, lo studioso afferma: “Questi risultati indicano una strada potenzialmente utile per immaginare interventi sulla polarizzazione in futuro”. In altri termini, la rieducazione dei soggetti polarizzati in chiave neuroscientifica potrebbe essere la terapia giusta per combattere la polarizzazione politica, grande male del nostro tempo. Del resto, nota Severson, “la radice delle nostre frustrazioni, della crescente violenza politica e delle discriminazioni ideologiche, sembra fare capo all’assunto, spesso non verificato, che esercitiamo un qualche controllo sulle nostre convinzioni”. La logica conseguenza è dunque liberarsi dell’illusione, altrimenti nota come libertà, di poter vagliare, soppesare, abbracciare idee, di scegliere posizioni politiche che in realtà sono in larga parte predeterminate. La nostra inclinazione politica è scritta nella complessità di componenti biologiche ereditate, che lo studioso esplora facendosi luce con una mole notevole di studi. La spiegazione scientifica della polarizzazione, e la ricetta per il suo contrasto, è dunque scritta al di fuori del libro della libertà umana. In questo schema, l’appartenenza politica non è questione di scelta, e perciò nemmeno di responsabilità, non si può parlare di colpe, di errori, di meriti, non si può distinguere il torto dalla ragione, né aprire spazi di dialogo razionale, cambiare idea, trovare convergenze. Si può dire soltanto: siamo fatti così. E avere forse un po’ di comprensione per il codice genetico altrui. 

 

Il peccato è un male volontario, oppure non è peccato 

Pubblichiamo il passo del De Vera Religione in cui Agostino sostiene che il peccato nasca soltanto da un atto della volontà, e dunque sia subordinato alla responsabilità e alla libertà
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Contro coloro che sono stati santificati neppure l’angelo malvagio, che è chiamato diavolo potrà alcunché; anche lui, del resto, non è malvagio in quanto angelo, ma in quanto si è pervertito per propria volontà. Se infatti solo Dio è immutabile, bisogna ammettere che anche gli angeli sono mutevoli per natura; tuttavia per quella volontà, per la quale amano più Dio che se stessi, restano fissi e stabili in Lui e godono della sua maestà, sottomessi a Lui soltanto in modo completamente libero. L’angelo malvagio invece, amando più se stesso che Dio, non volle essergli sottomesso e, gonfio di superbia, si allontanò dalla somma essenza e cadde. In tal modo è inferiore rispetto a quello che fu, perché volle godere di ciò che era inferiore quando volle godere della propria potenza piuttosto che di quella di Dio. Infatti, anche se il suo essere non era al sommo grado, perché solo Dio è in sommo grado, tuttavia era maggiore quando godeva di colui che è in sommo grado. Ora, tutto ciò che è inferiore rispetto a quello che era è male, tuttavia non in quanto è ma in quanto è inferiore, e appunto per questo, cioè in quanto è inferiore di quello che era, tende alla morte. Che c’è dunque da meravigliarsi se dall’allontanamento proviene la privazione e dalla privazione l’invidia, per la quale il diavolo è proprio il diavolo?
Se questo allontanamento, che si dice peccato, si impadronisse dell’uomo contro la sua volontà, come la febbre, di certo apparirebbe ingiusta la pena che ne scaturisce per il peccatore e che si chiama dannazione. Il peccato però è a tal punto un male volontario che non sarebbe assolutamente un peccato se non fosse volontario. E la cosa è così evidente che trova il consenso sia dei pochi dotti sia della folla degli incolti. Pertanto è giocoforza negare che si commette peccato oppure bisogna ammettere che lo si commette con la volontà. D’altro canto, non c’è possibilità di negare che l’anima abbia peccato quando si riconosca che essa si emenda con il pentimento, che è perdonata se si pente, e che è giustamente condannata secondo la legge di Dio se persevera nel peccare. Insomma, se non facciamo il male volontariamente, non dobbiamo essere né rimproverati né ammoniti; ma, se si prescinde da tutto questo, non ha più ragione di esistere la legge cristiana e ogni disciplina di religione. Dunque, è con la volontà che si pecca. E, poiché non c’è dubbio che si pecca, non vedo nemmeno come si possa dubitare che le anime possiedono il libero arbitrio della loro volontà. Dio infatti ha giudicato migliori fra i suoi sudditi quelli che lo hanno servito liberamente, il che non sarebbe potuto in nessun modo avvenire se essi lo avessero servito non per volontà, ma per necessità.

 

Dunque gli angeli servono Dio liberamente e ciò non è di giovamento a Dio, ma a loro stessi. Dio infatti non ha bisogno del bene di un altro: poiché è, dipende da se stesso. La medesima cosa vale anche per chi è stato generato da Lui, in quanto non è stato creato, ma generato. Gli esseri creati invece hanno bisogno del bene di Dio, che è il bene supremo, vale a dire l’essenza suprema. E se per il peccato dell’anima tendono verso di Lui in misura minore, essi diventano inferiori a quello che erano; pur tuttavia non se ne separano del tutto, altrimenti cesserebbero definitivamente di essere. Ciò che accade all’anima in rapporto alle sue affezioni, accade al corpo in rapporto ai luoghi; l’anima infatti si muove per la volontà, il corpo invece nello spazio. In merito a quello che si dice dell’uomo, cioè che fu persuaso da un angelo perverso, occorre aggiungere che egli vi acconsentì con la volontà, giacché, se lo avesse fatto per necessità, non sarebbe colpevole di alcun peccato.

 

Agostino d’Ippona