I media politici parlano molto di divisione tra destra e sinistra, ma si dovrebbe parlare della differenza tra consumatori interessati e disinteressati alle notizie politiche, scrive Ezra Klein

La lotta per l'audience nell'era della polarizzazione

Ezra Klein

Ezra Klein, maestro del giornalismo spiegato, ha scritto un libro sull'ossessione per ciò che ci divide. E i media, spesso, sono parte del problema

La polarizzazione politica è uno dei mali più lamentati e discussi dell’epoca contemporanea. I messaggi politici sottolineano ed esasperano ciò che separa le persone, mentre tendono a nascondere ciò che unisce, nella convinzione che la tensione, il contrasto permanente, sia la strategia più efficace per la mobilitazione e gestione del consenso. L’ecosistema che abitiamo è fatto di tribù, bolle, insiemi chiusi, identità contrapposte, fazioni che ascoltano solo ciò che vogliono sentire e leader che offrono solo ciò che conforta il proprio uditorio ben profilato. Si potrebbe dire, sfiorando il paradosso, che siamo polarizzati su tutto tranne che sulla polarizzazione, denunciata da ogni parte come male supremo del nostro tempo. Sul tema è fiorita un’ampia letteratura, votata ora alla spiegazione ora alla denuncia del fenomeno. Ezra Klein, cofondatore di Vox e autorità suprema del genere giornalistico che va sotto il nome di explanatory journalism, ha scritto di recente il libro “Why We’re Polarized”, che già dal titolo indica l’intenzione di muoversi più nel campo della spiegazione che in quello della enuncia. Il libro, al solito illuminato da un’enorme mole di dati e ricerche empiriche, esbisce anche una dimensione psiciologica che ne accresce l’importanza: in fondo, il desiderio di riunirsi in gruppi, di stabilire legami fra simili, è una pulsione umana antica, strutturale, che nell’incontro con le grandi trasformazioni tecnologiche della nostra era ha generato nuovi nodi problematici. Nell’estratto che pubblichiamo in questa pagina come pensiero dominante, Klein considera la polarizzazione nei media politici, che sono allo stesso tempo vittime e decisivi complici della grave situazione di animosità tribale e incomunicabilità politica che l’autore mette in luce, con una giusta dose di preoccupazione. 

 


 

Parliamo molto della divisione fra destra e sinistra nei media politici. Ma non parliamo abbastanza di una divisione ancora più importante che la precede, e che in un certo modo la determina: la divisione fra interessati e disinteressati. Nel libro All the News That’s Fit to Sell, l’economista James Hamilton scrive: “Le notizie non emergono da persone che cercano di migliorare il funzionamento della democrazia, ma da lettori che cercano distrazione, giornalisti che costruiscono carriere ed editori che puntano al profitto”. E’ una versione un po’ più cinica di quella che darei io – molti di noi davvero vogliono migliorare il funzionamento della democrazia – ma come descrizione del sistema economico che regola il nostro lavoro è utile. Non si può capire l’informazione senza capire le forze finanziarie e di audience che la regolano. La prima cosa da notare è che queste forze sono cambiate, drasticamente, negli ultimi decenni. 


“Non si può capire l’informazione senza capire le forze finanziarie e di audience che la regolano, e che sono cambiate drasticamente”


 

Consideriamo le opzioni disponibili per i lettori forti di notizie politiche nel 1995. Potevano avere un giornale locale o due, un certo numero di stazioni radio, i tre notiziari della sera, il nuovo network Cnn e, se erano consumatori di notizie davvero impegnati, un paio di abbonamenti a magazine. Andiamo avanti di un decennio. Gli stessi consumatori potevano aprire Explorer e leggere online quasi tutti i quotidiani del paese e quelli principali del resto del mondo. Per le opinioni politiche avevano un numero vertiginoso di magazine, qualunque pagina dei commenti scegliessero e, tutto a un tratto, innumerevoli blog. In televisione, Cnn era stata affiancata da Fox News e Msnbc. In radio, i servizi via satellite avevano riempito le reti con altri commenti politici. Nelle tasche, il lancio dell’iPod aveva inaugurato l’era dei podcast. E la quantità di informazioni politiche disponibili si è moltiplicata da allora. Mai in tutta la storia umana è stato lontanamente possibile essere così tanto informati sulla politica.

 

Nella maggior parte dei modelli della politica democratica, l’informazione è un vincolo. Gli elettori non hanno il tempo o l’energia per leggere spessi volumi di teoria politica e per tenersi aggiornati su ogni disegno di legge del Congresso, perciò sono dipendenti da professionisti della politica – rappresentanti eletti, funzionari delle campagne elettorali, quadri di partito, lobbisti, opinionisti – che invece hanno il tempo e l’energia. La prospettiva che questo modello implica è allettante: se l’informazione cessa di essere insufficiente, se diventa accessibile a tutti gratuitamente e con facilità, il problema fondamentale che affligge la democrazia sarà risolto. Negli ultimi dieci anni i sogni dei teorici della democrazia in ogni parte del mondo si sono avverati. Internet ha reso l’informazione una risorsa abbondante. L’emergere delle news online ha dato agli americani accesso a più informazioni di quanto ne abbiano mai avuto prima. Eppure le analisi ci dicono che, in media, non eravamo più informati sulla politica. E non eravamo nemmeno più coinvolti: la partecipazione elettorale non ha mostrato un incremento dovuto alla democratizzazione dell’informazione. Perché? 

 

Come la scelta ha cambiato i media 

 

All’apparire del problema, il politologo di Princeton Markus Prior ha tentato di spiegare questo apparente paradosso. Col senno di poi, il modo in cui ha risolto il problema è ovvio. Sì, c’erano più canali televisivi di news, ma erano poca cosa rispetto al numero di canali che non erano collegati in alcun modo all’informazione – canali di cucina, bricolage, viaggi, commedia, cartoni animati, tecnologia, film classici. Il fattore chiave, ha spiegato Prior, non era l’accesso all’informazione politica, ma l’interesse per quel tipo di informazione. Ha sostenuto la sua tesi facendo il paragone con la televisione. Come internet, la televisione ha moltiplicato la quantità di informazione disponibile, e l’ha diffusa come un fuoco. Ma al contrario di internet, la televisione, almeno nei suoi primi anni, non offriva molte scelte. Potevi possedere un televisore magari perché non volevi perderti I Love Lucy, ma se avevi il televisore acceso la sera, finivi per vederti anche il notiziario. Allo stesso modo, potevi abbonarti al giornale per la sezione sportiva, ma questo significava che vedevi anche la prima pagina. La politica era mischiata a tutto il resto e anche chi non era molto interessato veniva spinto a consumare notizie politiche.

 

La rivoluzione digitale ha dato l’accesso a una quantità inimmaginabile di informazioni, ma, cosa altrettanto importante, ha dato l’accesso a molta più scelta. Questa esplosione di scelte ha allargato la divisione fra interessati e disinteressati. La maggiore scelta ha permesso ai lettori assidui di imparare di più e a quelli disinteressati di sapere meno.

 

Per testare questa teoria, Prior ha fatto un sondaggio a un campione di oltre 2.300 persone sulle loro preferenze in termini di contenuti e la loro conoscenza della materia politica. E dal momento che faceva queste ricerche nel 2002 e 2003, nei primi anni di internet e ancora abbastanza all’inizio per la tv via cavo, ha potuto includere nello studio persone che avevano accesso a internet, che avevano la tv via cavo, entrambe le cose o nessuna delle due. Le preferenze sui contenuti – cioè quanto le persone volevano consumare informazioni politiche e quanto erano interessate ad altre forme di intrattenimento – avevano un effetto marginale su coloro che non avevano accesso alla tv via cavo e a internet. Anche se volevi più informazione politica, non avevi facile accesso, e perciò l’interesse non si traduceva in più informazione. Ma fra coloro che invece avevano internet e la tv via cavo, la differenza nella conoscenza della materia politica fra chi aveva un maggiore e minore interesse nella politica era del 27 per cento. Si trattava di un divario mlto più grande rispetto alla differenza di conoscenza fra le persone con livelli di scolarizzazione opposti. “In un contesto segnato da un’ampia gamma di scelte, le preferenze delle persone sono una spia più affidabile della loro conoscenza della matieria politica rispetto al loro livello di educazione”, ha scritto Prior.

 

L’accademico ha fatto le sue ricerche prima dell’esistenza di Facebook e Twitter, prima degli smartphone e degli algoritmi di YouTube, prima della svolta a sinistra di Msnbc, prima di BuzzFeed e dell’HuffPost, prima di Breitbart e della alt-right, prima di Vox. Da allora, internet è diventato molto più capace di capire cosa vogliamo e di darcene di più. La competizione per l’audience, e la minaccia ai business model delle imprese giornalistiche, è diventata molto più intensa da allora. 

 

Il target dei media politici 

 

In un’era fatta di scelte, il giornalismo politico è un business che si rivolge alle persone interessate alla politica, proponendosi di avvicinarne sempre di più. Essere interessati alla politica significa, per molti, scegliere una parte politica. Come potrebbe essere altrimenti? Le differenze fra i partiti e le loro coalizioni sono profonde. Si tratta di differenze ideologiche, geografiche, demografiche, temperamentali. Se la tua parte vince o perde è letteralmente una questione di vita o di morte, forse non per te personalmente, ma, se consideriamo le implicazioni per le assicurazioni sanitarie e la politica estera, certamente per qualcun altro. Nella sfera dei media di oggi, dove l’esplosione delle scelte ha reso possibile accedere ai media politici che ciascuno vuole, questo si esprime in media polarizzati che fanno leva sull’identità politica, sul conflitto e sulla celebrità. Si esprime cioè in forme di giornalismo e di commento orientate a spiegare perché la tua sponda politica dovrebbe vincere e l’altra dovrebbe perdere. Io stesso ho praticato molto questo tipo di giornalismo. Mi occupo di politica perché penso che la policy sia importante; detto in altri termini, penso che sia imporante chi vince o chi perde gli scontri che riguradano la policy. E ovviamente le mie idee su tali questioni sono razionali, giudiziose, disinteressate e oggettivamente corrette. Il problema è che un sacco di altre persone fanno esattamente questo stesso tipo di lavoro, e alcune di queste arrivano a conclusioni diverse dalle mie.
 
 
Ma invece di discutere su chi ha ragione, vorrei fare un passo indietro e considerare come un sistema politico organizzato attorno a questi assi portanti accentua e apporofondisce le identità politiche, consolida la polarizzazione e alza la posta in gioco nel dibattito politico. La misura più semplice per giudicare il giornalismo politico è se offre a coloro che lo seguono una più precisa comprensione della politica americana. Una finestra particolarmente inquitante su questo fenomeno si trova in un affascinante studio pubblicato da Douglas Ahler e Gaurav Sood nel 2018. 

“Negli ultimi dieci anni i sogni dei teorici della democrazia si sono avverati”, scrive Klein. Ma le divisioni non si sono risolte


 
In questa ricerca, Ahler e Sood hanno chiesto a un campione di persone di “fare una stima della percentuale dei democratici che sono neri, atei o agnostici, iscritti a un sindacato, gay, lesbiche o bisessuali; e la percentuale dei repubblicani che sono evengelici, ultra 65enni, del sud e che guadagnano più di 250 mila dollari l’anno”. Chiedevano, in altre parole, quanto le persone fossero convinte che l’effettiva composizione dei partiti coincidesse con le caricature che se ne fanno.
 
 
Le percezioni erano particolarmente distorte quando gli elettori di un partito desrivevano gli elettori del partito opposto. I democratici credevano che il 44 per cento dei repubblicani guadagnasse più di 250 mila dollari l’anno, mentre la percentuale è attorno al 2. I repubblicani credevano che il 38 per cento dei democratici fosse gay o bisessuale, mentre la risposta giusta è il 6 per cento. I democratici credevano che quattro repubblicani su dieci fossero anziani; in realtà, soltanto il venti per cento dei membri del Gop supera i 65 anni. I repubblicani credevano che il 46 per cento dei democratici fosse afroamericano e che il 44 per cento fosse iscritto a un sindacato, mentre i neri sono il 24 per cento e meno dell’11 per cento dei dem è legato a un sindacato. Il punto era questo: più le persone fruivano di notizie politiche, più erano lontani dalla verità riguardo al partito avversario. E’ una conclusione terrificante: più informazioni politiche assorbi, più la tua prospettiva sull’altro schieramento è distorta. Il vecchio adagio del giornalismo locale dice “if it bleeds, it leads”. Per il giornalismo politico il principio è “if it outrages, it leads”. E l’indignazione è profondamente connessa all’identità: ci indigniamo quando dei membri di altri gruppi minacciano il nostro gruppo e i suoi valori. Perciò i media polarizzati non sottolineano i tratti in comune, ma insistono sulle differenze; non si concentrano sul meglio che l’altra parte ha da offrire, ma agitano ciò che ha di peggio come una minaccia. Come quest’ultimo passaggio suggerisce, mi sto addentrando in un territorio pericoloso, perciò lo voglio dire chiaramente: non sto affermando una equivalenza morale, e nel mio libro ho molto da dire sui modi e le ragioni in cui la sinistra e la destra – e i le loro sfere mediatiche di riferimento – divergono. Ma tutti nel mondo dei media politici competono per l’attenzione e la lealtà dell’audience in mezzo al frastuono delle scelte. Tutti noi facciamo scelte diverse circa modo in cui competiamo per conquistare quell’audience, ma dal momento che tutti cerchiamo di attrarre degli esseri umani, ci sono alcuni comuni denominatori nel nostro approccio.
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