Riformare il carcere riconvertendo l'umano

Brent Orrell

Da detenuti a persone dotate di identità e responsabilità. Una rivoluzione "antropologica" per fermare la recidiva e arginare la carcerazione di massa

Pubblichiamo un intervento di Brent Orrell, analista dell’American Enterprise Institute, sulla riforma dei programmi per il reintegro dei detenuti nella società, a fronte dei dati sconfortanti sulla recidiva criminale che vengono dall’America e sono ricalcati in molti contesti occidentali. E’ un paper tecnico animato però da un’idea culturale e antropologica forte: l’abbandono della vita criminale è una decisione personale dei detenuti, che vanno perciò accompagnati in un percorso che li aiuti a riconquistare identità, senso di responsabilità e connessioni con gli altri. Occorre essere soggetti liberi e rinfrancati dall’ipotesi credibile di una vita costruttiva per uscire dal circolo senza fine dei delitti e dei castighi. Qualcosa di più e di più profondo delle inefficaci soluzioni fin qui tentate, basate sulla gestione delle derive sociali negative. 

 


 

Dall’inizio degli anni Duemila uso una storiella per sollecitare le discussioni intorno alla giustizia criminale e alla recidiva. Nella storia c’è un uomo che sta affogando in un lago. Si agita e annaspa a cinquanta metri dalla riva, tentando disperatamente di prendere fiato. Un progressista vede la scena dalla spiaggia, lancia una corda lunga mille metri all’uomo, sorride generosamente, e se ne va. Poco dopo, arriva un conservatore, vede l’uomo che sta annegando e gli lancia una corda di 25 metri, esortando il malcapitato a nuotare per raggiungere il capo. Un libertario passa da quelle parti, vede l’uomo in difficoltà e ammette che in effetti ha con sé una corda della lunghezza giusta per salvarlo. Tuttavia, si tratta di una corda che si è guadagnato con il duro lavoro e la perseveranza. Sarebbe sbagliato per tutti – lui stesso, la persona in difficoltà e la società intera – se decidesse di condividere la sua corda. L’uomo che affoga ha forse qualcosa che potrebbe dare in cambio della corda? Dalla spiaggia, un neoconservatore ha osservato pensosamente queste scene. Tira fuori il portatile e scrive un saggio di 800 parole ben cesellate dove dà conto degli sprechi del progressista, dell’assurdità del conservatore e della spietatezza del libertario. Nel frattempo, l’uomo continua ad annaspare [...]. 


In America due terzi dei detenuti rientrano in prigione entro tre anni dalla fine della pena. I metodi tentati finora non hanno funzionato


 

Questa storiella mostra, senza offendere troppo, che tutte le prospettive ideologiche non offrono soluzioni praticabili al problema del crimine, della carcerazione e della recidiva. Molte strade sono state tentate in questo senso, ma nessuna appare efficace. Negli Stati Uniti ci sono oltre due milioni di persone in carcere e 4,7 milioni sono in regime di libertà vigilata. 70 milioni di americani hanno la fedina penale sporca: il numero di cittadini con un arresto alle spalle è simile a quello degli americani con una laurea. Le ricerche del Brennan Center for Justice dicono che se tutti gli americani con precedenti penali si tenessero per mano, la fila farebbe il giro del mondo tre volte. Gli studi mostrano che due terzi dei criminali rilasciati dalla prigione dopo aver scontato una condanna ritornano nuovamente dietro le sbarre nel giro di tre anni. La maggior parte di questi vi fa ritorno nei primi mesi dopo il rilascio. Questa situazione ha costi enormi, in tutti i sensi: costi fiscali, economici e sociali. Una ricerca del 2016 della Washington University di St. Louis mostra che i costi diretti della carcerazione – 80 miliardi di dollari l’anno, 40 mila dollari l’anno per detenuto – sono poca cosa rispetto ai costi umani ed economici. Se si aggiungono al calcolo la produttività perduta e i costi sociali inflitti alle famiglie, alle comunità e alle generazioni future dalla carcerazione di massa, i ricercatori sostengono che la perdita per gli americani ammonti a mille miliardi di dollari l’anno, circa il 6 per ento del Pil. E’ una cifra simile al gettito per le tasse sul reddito. E’ più di quanto versiamo per le pensioni e simile al budget allocato dal Congresso per i programmi federali discrezionali, inclusi quelli della difesa. Questa cifra non include le centinaia di miliardi spesi per le attività di polizia o i costi nascosti che le vittime devono sostenere. Parafrasando lo storico leader repubblicano al Congresso Everett Dirksen, mille miliardi di dollari sono un sacco di soldi, anche per gli standard odierni. È la cifra che spendiamo, o alla quale rinunciamo, anno dopo anno.

 

Considerato il numero di persone coinvolte, fondazioni, associazioni non-profit, il governo federale e gli enti locali hanno speso miliardi per sperimentare nuovi modi per evitare che le persone che hanno già scontato una pena carceraria finiscano di nuovo dentro. Spendiamo anche cifre significative per valutare gli effetti di questi programmi. Ad oggi, i risultati di questi investimenti non sono affatto incoraggianti. Nel 2018, l’American Enterprise Institute (AEI) ha messo insieme un gruppo di lavoro che include ricercatori, esperti di valutazione e provider di servizi perché considerassero un’ampia gamma di questioni legate alla giustizia penale e alla recidiva criminale. La domanda principale sulla quale mi sono concentrato era questa: considerando solamente i dati, quale soluzione funziona meglio? La risposta basata soltanto sui dati è scoraggiante.

 

A dispetto degli sforzi fatti a livello pubblico e privato, la letteratura disponibile sulla valutazione empirica di programmi su larga scala dice che i gruppi di controllo – cioè le persone che non sono destinatarie del programma che viene studiato – hanno gli stessi risultati, e in alcuni casi migliori, di chi riceve i servizi. Alcune parti di questi programmi sono probabilmente efficaci, ma i tentativi di mettere insieme i vari elementi lasciano molto a desiderare. Non è una preoccupazione nuova. Negli anni Settanta il socialista Robert Martinson, professore di sociologia al City College of New York, è stato il primo a concludere che i programmi per la riabilitazione degli ex detenuti erano inefficaci. L’osservazione ha scatenato reazioni furiose, costringendo Martinson a una parziale retromarcia. Eppure, i risultati deludenti sono ancora sotto i nostri occhi [...].

 

C’è tuttavia un altro modo di guardare la constatazione che “niente funziona”. E se ripensassimo i nostri studi randomizzati immaginando che il gruppo di controllo – cioè quelli che non ricevono i servizi – fosse il destinatario dei programmi? Come ho già detto, queste persone, che seguono il proprio percorso positivo usando le risorse della collettività, spesso hanno risultati migliori di quelle che prendono parte a iniziative strutturate contro la recidiva. A mio avviso, questo indica che il libertario nella storiella dell’uomo che affoga potrebbe avere più ragioni di quanto la stilizzata vicenda faccia credere. E’ possibile che facendo un passo indietro si crei uno spazio in cui l’iniziativa individuale possa intervenire in modo più efficace? Un approccio di questo genere aumenterebbe il senso di responsabilità e merito personale fra gli individui che stanno “affogando”? Potrebbe ciò aiutarci a usare in modo vantaggioso le risorse più importanti nella questione della recidiva, cioè la volontà e l’energia delle persone che escono dal circolo vizioso? Questo intervento intende delineare un nuovo approccio focalizzato sullo sviluppo dell’iniziativa personale come chiave per il reintegro nella società. Si propone di coniugare alcuni elementi efficaci già presenti nei nostri progetti di reinserimento con altre iniziative sociali per formare una impostazione che aiuti a mettere il cambio di identità al centro di un piano per una transizione positiva. 

 

Dal “cosa funziona” al binomio identità-responsabilità 

 

La ricerca del nostro gruppo di lavoro mostra che alcune iniziative funzionano per alcune persone in certe circostanze specifiche: lo studio dei casi, l’affiancamento ad esperti, il trattamento per l’abuso di sostanze e, soprattutto, le terapie cognitivo-comportamentali (Cbt). Ciò che tutte queste iniziative hanno in comune è un orientamento verso una maggiore comprensione di sé e la connessione con gli altri, fattori essenziali per la fioritura dell’umano. Le terapie cognitivo-comportamentali sono particolarmente utili nell’affrontare esperienze traumatiche pregresse e nell’identificare ed evitare fattori psicologici scatenanti dei comportamenti criminali. Basandomi sui contributi del gruppo di lavoro, propongo un esperimento che inserisca queste pratiche in un approccio unitario. Il concetto si fonda sulle osservazioni fatte nell’ambito della teoria dell’identità nella desistenza criminale, secondo la quale la decisione di cessare il comportamento criminale è spesso repentina e avviene in risposta a improvvisi cambiamenti psico-cognitivi. In altre parole, le persone non abbandonano il crimine con il progredire dell’età e la maturazione. Più semplicemente decidono di cambiare strada, mettendosi in un percorso di vita costruttivo, e la decisione deriva da fattori che comprendiamo soltanto in modo limitato. Sono elementi difficili da individuare e sviluppare, ma sono nondimeno essenziali. Il modello che propongo si propone di mettere ciò che sappiamo dalla letteratura tradizionale al servizio di questo cambiamento profondo basato sull’identità. Un programma per il contrasto alla recidiva così concepito dovrebbe puntare a creare unità specializzate di terapia cognitivo-comportamentale fisicamente, filosoficamente e operativamente separate dalle altre istituzioni correttive. L’accesso a queste unità dovrebbe essere subordinato al passaggio di alcuni test e valutazioni comportamentali. I detenuti dovrebbero quindi aderire volontariamente a queste unità, sottoscrivendo un contratto che impone loro la piena partecipazione al programma terapeutico. I partecipanti dovrebbero poi ricevere una valutazione del rischio, per esser certi di includere anche detenuti ad alto e medio rischio, evitando così un eccesso di trattamenti per chi si trova già indipendentemente sulla via dell’abbandono del crimine. Il personale carcerario e le autorità che supervisionano i progressi dei detenuti dovrebbero essere parte integrante della comunità terapeutica, per imparare, assieme ai detenuti, ad identificare i fattori scatenanti dei comportamenti criminali e sviluppare strategie cognitive per disinnescarli. 


L’abbandono della vita criminale è una decisione del soggetto, che va aiutato a riscoprire chi è, sostiene l’analista Brent Orrell 


La valutazione del rischio già accennata dovrebbe così identificare caratteristiche specifiche associate al rischio di futuri crimini (ad esempio, disturbi mentali, abuso di sostanze, precarietà abitativa, istruzione e skill professionali), e i servizi all’interno delle prigioni dovrebbero essere ripensati per tenere costi di tali esigenze. I tutori per il reintegro dovrebbero lavorare assieme ai detenuti per sviluppare un piano, guidato dai partecipanti, per affrontare i nodi problematici in preparazione della scarcerazione. Il tutoraggio dovrà essere orientato a consolidare la terapia cognitivo-comportamentale, con l’obiettivo di restituire ai detenuti stessi la responsabilità primaria di decidere e fissare le priorità, un aspetto chiave per costruire un senso di decisione personale e responsabilità in vista del rientro in società. Con l’approssimarsi della scarcerazione, i partecipanti che adempiono al contratto stipulato riceveranno un certificato che testimonia che il percorso è stato completato. Idealmente, il certificato dovrebbe anche includere le risorse finanziarie necessarie per rispondere ai bisogni identificati nel piano di reinserimento. Un fondo per il sostegno del reinserimento rimborserà le spese presso enti certificati per i servizi nelle aree pertinenti, come cure psichiatriche, cure per le dipendenze, apprendistato professionale ecc. Ai tutor sarà affidata la responsabilità di vigilare sull’uso dei fondi, per limitare gli sprechi ed evitare le truffe. Le autorità di controllo potrebbero eventualmente creare anche una rete fra i partecipanti per condividere informazioni sugli strumenti e le pratiche più efficaci, in modo da incrementare il livello di trasparenza fra i provider di servizi. Una comunità così strutturata sarebbe un sostegno per i partecipanti e fornirebbe informazioni utili per identificare i provider migliori [...].

 

I rischi dell’inazione 

 

Diversi membri di questo gruppo di lavoro ritengono che convenga offrire risorse e rafforzare strumenti tradizionali, come le gestione di programmi di reintegro, la programmazione di lungo periodo e il miglioramento degli indici con cui si misura il successo dell’azione per il reintegro. Anche io sostengo interventi come questi. L’approccio fondato su identità e responsabilità delineato in questo intervento non sostituisce i programmi per il reintegro già in uso, ma offre un’alternativa che va testata e valutata accanto agli strumenti tradizionali. Se è vero che il modello identità-responsabilità comporta dei rischi, è altrettando vero che continuare ottusamente con soluzioni che hanno finora dato risultati a dir poco deludenti è a sua volta rischioso per i detenuti, per le comunità e per la società intera [...]. Rifocalizzare le energie per aiutare i detenuti a fare i necessari passi cognitivi che portano da una vita criminale a una vita dotata di speranza e significato può aiutare a dimostrare che anche i policymakers condividono la preoccupazione del pubblico, secondo cui “niente” non è abbastanza.