Speranze e delusioni del nuovo secolo americano

Mattia Ferraresi

Lo storico Bacevich piace ai nazionalisti e agli ultrà di Bernie, ma a una lettura attenta delude tutti gli adulatori. Storia di un conservatore atipico

Il Pensiero dominante di questa settimana propone un breve e necessariamente incompleto distillato del pensiero di Andrew Bacevich, storico americano della Boston University, presidente del Quincy Institute ed ex militare che di recente ha scritto un saggio che articola critiche non nuove, per chi ha masticato il dibattito, sui limiti e le contraddizioni del potere americano dopo la fine della Guerra fredda. L’interesse per questo autore non dipende soltanto dal fatto, pur rilevante, che i conservatori di stampo nazionalista e i neosocialisti che incalzano il Partito democratico da sinistra fanno a gara per accaparrarsi le sue idee, cercando di fare dello storico un testimonial delle loro differenti argomentazioni sulla necessità del disimpegno americano. Il fatto più interessante è che il pensiero disallineato, originale di Bacevich tende a resistere alle riduzioni dei suoi presunti sponsor politici, rendendolo una figura atipica nel dibattito, rovente e necessario, sul ruolo dell’America nel mondo. 


 

Andrew Bacevich è un tipo intellettuale di difficile collocazione all’interno del dibatitto sulla politica estera degli Stati Uniti, discussione particolarmente frammentata e greve di cortocircuiti in un momento in cui la sinistra neosocialista, che si batte con vigore nelle primarie democratiche, invoca non già un correttivo ma un rovesciamento delle tendenze imperaliste americane, trovandosi in rotta di convergenza con il sentimento “America First” di un certo mondo conservatore, a tratti venato di un esplicito tratto militarista, che aveva creduto di vedere in Donald Trump il profeta – inconsapevole, ma pur sempre profeta – della revanche realista-nazionalista. Al centro (se così si può dire) c’è un consenso di marca liberale fatto di elementi di destra e di sinistra (sempre se così si può dire) che articolano teorie fra loro diverse ma imperniate su un comune impianto di valori e ideali, fra cui l’universale validità del modello della democrazia liberale e il dovere dell’America di estenderlo il più possibile nel mondo, lavorando di concerto con potenze di affini convinzioni e organizzazioni internazionali imperfette ma perfettibili per dare seguito concreto al progetto. Questo centro, ancora maggioritario nei ranghi del dipartimento di stato, nei think tank, fra gli analisti più accreditati e in tutti i quei luoghi di formazione delle opinioni che costituiscono la cosiddetta comunità della politica estera di Washington, non ignora la necessità del compromesso e le leggi della Realpolitik nella gestione del potere, ma non per questo è disponibile ad abdicare al fascio di principi che costituiscono il suo riferimento ideale, la sua stella polare. Nell’articolo qui sotto si segnalano alcune letture, nel fiorente panorama editoriale sul tema, per orientarsi più precisamente in un dibattito che, visto da vicino, è pieno di sfumature.

 

Bacevich è uno strano abitante di questo ecosistema. Se di certo non afferisce al secondo gruppo, quello definito nella maniera più generica possibile “liberale”, anche nel primo non trova un inquadramento chiaro. Lo storico, professore emerito della Boston University, si definisce senza indugi un conservatore, ma nel 2008, quando gli elettori americani dovevano scegliere fra Barack Obama e John McCain, lui si è schierato con il senatore democratico dell’Illinois che prometteva di diminuire, fino ad interrompere completamente, l’impegno militare diretto degli Stati Uniti in Iraq: “Quella promessa contiene una prospettiva almeno modesta per un revival conservatore”, diceva. McCain, al contrario, era garanzia di una certa rivitalizzazione della “forever war” americana. Di recente Bacevich è stato accusato dal senatore repubblicano Tom Cotton, giovane stella di ascendenza neoconservatrice, di presiedere un centro studi di recente fondazione, il Quincy Institute, che catalizza certe pulsioni antisemite, accusa acrobatica e risibile per un organo finanziato generosamente anche da George Soros, ma che rende bene l’idea di che tipo di trattamento gli riservano i suoi pari. Cattolico di matrice repubblicana classica, Bacevich è allo stesso tempo uno dei profili ricorrenti fra gli analisti che compilano ipotetiche squadre per una (per il momento puramente fantapolitica) amministrazione guidata da Bernie Sanders. Sarebbe un ottimo segretario della Difesa, dicono diversi suoi sostenitori, che si oppongono per vecchie ragioni anti-imperialiste alla postura espansionista-civilizzatrice. Di Trump ha detto non solo che è “razzista” e “sessista”, ma che è una “truffa” e un “impostore”, una star da reality che agisce seguendo istinti e vanità disordinate, e al quale dunque non va prestata fede nemmeno quando, per caso, prende decisioni politiche condivisibili.

 

Lo storico della Boston University è un critico dell’interventismo americano anche per ragioni biografiche. Benché il “Pensiero dominante” si fondi sul principio della separabilità delle idee dai tratti specifici dei loro promotori, la posizione di Bacevich non si spiega del tutto se non alla luce della sua vicenda umana e professionale (il che dimostra la negoziabilità del principio suddetto). 72 anni, diplomato a West Point e inquadrato in una carriera militare finita, giunto al rango di colonnello, nei primi anni Novanta, in circostanze abbastanza complicate ma non sospette, Bacevich è un figlio della Guerra fredda e dei suoi ideali di liberazione dai totalitarismi novecenteschi che si è ritrovato poi ad avere un figlio, Andrew John, patriota e militare come il lui, ucciso durante un pattuggliamento in Iraq, nel 2007. Un figlio “perso in una guerra a cui sono contrario”, come ha scritto il padre in un editoriale del Washington Post dopo il lutto.

 

È bene tenere presente anche questi elementi quando si accosta il suo ultimo libro, The Age of Illusions: How America Squandered Its Cold War Victory, nel quale presenta un’interpretazione delle relazioni internazionali nel nostro tempo che non suonerà nuova ai lettori delle sue opere precedenti e che non soprenderà nemmeno chi ha dimestichezza con la scuola di pensiero secondo cui dopo il collasso dell’Unione Sovietica, l’impero del male, l’America ha esagerato nel voler dominare e plasmare un mondo “unipolare” a sua immagine. Bacevich si concentra su tre illusioni prodotte dal presunto overreach post-Guerra fredda. Primo, la convinzione che il sistema capitalistico e il libero commercio fossero veicoli sostanzialmente immuni da difetti, o auto-correttivi, che andavano perciò allargati al massimo grado possibile. Secondo, la superiorità militare americana implicava il diritto, e non soltanto la possibilità, di estendere il suo benevolo dominio, diretto e indiretto, ovunque nel mondo. La terza e più importante illusione tematizzata da Bacevich riguarda la concezione della libertà promossa dall’America: poiché si era dimostrata moralmente migliore e funzionalmente più efficace della tirannia comunista, quella specifica idea di libertà andava legittimamente, anzi doverosamente, universalizzata. Biblioteche intere sono state scritte sull’efficacia o meno della strategia globale americana dopo la caduta del muro, e si è appunto consolidato uno strano consenso fra estremi opposti (neosocialisti e Americafirsters) sulla condanna alla via intrapresa, ma nel suo saggio Bacevich si spinge un passo oltre la mera analisi degli esiti politico-strategici dell’azione americana, e si avventura nella ricerca della sue origini culturali. A spingere quelli che lui guidica gli eccessi del potere americano c’è una “nuova concezione della libertà” nella quale le “tradizionali proibizioni morali sono state dichiarate obsolete” e la “rimozione dei vincoli per massimizzare la scelta degli individui” è diventata la suprema aspirazione dello stato. In questo contesto, scrive, “il patriarcato è stato messo sotto accusa e l’eteronormatività ha abbandonato ogni traccia dell’autorità morale che aveva conservato”. Insomma, a un certo punto del racconto delle illusioni geopolitiche dell’ultimo trentennio, Bacevich dismette l’uniforme militare, si toglie la toga professorale e indossa la divisa del critico culturale per spiegare che la grande visione geopolitica americana oggi in discussione non si spiega fino in fondo se non considerando la libertà ridotta a pura autonomia individuale, il rifiuto della tradizione come luogo prescrittivo, e non solo come retaggio moralistico e oppressivo, la disgregazione della personalità umana che dà mostra di sé con molti sintomi, dalla dipendenza tecnologica agli acquisti compulsivi, dal divorzio come evento contrattualistico moralmente neutrale fino alla mania dei tatuaggi, che a suo dire testimoniano la “concezione narcisitica della libertà” prevalente in America. Fra i dati che Bacevich usa a suffragio della sua tesi, che in fondo è antropologica e culturale, sono citate anche le 650 mila gravidanze che ogni anno vengono interrotte nei soli Stati Uniti, a dispetto dell’accesso praticamente universale ai contraccettivi.

 

È su questo piano che l’analisi del conservatore Bacevich entra in radicale conflitto con la critica neosocialista all’espansionismo americano, che vorrebbe la superpotenza con inclinazioni imperaliste disimpegnata dagli affari globali ma allo stesso tempo intende preservare la sfera sacra dell’autonomia individuale, fondamento di tutte le battaglie progressiste domestiche a proposito dell’identità, in tutte le sue possibili declinazioni. Bacevich sostiene che non si può criticare la dimensione geopolitica senza arrivare a un corpo a corpo con la concezione prevalente della libertà nell’occidente contemporaneo, cosa che lo mette a disagio tanto con i para-trumpiani fautori dell’America First quanto con gli ultrà della sinistra-sinistra, che vorrebbero tanto tirare la sua (ex) uniforme dalla loro parte. 


L'america deve guidare il mondo? Alcune letture 

 

Dalla "misurata educazione" idealista di Samantha Power al realismo dei teorici del disimpegno

 

L’America dovrebbe ancora guidare il mondo? Se sì, con quali strumenti? Con quale intensità? Dovrebbe farlo con le mani sul volante oppure from behind, secondo la terminologia ereditata dall’era Obama? Dovrebbe ricorrere, ove si presenti la necessità, all’uso della forza e al concorso diretto in operazioni di regime change, oppure limitarsi agli strumenti della diplomazia e votarsi al multilateralismo, parola che secondo Madaleine Albright gli americani trovano indigesta perché ha troppe sillabe e finisce con “ismo”? E in caso di risposta negativa: qual è l’alternativa al potere americano in un mondo in tempesta? Chi riempirà i vuoti di potere se non i peggiori nemici della democrazia e dei suoi valori? E’ possibile trovare un punto di equilibrio, una sintesi, fra gli ideali universali che l’America proclama e gli affanni di un contesto geopolitico sempre più segnato da nazionalismi illiberali e potenze regionali con velleità espansionistiche, che rimangono per lo più impunite quando le mire si trasformano in fatti?

 

Una pletora di pubblicazioni mostra l’urgenza della riflessione intorno a queste domande, che definiscono la nostra epoca. Nel suo memoir intitolato The Education of an Idealist Samantha Power articola, in forma di racconto personale, la posizione idealista che ha sostenuto dai tempi in cui, in veste di giornalista, si è occupata di genocidi e tragedie umanitarie, rileggendola però alla luce delle esperienze di governo in un’amministrazione Obama pragmaticamente piegata alle esigenze della realtà. Il risultato è un conflitto fra le grandi, illimitate aspirazioni giovanili e le più misurate conclusioni di chi si è adoperata nei meccanismi del governo e della diplomazia e ne ha sperimentato complicazioni e contraddizioni. E’ una lettura che si accoppia bene alla biografia di un gigante della diplomazia americana, Richard Holbrooke, scritta da George Packer, intitolata Our Man: Richard Holbrooke and the End of the American Century . Di lui Power ha detto che aveva la nomea di uno che mentre parla con il presidente degli Stati Uniti guarda dietro le sue spalle per vedere se c’è qualcuno che gli potrebbe essere più utile. E’ stata Kati Marton, l’ultima moglie del diplomatico scomparso prematuramente, a scegliere Packer come biografo del marito, e molti hanno detto che forse, a libro finito, si sia pentita della scelta. Il ritratto dell’uomo è a tratti impietoso e quello del diplomatico, grande negoziatore degli accordi di Dayton, è un chiaroscuro fatto di grandi valori e piccoli calcoli politici, di ideali universali e compromessi particolari. Una lettura istruttiva per addentrarsi nella fine del secolo americano annunciata nel sottotitolo. Le memorie del diplomatico di lungo corso William Burns, intitolate The Back Channel: A Memoir of American Diplomacy and the Case for Its Renewal offrono invece un controcanto iper-realista: agli entusiasmi nati dopo la fine della Guerra fredda, Burns oppone la lunga serie di errori e calcoli sbagliati delle amministrazioni democratiche e repubblicane, che hanno contribuito a svalutare il ruolo della diplomazia, nelle convinzione che, dopo qualche scossa di assestamento, la storia si sarebbe dileguata da sé. Una versione più estrema e urticante di questa argomentazione si trova nel libro The Hell of Good Intentions: America’s Foreign Policy Elite and the Decline of U.S. Primacydi Steve Walt, politologo di scuola realista che critica le premesse stesse su cui si fonda l’idealismo americano.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.